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La “follia” della Croce di Pasolini

Blog «Dio, perché ci hai abbandonati?», gemeva una delle vittime sacrificali di quel terribile film che fu "Salò". E nel grido disperato del Cristo-uomo sulla croce potrebbero compendiarsi lo “scandalo” dell’inquieta eterodossia pasoliniana e quello ancor più vistoso della sua esistenza, “diversa” ed estrema, votata ai margini e agli azzardi, crocifissa a un inesorabile destino di strazio dell’anima e del corpo

«Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere; / del mio paterno stato traditore / – nel pensiero, in un’ombra di azione – / mi so ad esso attaccato nel calore / degli istinti, dell’estetica passione; / attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è per me religione / la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua / coscienza…».

Giorni fa, il 5 marzo, cadeva l’anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Per ricordarlo, mi pare che questa dichiarazione in versi, consegnata nel 1954 alle ceneri di Gramsci, riassuma tutta la sfida e tutto il dramma che diedero vita (e la danno oggi più che mai) al “caso Pasolini”. Coscienza e istinto, lotta e “allegria”, “classe” e sottoproletariato, etica ed estetica, razionalismo illuminista e vitalismo romantico, dialettica marxista e cristianesimo laico, “naturale”: inutile dire che, fra i poli antitetici di queste contraddizioni incise nella sua carne, Pier Paolo Pasolini inclinava – e sia pure conflittualmente – verso i secondi termini di ognuna di queste antitesi.
I contadini friulani, poi i borgatari del Lumpenproletariat romano, infine i “dannati” del Terzo mondo: la sua utopia di primigenia e incorruttibile purezza assunse successivamente questi volti, via via che la piovra dell’omologazione (denunziata nel memorabile articolo del “Corriere” sulle lucciole) fagocitava quei mondi assimilandoli all’“universo orrendo”. L’innocenza dei corpi, e del sesso, si velò allo stesso modo di crudeltà e peccato: basta confrontare l’allegra, sana fisicità del Decameron cinematografico o delle Mille e una notte a quel testamentario Salò che l’amico Sciascia vide senza poterlo condividere, ma patendone la lacerante “disperazione”.
«Dio, perché ci hai abbandonati?», gemeva una delle vittime sacrificali di quel terribile film. E nel grido disperato del Cristo-uomo sulla croce potrebbero compendiarsi lo “scandalo” dell’inquieta eterodossia pasoliniana e quello ancor più vistoso della sua esistenza, “diversa” ed estrema, votata ai margini e agli azzardi, crocifissa a un inesorabile destino di strazio dell’anima e del corpo. La blasfema crocifissione di Stracci, l’affamato borgataro della Ricotta che muore d’indigestione mentre impersona il ladrone in un film sulla Passione di Cristo, reincarna perciò la “follia” della Croce altrettanto legittimamente che il cadavere sconciato di Pasolini, in croce sulla rena dell’Idroscalo.
Ogni tempo reinventa i simboli della fede, se questa non preferisce sclerotizzarsi nei catechismi e nelle chiese; e rimette in scena il tremendo archetipo del sacrificio divino, ma serbandone intatto lo “scandalo”, ovvero la morte impotente da emarginato d’un Dio che si accompagnava ai reietti.

Pasolini vivo porta Pasolini morto, opera dell’artista situazionista Ernest Pignon-Ernest

Questo paradosso il laico Pasolini lo capì (e non è stata la cultura laica, nel Novecento, a darci pagine di autentica fede assai più che la dottrina di questa o quella chiesa?) e lo incarnò coraggiosamente. Una sola volta l’ho incontrato di persona, ma nell’immagine che me n’è rimasta credo si siano magicamente cristallizzati una “figura”, un destino.
Girava per via Etnea in cerca di comparse – credo – per i Racconti di Canterbury: lo intercettò il mio collega Giovanni Salmeri, lo pregò di subire un incontro improvvisato nel Palazzo centrale dell’università. In meno di un’ora, grazie al tam-tam telefonico, assiepammo un’aula: e lì ebbi il privilegio e il dispiacere di vederlo consegnarsi, con un sorriso mite e con parole garbate e dolenti, alle requisitorie arroganti e ignoranti di certi rivoluzionari da operetta che oggi hanno fatto il salto della quaglia. “Populista”, gli gridavano quei marxisti a quel tempo tetragoni e trinariciuti: una parola che allora aveva assunto connotazioni oltraggiose grazie al sopravvalutato e fazioso Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa, ad onta del meraviglioso apostolato dei populisti della santa madre Russia; una parola che ancor oggi è usata a vanvera, assimilando l’indignazione alla demagogia.
Lui mi parve allora, e ancor oggi mi appare, una vittima sacrificale, un testimone dilaniato, votato al martirio. E m’è rimasto negli occhi il suo sguardo di quel giorno: docile e sperduto, timido e pieno di grazia come quello della giovane Maria che nel Vangelo secondo Matteo esibiva a un corrucciato Giuseppe il suo ventre gravido e la sua silenziosa richiesta di perdono, di aiuto, d’amore.

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