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Dalle lucciole di Pasolini alle odierne sardine, la resistenza gioiosa al Leviatano dell’odio

Blog Pasolini lamentava la scomparsa delle lucciole, simbolo di una civiltà contadina annientata dall'omologazione. Oggi il silmbolo della protesta sono le sardine, notoriamente in mare senza un capo. E al di là delle banalità del "capo" televisivo del movimento, poiché la rivolta è pura, esistenziale piuttosto che politica, allora viva le sardine, il flash-mob ittico, turbinoso e lieve come la resistenza gioiosa contro l'inferno di brutalità e ingisutizia

In principio erano le lucciole, quelle evocate da Pasolini in un memorabile editoriale del “Corriere”. Il poeta friulano ne lamentava la scomparsa, rimpiangeva quei fiochi lumi d’una civiltà contadina travolta, uccisa dall’omologazione. E gli faceva eco l’amico Sciascia, evocando a sua volta quei cannileddi di picuraru, ma affermando di incontrarne ancora, nella sua campagna siciliana: una sommessa dichiarazione di speranza, la sua? Di quella “silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori” che fu la sua, pur camuffata di pessimismo e di “irredimibilità”?

Le lucciole di Pier Paolo Pasolini

Animaletti gracili ed evanescenti, quelle lucciole: emblemi di effimera grazia e mite poesia come le colombe e le pecorelle, spaurite o “timidette”, del Purgatorio dantesco. Si direbbe che, ad avversare la tracotanza dei tempi e dei poteri, i poeti si siano rivolti a queste innocue, indifese creature come a soavi antidoti, a placidi contravveleni. Ci provò anche la politica, ci provarono i partiti di centrosinistra a opporre, alla risorgente hybris delle destre, simboli vegetali o animali di bellezza modesta o di docile pacatezza: l’Ulivo, la Margherita, perfino l’Asinello; ma simboli restarono, estranei a una pratica politica che, quando non era asservita ai capricci e agli intrighi di un D’Alema, tutt’al più si riconosceva, svilita, nella mortadella di Prodi e nelle figurine Panini di Veltroni.

“Simboli per l’umana liberazione”, aveva chiesto Elio Vittorini alla letteratura e agli intellettuali nella sua Conversazione in Sicilia. Ma erano, i suoi, tempi assai duri, in cui non era facile scegliere tra simboli cruenti come le lame dell’arrotino Calogero e figure di rigenerazione spirituale come l’evangelica “acqua viva” dell’oste Porfirio. Invece negli stessi frangenti Curzio Malaparte, nel suo capolavoro Kaputt, scandiva il calvario della seconda guerra mondiale intitolandone le stazioni ad altrettante specie animali (cavalli, topi, cani, uccelli, renne, mosche), quasi sempre vittime inermi dell’orrore bellico: cavalli crocifissi come Cristo, renne affioranti come statue di ghiaccio da un lago congelato…

Controfigure del Nazareno e della sua Passione, quelle povere bestie? E perché no? I primi cristiani non raffiguravano cripticamente il Messia facendo ricorso a forme animali, come l’agnello o il pesce? E si pensi a quel meraviglioso film di Bresson che è Au hasard, Balthazar, che metteva in scena la Passione d’un povero asino… Ma veniamo infine a un’altra specie, oggi agli onori della cronaca e ancora una volta scelta come simbolo di umile e laboriosa cooperazione, di inerme ma tenace sopravvivenza. Quale? Le sardine, naturalmente.

Non sono un etologo né un ittiologo, ma a me non risulta che il branco (o il banco) delle sardine (dico di quelle vere, di quelle acquatiche) abbia un capo. Invece le sardine fittizie, quelle che gioiosamente sciamano nelle nostre piazze, un capo ce l’hanno: è un giovanotto un po’ confuso e velleitario, ma in compenso molto presenzialista, sempre pronto a sciorinare banalità in televisione. E questo non mi piace. Non mi piace perché contraddice la natura spontanea e libertaria, vitalistica e “impolitica”, necessariamente acefala, di ogni sacrosanta rivolta. Ma le mie sono provvisorie riserve, che quei vivaci happening forse non meritano. E certo non meritano nemmeno le riserve espresse da attempati ideologi e narcisi ipercritici: nulla di più stupido che chiedere a una rivolta, come fanno costoro, “contenuti”, programmi, roba da vecchia politica, perfino filiazioni da anchilosate ideologie.

Le sardine catanesi il 7 dicembre

La rivolta è pura, perché è vuota e nuda, è esistenziale piuttosto che politica, nasce dai bisogni primari (il disagio sociale ed economico, certo, ma anche l’infelicità, anche la mortificazione degli istinti vitali e della voglia di esserci, di contare) e non da appartenenze e schieramenti, non dalla sfera del Potere cui obbediscono sia le dominazioni che le rivoluzioni. E allora viva le sardine, viva lo spirito docilmente gregario ma efficacemente difensivo del possente sciamare di quei pesciolini, viva il loro aprirsi a ventaglio a disorientare il feroce predatore: un flash-mob ittico ed equoreo, turbinoso e lieve come la resistenza gioiosa e pacifica delle piazze d’Italia al Leviatano dell’odio, dell’arroganza, della sopraffazione.

L’ironia delle sardine catanesi

Una resistenza che sarebbe piaciuta al Mahatma Gandhi, che Dio l’abbia in gloria con le vacche sacre del suo paese e con gli sciami d’insetti amorosamente risparmiati dai devoti jainisti, dalle bocche accuratamente bendate per evitare d’inghiottire quelle minime, e nel loro piccolo sacre, esistenze. Nel loro piccolo: delle “Piccole Persone” scrisse Anna Maria Ortese, intendendo gli animali, anche i più irrilevanti e mettendoli al centro del suo universo speculativo e narrativo; e nel suo ultimo romanzo scriveva: «Ma il Mondo, Signore, solo apparentemente è l’Utile e il Visibile. Dietro i suoi confini scintillanti, nelle profonde notti d’estate, regnano l’Inutilità e la Grazia, la Gioia e la Dolcezza assoluta. Tutto ciò che è eterno, che conforta quanti attendono nella disperazione, tutto ciò che è piccolo e che è in attesa del Padre». E c’è un verso di Federico Garcia Lorca, nel Lamento per Ignazio, che mi torna sempre alla mente, e m’incanta: “avisad a los jasmines con su blancura pequeña”, ditelo ai gelsomini col loro piccolo bianco…

Piccolo: come una lucciola, come un gelsomino, come un’umile sardina, come un gesto di delicatezza, come un sorriso mite che si apra inatteso su quest’inferno di brutalità e d’ingiustizia.

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