Siracusa la città delle donne che dicono no alla guerra degli uomini

Recensioni C'è l'Euripide più antimilitarista nelle due tragedie della 55esima stagione classica dell'Inda. Ha aperto le danze la multiforme e poetica visione della scena di Davide Livermore che ha ridato, nel bene nel male, a "Elena" la dignità di donna, mentre Muriel Mayette-Holtz con "Le troiane" ha dato alla parola delle donne il potere di contraddire l'ineluttabile violenza maschile

Donna, tutto si fa per te ma non certo per piacere a te. Ci sono le donne al centro della 55esina stagione classica che l’Istituto nazionale del dramma antico ha portato al Teatro greco di Siracusa sull’onda della nuova direzione artistica in mano al sovrintendente Antonio Calbi. Sono donne forti quelle che il teatro siracusano vuole raccontare, che vanno ben oltre il mandato maschile della Grecia antica della vita da reclusa in casa nel gineceo, pur appartenendo a nobili casati. Donne, soprattutto, che hanno il coraggio di non accettare, anzi di ripudiare, le regole belliche imposte dagli uomini, della guerra come unica soluzione per tutte le controversie.

La parte tragica della stagione 2019 dell’Inda si affida a Euripide, dei tragici drammaturghi greci più rappresentati certamente colui che ha una visione più moderna, dove le vicende umane alla base dei tragici racconti sono visti come segno di umana debolezza. Un drammaturgo, Euripide, segnato dalla interminabile guerra del Peloponneso che vide contrapposti ateniesi e spartani, che lo porta quasi a dubitare della perfezione dell’Olimpo divino, e che ha messo l’uomo al centro di ogni decisione. Il “moderno” Euripide ha aperto spiragli di novità guardando alla condizione di chi non vantava diritti, le donne, innanzitutto, così come gli stranieri. Ecco che vanno in scena nelle prime due repliche “Elena”, con la regia di Davide Livermore, ritratto della donna “tout court” tra pregi e difetti; e “Le troiane”, con la regia di Muriel Mayette-Holtz, il grido di dolore delle donne contro le assurdità degli uomini. A giugno seguirà la proto-femminista “Lisistrata” di Aristofane, con la regia di Tullio Solenghi.

Laura Marinoni è Elena nell'omonima tragedia, foto SicilyMag

Un po’ sulla falsariga di quanto accaduto con la direzione di Roberto Andó con “Sette contro Tebe” di Marco Baliani e “Fenicie” di Valerio Binasco nel 2017 e “Eracle” di Emma Dante e “Edipo a Colono” di Yannis Kokkos nel 2018, anche nel 2019 la parte tragica del Teatro Greco, ha voluto, in chiave bipartisan, offrire due letture tanto diverse quanto complementari di quella che è la rappresentazione contemporanea del teatro classico. Da una parte la licenza di eccedere della “fantasia al potere” nella messinscena di Davide Livermore, uomo della lirica, sia cantata che diretta, prestato al teatro di prosa; dall’altra l’accademica e rigorosa dominanza della parola, sia recitata che cantata, nella regia della francese Mayette-Holtz, unica forza delle donne contro l’ineluttabile tragedia. “Le troiane”, a rigor di logica, avrebbero dovuto precedere “Elena” nella sequenza delle repliche al Teatro Greco, e non solo perché l’opera nasce qualche anno prima – il 415 a.C. contro il 412 a.C. -, ma anche perché la militante durezza d’impatto dell’attacco di Euripide alla criminale ferocia della guerra, ben rappresentata dal cast de “Le troiane” della Mayette, andava mitigato con la leggiadria e la colta ecumenicità di Livermore nel rappresentare la sua “Elena”. E’ il miele che mitiga il sapore amaro del fiele e non viceversa.

Maddalena Crippa (Ecuba in Le troiane), foto Ballarino

Elena

Comunque sia, “Elena” giovedì 9 maggio ha aperto le danze – è proprio il caso di dirlo vista la coreografica messinscena -, e a giorni alterni andrà in scena fino a sabato 22 giugno. Quando di bellezza si ferisce, di bellezza si perisce, è nella natura delle cose. E quando si parla di bellezza, tutto appartiene alle donne, tutto e il suo contrario. Elena è la più bella, la più desiderata, ma Elena è anche considerata la causa della guerra rovinosa che distrusse Troia per mano dei greci. Elena è da amare e da odiare nello stesso tempo. Vittima di una congiura muliebre, essa stessa – la dea Era ne invia a Troia al seguito di Paride un fantasma “fatto di cielo” tale e quale a lei per vendicarsi della scelta di Paride che le preferì Afrodite -, ma innanzitutto donna che in quanto figlia di Zeus e di Leda, ha dalla sua l’astuzia e l’arte della seduzione.

Menelao (Sax Nicosia) e Elena (Marinoni), foto SicilyMag

Poteva Euripide farsi sfuggire l’occasione e riprendere a modo suo il mito di Elena “usandola” per scagliarsi contro l’assurdità della guerra? E’ un messaggio quasi moderno quello del drammaturgo tragico greco, che nel 412 s. C. era così stanco della interminabile guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene che con il suo messaggio antimilitarista, l’ateniese di sangue Euripide bacchetta gli spartani che avevano messo a ferro e fuoco una città, Troia appunto, solo per il rapimento di una donna, Elena. Il raziocinio delle parole soppiantate dall’emotività foriera di violenza.

Elena e il suo doppio allo specchio, foto SicilyMag

Non è certamente un femminista Euripide ma affida alle donne il compito di smontare la maschilista propaganda bellica. E lo fa con una tragicommedia, derisoria delle istanze degli uomini, dove Elena, la protagonista, si confronta con il suo doppio, il fantasma di cielo fatto che Era (che parteggiava per i greci) mandò a Troia affinché venisse distrutta, come in effetti fu. In questo gioco delle parti, tra realtà e finzione, tra verità e fake news diremmo con un linguaggio contemporaneo, si butta a capofitto il regista torinese Davide Livermore per la sua messinscena. Quale elemento migliore dell’acqua, quindi, poteva soggiacere a questo confronto continuo fra la Elena carnale e quella virtuale che, alla fine, ha sortito gli effetti voluti da chi non aveva certo interesse alla pace? L’acqua riflette, l’acqua è specchio, l’acqua non è mai ferma, è movimento, non è mai la stessa. La scena voluta dallo stesso Livermore vede l’acqua invadere tutto, rappresenta il Nilo di quell’Egitto dove la donna era finita grazie ad Ermes, e dove era voluta in sposa dal re Teoclimeno, figlio di Proteo la cui tomba sta al centro quasi a delimitare il quadro di azione della donna. Su un grande schermo che domina la scena, il mare e il cielo sono protagonisti – grazie all’egregio lavoro di video design del team D-Wok -, e fanno quasi da rilevatore del clima generale della scena, tetro e magmatico a tratti, disteso e in divenire, in altri.

Simonetta Cartia è la profetessa Teonoe, foto SicilyMag

In questa narrazione al femminile, Laura Marinoni, che incarna – ne ha il physique du rôle -, l’ambiguità muliebre della protagonista, ha gioco facile a cambiare registro, dal tragico iniziale al seduttivo ruolo dell’ammaliatrice che senza colpo ferire tiene in pugno due uomini cavalier serventi, da una parte il marito Menelao approdato naufrago in Egitto, dove la regina in effetti si trova, un re un po’ tontolone, vittima degli eventi ed anche troppo fiducioso della veridicità delle parole della ritrovata consorte (ben rappresentato dall’attore ennese Sax Nicosia); e dall’altra il re egiziano Teoclimeno (molto bravo Giancarlo Judica Cordiglia) pretendente della mano (e non solo) della straniera, che Livermore rappresenta come un re Sole più apparentato ad un lezioso cicisbeo che ad un capo di Stato.

Marinoni e Judica Cordiglia (Teoclimeno), foto SicilyMag

Tutto scorre in “Elena”, l’acqua è comunicazione, anche se la serva (una divertente Mariagrazia Solano) urla senza neanche troppo convincimento, al naufrago Menelao “i porti sono chiusi”, cacciandolo. Oh, no, pure al Teatro Greco di Siracusa i porti sono chiusi? Il pensiero corre immediatamente all’intrepido ministro degli Interni Matteo Salvini ed al suo mantra elettorale: che abbia letto Euripide per coniare il suo “claim” politico-pubblicitario? Ne dubitiamo fortemente, non ne ha la caratura, ma di certo il nostro baldanzoso ministro avrà cominciato a canticchiare “Lo mandi un bacione a Siracusa”…

Mnenelao (Sax Nicosia) e il relitto della sua nave, foto Centaro

Livermore si diverte a mettere in mezzo tutto il suo scibile in fatto di scena, forte della sua esperienza nel teatro lirico, ed ecco che “Elena” spazia amabilmente tra il registro tragico e quello dell’opera buffa del Settecento – è un cameo incantevole la figura della profetessa Teonoe rappresentata dalla siracusana Simonetta Cartia, in scena (tra parola e gorgheggio) con parruccone e abito barocco –, tra il melodramma e la commedia hollywoodiana. La musica è protagonista di questa “Elena”, affidata all’estro di Andrea Chenna, non c’è un minuto di vuoto, anche se in scena c’è solo un’arpa. Anche l’acqua, grazie ai sensori, ha il compito di emettere suono. La musica barocca cede il passo alle danze popolari ed alla musica elettronica. Tutto è ritmo, soprattutto nei movimenti del coro (Bruno Di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Marouane Zotti), torsi nudi e lunghe gonne nere immerse nell’acqua, che alternano drammaticità e commedia nel loro pieno endorsement alla giusta fuga di Elena e Menelao con la nave fornita dallo stesso Toclimeno. E’ siderale in tutti i sensi la comparsa dei Dioscuri, Castore e Polluce, in femminei abiti bianchi (bellissimi i costumi di Gianluca Falaschi), in quel richiamo all’assolutezza che mette d’accordo umano e divino, un deus ex machina degno di un kolossal. Nella grande contaminazione di Livermore c’è anche la grande commedia americana di Hollywood – sembra quasi di assistere ad un film di Billy Wilder nei divertenti siparietti tra Elena e Menelao conditi da appassionati baci -, anche se il finale non è necessariamente un happy ending.

Il coro, foto Franca Centaro

Elena vbecchia, i Dioscuri e Teonoe, foto SicilyMag

L’acqua del videowall si tinge di rosso, un drammatico canto di una profuga sopravvissuta al mare strappa una lacrima, il mare dà e il mare toglie. Elena si ritrova vecchia e canuta, e guarda indietro alla sua vita, e alla domanda di sempre – a Troia c’era lei o il fantasma fatto di cielo che scatenò la guerra? – «Io mi chiamo Elena» è l’unica risposta che poteva dare. Il pubblico siracusano ha apprezzato con numerose interruzioni e un lungo applauso finale.

Marinoni e Sax Nicosia, foto SicilyMag

Le troiane

Con Muriel Mayette-Holtz la tragedia basta a sé stessa, non ha bisogno di altro. Il teatro è stracolmo per “Le troiane” (in scena dal 10 maggio a giorni alterni fino al 23 giugno), la tragedia delle donne, donne che fanno gruppo, diventano popolo a sé, anche perché, ne “Le troiane”, mancano appunto gli uomini, i troiani, sterminati dai greci. C’è un dramma da raccontare, e la consapevolezza delle donne di essere superstiti di una tragedia. Il loro popolo ha perso ed ora si deve confrontare con l’arrogante superiorità dei vincitori che aggiunge tragedia su tragedia ed affida ogni donna ad un loro condottiero. Non c’è pietà negli occhi e nelle parole dei greci.

Crippa, Graziano Piazza, Viola Graziosi, foto Ballarino

Paolo Rossi è Taltibio, foto SicilyMag

Taltibio, araldo di Agamennone, ha il volto insensibile di Paolo Rossi. Da lui verranno solo parole di morte e di sopraffazione, con lucida e tragica razionalità vorrebbe quasi il consenso di Ecuba (una ieratica Maddalena Crippa), la regina troiana, ad accettare la sconfitta, e il destino di diventare schiava di Odisseo. E’ lui che comunica la volontà greca del sacrificio del piccolo Astianatte (un vivacissimo Riccardo Scalia), figlio di Andromaca (una convincente Elena Arvigo) e del defunto Ettore, perché i greci non possono permettersi il lusso che il bambino cresca e mediti la vendetta del padre. Non aspettiamoci da lui né parole né gesti comici, Rossi prende seriamente le consegne del suo personaggio. In questo clima tragico, la scena, affidata all’architetto Stefano Boeri, è da day after. Gli abeti della Carnia ferita dalla tempesta di vento dello scorso ottobre, si ergono nuovamente per rappresentare quell’alito di vita che viene anche dalle cose apparentemente senza futuro.

Elena Arvigo (Andromaca), foto Maria Pia Ballarino

Il messaggio, però, che viene dalle donne, le troiane ormai senza più nulla a cui appigliarsi, è che dalle donne comunque viene la vita, una voce corale contro l’insensatezza della guerra, l’orgoglio di un eroico sacrificio ad accettare la nuova schiavitù imposta dalla guerra. Maddalena Crippa si affida ad una voce grave, un po’ salmodiante, intervallata da sofferti canti, per ribadire, che le gesta degli uomini questa volta hanno raggiunto l’eccesso. La scelta registica di tenere bassi i microfoni, però, non l’aiuta, e talvolta il tono basso, emesse da una donna a spesso distesa col capo chino rivolto alla terra, fa perdere le parole.

Maddalena Crippa (Ecuba), foto Franca Centaro

Accanto a lei la figlia Cassandra (la giovane e follegiante Marial Bajma Riva anche lei conscia del suo ruolo di donna dell’imponderabile), mai doma profetessa inascoltata; Andromaca, che Elena Arvigo riesce a far diventare co-protagonista con Ecuba grazie ad una interpretazione appassionata – “A che serve far uccidere un bambino” urla quando tentano di strapparle dalle braccia Astianatte -; e il coro delle troiane – il giovane coro dell’Accademia dell’Inda -, che accompagnano fra urla e canti degni una messa pop degli Anni 70, l’incedere delle vicende (un punto debole di questa messinscena sono proprio le musiche di Ciril Giroux che non aggiungono carattere alla protagoniste della vicenda); e poi, infine, Elena (Viola Graziosi), semi nuda per rappresentare l’idea della donna causa di tanto male per semplice voglia di lussuria. I pochi uomini in scena non sono protagonisti. Taltibio a parte, Poseidone (Massimo Cimaglia) è una meteora iniziale, e Menelao (Graziano Piazza) è ancora una volta un condottiero che non vuole approfittare della sua condizione di forza e finisce per non infierire neanche sulla moglie Elena, nonostnate non sia convinto della sua sincerità.

Marial Bajma Riva è Cassandra, foto Maria Pia Ballarino

Graziano Piazza (Menelao in Le troiane), foto Ballarino

Viola Graziosi è Elena in Le troiane, foto SicilyMag

La staticità della messinscena di Muriel Mayette-Holtz viene compensata dalla scelta registica di occupare l’intero teatro, con gli attori che salgono e scendono dalle scale che dividono i vari settori della cavea del Temenite. Il finale si anima quando alle spalle del bosco morto dei troiani si alzano alte le fiamme che distruggono definitivamente Troia. E la scena più bella è quando le ragazze del coro, fino a quel momento bianchi fantasmi coperti di polvere come fossero sopravvissuti di un 11 settembre della storia, seguono le indicazioni di Ecuba e depongono gli abiti sul piccolo Astianatte che la nonna aveva posto sullo scudo del padre Ettore a mo’ di giaciglio funebre. Una selva di tuniche rosse aggiungono tinta tragica all’esito ineluttabile della vicenda. Il grido di dolore delle donne è stato elevato. Adesso sta agli uomini raccoglierlo. Applausi a scena aperta per tutti i protagonisti.

Ecuba e Astianatte (Riccardo Scalia) morto, foto SicilyMag

Le troiane rendono omaggio ad Astianatte, foto SicilyMag

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