Davide Livermore, il lapalissiano: «Elena e il suo simulacro, che dramma giocoso»

Teatro Il regista torinese a Catania, ospite dell'Università, per presentare la sua "Elena" di Euripide, protagonista Laura Marinoni, che dal 9 maggio apre la 55esima stagione dell'Inda al Teatro Greco di Siracusa: «Il teatro è palestra di verità e semplicità. Euripide sperimentava, "Elena" è un meraviglioso ibrido di tragedia e commedia, ci trovi gli archetipi di Opera buffa e Opera lirica»

«Amo incontrare i giovani. Ho anch’io dei figli, conosco lo scollamento tra teoria e pratica che voi vivete e la disillusione delle nuove generazioni nei confronti del futuro. Detto questo, però, o si piange o si vive! Da quel momento passa a voi la responsabilità. E il teatro è il luogo migliore della nostra società, l’ultimo baluardo della resistenza morale che tocca anche a voi difendere”.

Così ha esordito
Davide Livermore – regista dell’Elena di Euripide al Teatro Greco di Siracusa in scena dal 9 maggio per la 55esima edizione degli spettacoli classici dell’Istituto nazionale del dramma antico – rivolgendosi agli studenti che giovedì mattina gremivano il Coro di Notte del Monastero dei Benedettini di Catania durante l’incontro organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo catanese (Disum) diretto da Marina Paino, che ha fatto gli onori di casa insieme con Stefania Rimini (docente di Discipline dello Spettacolo) – per la quale l’occasione di dialogo con Livermore «è un momento concreto ed esaltante all’interno di una cultura fluida e plurale» -, e con la musicologa Maria Rosa De Luca, a cui è andato il compito di illustrare le finalità dell’appuntamento dal titolo «Reinventare la regia. L’Elena secondo Davide Livermore», diventato «quasi un format – ha detto – dopo il successo dei precedenti, come il seguitissimo incontro della scorsa stagione con Emma Dante per la sua messa in scena dell’”Eracle”». Al fianco del regista torinese, in qualità di Consigliere delegato dell’Inda, Mariarita Sgarlata ne ha sciorinato in sintesi il prestigioso curriculum, mentre ha ribadito la vocazione internazionale dell’Inda.

Da sinistra Maria Rita Sgarlata, Davide livermore, Stefania Rimini e Maria Rosa De Luca

Artista poliedrico, meglio ancora “artigiano” come lui ama definirsi,
Livermore debutta diciannovenne da tenore lirico leggero e canta a fianco di Placido Domingo, José Carreras, Luciano Pavarotti, Mirella Freni, per poi costruire un percorso professionale complesso fatto di svariate esperienze in veste di regista, scenografo, costumista, ballerino, sceneggiatore, lighting designer, insegnante e scrittore (fresco di stampa è il volume a quattro mani con Rosa Mogliasso “1791 – Mozart e il violino di Lucifero”). Diretto tra gli altri da Zubin Metha, Luca Ronconi, Andrei Tarkovsky o Zhang Yimou, è attivo come regista d’opera e di prosa dal 1999 e riveste incarichi prestigiosi nella direzione di enti e teatri lirici internazionali. Tra i suoi allestimenti più recenti, spiccano i “Vespri siciliani” per i 150 anni dell’Unità d’Italia al Teatro Regio di Torino e quelli per la Scala di Milano, dal “Don Pasquale” all’“Attila” – che ha inaugurato la stagione -, entrambi diretti da Riccardo Chailly, e il recentissimo “Lakmé” di Leo Delibes alla Royal Opera House di Muscat in Oman.

Davide Livermore ai Benedettini di Catania

Personalità umana e artistica travolgente, Livermore per più di due ore ha sollecitato gli studenti dell’Ateneo catanese con passione e generosità e lo ha fatto da par suo nell’accezione più versatile del player – recitando, cantando in duetto con una studentessa volontaria, solfeggiando, suonando il pianoforte -, mentre serviva battute a raffica (coinvolto pure il calcio: lui tifoso del Toro e avversario della Juve), e citazioni musicali e cinematografiche di grande respiro, da “Storia di un minuto” della PFM al rapper Guè Pequeno ai Pink Floyd di “Fearless”, dal film “Guerre stellari” di George Lucas a “Dune” di David Lynch, per esemplificare alcuni aspetti della sua poetica e del suo universo registico. Importantissima per i giovani, a suo avviso, l’esperienza teatrale, l’unica da cui può partire una seria “rivoluzione sociale” e in particolare quella del teatro lirico – spettacolo “totale” per il coinvolgimento di tutte le discipline -, che rappresenta la dimensione più alta e autentica dell’arte. Evocato più volte nel corso del brillante incontro, Monsieur de La Palisse diventa quasi il Convitato di Pietra a cui Livermore finge di fare spazio tra le poltrone.

«Lapalissiano è il fatto che, nel teatro lirico, se uno è intonato è intonato, se è stonato è stonato. La musica è matematica e in quel campo non si può bleffare – ha chiosato -. Amate il teatro perché è palestra di verità e di semplicità. Non è vero, come ha detto qualcuno, che con la cultura non si mangia. Il teatro è rito collettivo, crea relazioni, consegna utopie e ci proietta nel futuro, anche da un punto di vista economico. Gli artisti hanno una grande responsabilità. Il mio privato deve sparire di fronte alla mia responsabilità collettiva di artista».

E il teatro è anche memoria, trasmissione di identità, consapevolezza del passato. «
Oggi il più grande errore è quello di non coltivare la memoria. Tutto si cancella facilmente. Viviamo in una dimensione di Alzheimer! La mia generazione ha vissuto le grandi stragi politiche e delle connivenze mafiose, da Via Fani alla strage di Capaci. Abbiamo il dovere di conservarne la memoria in modo costante e costruttivo».

Dal teatro lirico alla prosa e alla tragedia classica con la messa in scena di
Elena, Livermore assicura che unico è il principio a cui sempre si affida: prendere il testo e porsi al suo servizio. «Non sono io a comandare, è il testo che comanda. Certo, è facile e funziona fare le furbate – ironizza -. Metti una violenza sessuale in proscenio, ambienta un’opera su Marte (come per la recente “Bohème” all’Opera di Parigi) e vedrai che funziona e che tutti ne parlano! Ma è una furbata». Ciò non esclude però che alcune opere possano attualizzarsi. «Dipende sempre da quello che l’autore voleva dire. Se ambiento su Marte la Bohéme faccio una cosa inutile perché a Puccini interessano solo i sentimenti. Se attualizzo i Vespri siciliani, dal momento che lo stesso Verdi vuole mandare un messaggio politico ai suoi connazionali, allora sono autorizzato a trasferirlo in un’altra epoca. In un allestimento del 2011 al regio di Torino ho ambientato i Vespri proprio nella nostra attualità e ho parlato di tv spazzatura, di politica senza faccia, di connivenze criminali».

Quale sarà, perciò, la chiave per affrontare la regia per l’
Elena di Euripide? «Sensibilità, fantasia e onestà intellettuale: sono le dimensioni del mio universo di “artigiano” del teatro. Ecco, con questa mia “Elena” mi assumo la responsabilità di far ridere e di far piangere».

Perché di opera eterogena si tratta, a giudizio del regista, che non esita a definirla un
crossover. «Non la si fa da 40 anni e non a caso. È un dramma giocoso, un meraviglioso ibrido di tragedia e di commedia. E noi, imbevuti di cultura borghese, temiamo la risata quando questa esce fuori dagli spazi canonici in cui l’abbiamo racchiusa. Abbiamo un grande pudore del ridere, viviamo per paure. Dare via l’anima e aprire il cuore è cosa complessa per chi vive nelle convenzioni borghesi. Siamo un po’ come i negozi FNAC, con i loro reparti perfettamente divisi».

La tragedia di Euripide lo induce a mettere a confronto le due versioni del mito di Elena e questo parallelismo crea dissonanze giocose. «Quando Elena esordisce dicendo che quella che inseguiva Paride a Troia e abbandona il marito non era lei ma
“un fantasma fatto di cielo” – commenta il regista – in qualche modo sta servendo una “supercazzola” gigantesca, un autoinganno che amplifica il messaggio antimilitarista e lo sconcerto di tutti i protagonisti per l’assurdità di una guerra sanguinosissima».

Nella tragedia che Euripide rappresentata per la prima volta nel 412 a.C.,
Elena, la donna a causa della quale scoppiò la guerra di Troia, in realtà non è mai andata in quella città. La dea Era aveva infatti creato un “fantasma” in tutto simile a Elena. Il fantasma era andato con Paride a Troia, mentre la vera Elena era stata nascosta da Ermes in Egitto, ospite del re Proteo. «In questa tragedia rintraccio tanti archetipi – spiega Livermore – In primo luogo l’Opera Buffa settecentesca, con i tre personaggi del primo amoroso, del secondo amoroso e del vecchio; in secondo luogo la straordinaria armonia degli ariosi (tempi dell’anima) e dei recitativi (tempi dell’azione) tipici dell’Opera lirica».

Grande sarà nell’allestimento il ruolo della musica perché la tragedia è uno spettacolo globale. «Ho lavorato con Andrea Chenna per trasformare il palcoscenico in un grande spazio musicale disseminato di sensori che restituiscano quella ‘terra di mezzo’ tra parlato e cantato». Una messa in scena che fa ricorso alla tecnologia – con suoni generati, composti e riorchestrati -, e all’amplificazione. «Euripide stesso era un grande sperimentatore sensibile alle innovazioni. Del resto, anche prima di lui in Grecia a teatro si usavano le maschere con i trombini che variavano e amplificavano le voci degli attori. Ci siamo perciò limitati a tradurre dei segni antichi per la contemporaneità. In questo senso la nostra ricerca è stata etica da un punto di vista etimologico. Gli attori del nostro allestimento avranno la responsabilità di dare suono alla parola. Ho voluto otto coristi (con l’idea di un Coro orchestrato come un concerto di Corelli) e una Corifea che suonerà l’arpa, unico strumento dal vivo».

Sensibilità per la musica e coscienza di essere al servizio della ‘parola’ sono i criteri su cui Livermore ha fondato la scelta del cast,
in testa l’attrice Laura Marinoni nel ruolo eponimo. «Amo la Marinoni per la sua duttilità. Ha una forte coscienza del testo. Durante le prove le ho camminato dietro come un corvo solo per guidare con discrezione il suo talento. Nell’opera lirica il cantante deve stare sopra il leone (la partitura), nella prosa l’attore deve generare il leone (entrare nel testo)».

Laura Marinoni al centro durante le prove di Elena al Teatro Greco di Siracusa

E, a proposito del testo,
la scelta della traduzione (Walter Lapini) è caduta su una versione «arcaica senza compiacimento, non banalizzante perché lontana dal teatro borghese. Dunque, poetica e musicale come risultano essere gli stessi versi della tragedia in una lettura metrica».

Effetti musicali deriveranno dall’uso dell’acqua che invade il palcoscenico, simboleggia il ricordo e la memoria, diventa lo specchio in cui Elena riflette sé stessa e si misura con il suo simulacro. «Nell’acqua affiorano pezzi di memoria, quella del passato che serve a ricreare il nuovo. Per questo ho voluto che dall’acqua emergesse un brigantino inglese». Sullo sfondo, a isolare la cornice naturale della scena, un grande diaframma nero sospeso in aria su cui verranno proiettate immagini e pensieri di Elena che, in un gioco di morphing, da vecchissima torna indietro nel tempo e diventa giovane alla ricerca della sua vera identità. «Il pannello mi serve per raccontare l’onirico, il fantastico. È l’amplificazione visiva del pensiero di una storia parallela. Elena è una grande protagonista. Detta le regole del gioco e, nella vecchiaia, rielabora i ricordi consapevolmente in modo visionario come sempre nella vita fanno uomini e donne quando fanno i conti con il passato. Il finale, che non svelo, porrà agli spettatori questa domanda: qual è la verità tra i due miti?».

Perché, conclude Livermore, come Lorenzo Da Ponte al Lettore che si chiedeva quanta verità ci fosse nelle sue Memorie, potremmo sempre rispondere che
la vita…spesso è noiosa.

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