venerdì 14 dicembre 2018

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Today is good, integrare attraverso il linguaggio universale della musica

Siciliani a colori

Il progetto dell'ingegnere italiano Francesco Iannuzzelli e della docente inglese Rachel Beckles Wilson doveva "limitarsi" a un laboratorio musicale rivolto ai minori dei Centri di accoglienza siciliani. Ne è venuto fuori un disco originale di 11 brani, scritti e musicati interamente da sei giovani migranti, in cui hanno racchiuso le loro storie e i loro sentimenti


di Emilia Rossitto

Bastano sei ragazzi, un uomo ed una donna, per concentrare il mondo in una stanza. E ad aprire quella finestra dalla quale osservare quanto incredibile possa essere far confluire culture diverse, da quella europea a quella africana, ci hanno pensato Francesco Iannuzzelli e Rachel Beckles Willson: ingegnere Italiano lui, inglese e docente universitaria di musica lei.

Francesco Iannuzzelli,  Djali  e Rachel Beckles Willson

Sono stati loro a dare vita, nell'ultimo anno, a Today is good, un progetto ma anche una canzone, frutto dell'incontro avvenuto con sei giovani richiedenti asilo nei centri di accoglienza per minori non accompagnati siciliani: si tratta di Testimony, Efosa, Wisdom, Abdoulie, Djelimakan e Amadou.
Francesco e Rachel condividono una grande sensibilità quando si parla di volontariato, ed hanno uno sguardo che da diverso tempo è rivolto all'integrazione. Ed è così che nasce il loro percorso, forse anche un viaggio metaforico e non solo letterale, che hanno deciso di intraprendere a Siracusa con grande passione e senza un'ambizione ben specifica, se non quella di educare ed integrare attraverso un linguaggio universale: la musica.

Un momento del laboratorio da cui è nato Today is good!

Le hanno abbattute così le barriere del pregiudizio, perlomeno alcune. Sono partiti dai Centri di accoglienza della Sicilia orientale e della Calabria, hanno incontrato molti occhi, condiviso storie ed emozioni. Sono stati a Cosenza, Palermo, Catania e Scicli, ma dicono che a Siracusa hanno scoperto «una realtà molto ricca». Proprio nella città aretusea sono riusciti a trovare anche l'appoggio di associazioni come Accoglierete ed Emergency.
«È a Siracusa che nasce anche la figura del tutore – spiega Rachel -, si tratta di una realtà che poi si è diffusa in tutta l'Italia e che rende possibile diventare un sostegno concreto per i minori non accompagnati. Medici ed avvocati ci hanno dimostrato di essere molto impegnati sul territorio, noi però siamo musicisti – aggiunge - ed attraverso la musica avviene il nostro incontro con i ragazzi. Il nostro prossimo obiettivo sarà aprire un centro di orientamento, integrazione, aiuto ed educazione nella zona della Borgata, rimanendo in città».

Efieasy, uno dei ragazzi che ha partecipato a Today is good!

Si potrebbe dire che ciò che li ha spinti ad intraprendere questo percorso sia tutto concentrato in una frase pronunciata da Rachel; «la nostra vita da bianchi è una cosa troppo semplice, non sappiamo nulla della guerra, ne sentiamo solo parlare, la cosa non ci riguarda».
E invece la guerra, la traversata, i sentimenti e i ricordi, i giovani migranti che hanno partecipato al progetto di Francesco e Rachel li hanno messi dentro le canzoni che hanno composto, scrivendo il testo, che a volte è stato scritto anche in cinque lingue diverse, e la musica.
Sono nate così Today is Good!, With my Ladies, Mama tell me what I mean to me, Love you so, Always fighting in my dream, Hollen Ma, The Gambia, Mayoumako, Saya, One More time, Ho lasciato il mio paese: le undici canzoni che compongono anche il disco "Today is good".

Alcuni dei ragazzi che hanno preso parte al progetto Today is good

Francesco spiega come «ogni riferimento non è mai casuale, in una frase che per noi magari non vuol dire niente c'è dentro un'esperienza, a volte dolorosa, che i ragazzi hanno vissuto in Libia». Dei ragazzi che hanno partecipato al progetto incontriamo Djali (nome d'arte di Djelimakan) che è arrivato dal Mali, uno Stato dell'Africa occidentale in cui è in corso una guerra civile.
Il suo sguardo anticipa tutto quello che ha da raccontare, ma che sa esprimere meglio attraverso la musica. Il suo brano parla della morte dei suoi genitori, del viaggio, della guerra. Riesce a parlarne quasi con disinvoltura, e dietro i lucciconi che gli compaiono negli occhi visibilmente commossi c'è tutta la saggezza e la profondità della sua esperienza. Ma Djali trova anche il tempo di ridere, soprattutto dei bianchi che hanno paura dei neri, semplicemente perchè lo trova assurdo.

Amadou Ourybay

«Esistono persone cattive in ogni parte del mondo – dice Djali – che sia l'Europa o l'Africa. Avere la pelle nera non significa essere cattivi». Quando parla di se stesso al passato, riferendosi a prima del suo attuale lavoro in un ristorante di Ortigia, dove ha anche affittato un appartamento; prima dei tanti centri di accoglienza che ha girato in Sicilia, fino ad arrivare a Canicattini dove ha incontrato Francesco e Rachel, e prima del viaggio, Djali usa spesso il verbo «scappare».
«La gente scappa perchè non ne può fare a meno – racconta il ragazzo-. Se non lavori non sopravvivi, chi è malato non può lavorare e muore senza l'aiuto di nessuno, altre volte lavori tutta la giornata e poi non ti pagano. Ti trattano come uno schiavo. La gente scappa, ma è difficile anche scappare. Il viaggio è difficile ed è impossibile dimenticare cosa e chi hai lasciato dietro di te».
Djali lo racconta con le stesse parole che ha utilizzato nelle sue canzoni, e come sottolinea Francesco «è un messaggio rivolto anzitutto alla sua gente, per smontare l'illusione che sia facile affrontre il viaggio verso l'Europa. Come a voler dire che, anche se poi ce la fai, devi ricordarti da dove vieni».
E infatti Djali, nonostante quello che ha vissuto, rinuncia alle sue radici, alle sue tradizioni che continua a considerare fondamentali, e che continua a coltivare anche con le canzoni che ha scritto.

«In Mali c'è una gerarchia secondo la quale i musicisti sono di alto rango – spiega Francesco -. La musica viene utilizzata anche per tramandare le tradizioni, riveste un ruolo molto importante: chi fa musica diventa anche una guida per tutta la comunità. Una differenza abissale con l'Oriente, dove in alcuni paesi viene addirittura ritenuta peccaminosa, e a volte è censurata. Djali vorrebbe far arrivare in Italia gli strumenti tipici maliani, e noi gli auguriamo di riuscirci».
Today is good è nato come un laboratorio che Francesco e Rachel hanno proposto nei centri di accoglienza, e dove non si aspettavano di trovare ragazzi che, dopo alcuni attimi di titubanza, hanno subito sviluppato delle idee molto chiare.

Il live di Siracusa

«Abbiamo iniziato con i laboratori ma i ragazzi hanno voluto subito trovare una studio di registrazione per poter trasferire on line le canzoni ultimate – raccontanoFrancesco e Rachel -. Quando abbiamo incontrato i ragazzi, un anno fa, erano tutti minorenni e quattro di loro non avevano mai avuto alcuna esperienza in ambito musicale. È straordinario quello che sono riusciti a realizzare. Adesso dobbiamo gestire la loro ambizione, perché non sono del tutto pronti per esibirsi su ogni tipo di palcoscenico. Finora hanno cantato al Naka di Siracusa, al Naka e al Centro Zo di Catania, ma probabilmente presto ci saranno altre tappe».
Rachel e Francesco hanno racchiuso in un cd i brani nati nel corso del progetto, provando ad offrire ai ragazzi l'opportunità di diventare in un certo senso anche produttori di se stessi. I profitti delle vendite del disco (disponibile sulle più popolari piattaforme digitali) sono totalmente destinati ai giovani musicisti che, per l'occasione, sono stati registrati ufficialmente come autori. «In Inghilterra produrre i proprio brani tramite internet è più semplice – conclude Francesco –. Non ci aspettavamo che il nostro progetto educativo si trasformasse in un cd, ma è importante anche coltivare la creatività dei ragazzi».


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 28 settembre 2018
Aggiornato il 08 ottobre 2018 alle 14:12





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