Pathos e horror, gli ingredienti di Livermore per condire la fredda vendetta dell'”Agamennone”

Recensioni Per vincere la sfida dell'apertura del 57° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro greco di Siracusa, a Livermore è bastato fare Livermore con l'Agamennone di Eschilo, un’opera ancora una volta globale che strizza l’occhio alla classica ma anche al rock, che si insinua in una messinscena noir, a sprazzi gotica, decadente nella sua ambientazione Anni 30/40 del Novecento, era d’oro dei poteri assoluti e irrazionali della storia recente

Per il ritrovato orgoglio assembrato post-Covid del popolo del teatro, qual migliore tempio del Teatro greco di Siracusa? Qui non c’è in gioco solo la stagione della vera ripartenza della Fondazione Inda, dopo il già riuscito esperimento del teatro pieno a metà (o poco più) dello scorso anno, qui si pongono le basi del nuovo rapporto fra teatro tout court e pubblico, fra coloro che stanno di qua e coloro che stanno di là della scena, parti essenziali e irrinunciabili dello stesso rito collettivo.
L’obiettivo dell’aretuseo Istituto nazionale del dramma antico per il 57° ciclo di rappresentazioni classiche era tornare a riempire il più grande teatro antico della Sicilia, restituirlo alla dimensione delle kermesse, ampia, magniloquente e soprattutto popolare. Usando, però, il linguaggio più alto, quello del Teatro con la T maiuscola, T visibile anche meglio delle famigerate Z delle truppe russe in Ucraina.

Agamennone, foto Pantano

E il T-people ha risposto all’appello, con una prevendita che viaggia su grandi numeri (80 mila biglietti venduti, molti gli studenti presenti invogliati da un biglietto favorevole tutto per loro), e i pienoni delle due prime, l’“Agamennone” di Eschilo, con la regia di Davide Livermore e la traduzione di Walter Lapini, primo atto dell’Orestea di cui avevamo visto corpo ed epilogo lo scorso anno con “Coefore” e “Eumenidi”; e l’“Edipo re” di Sofocle, con la regia di Robert Carsen. Due maestri, l’italiano ed il canadese, del melodramma e dell’opera in generale per due superclassici delle rappresentazioni teatrali che dovevano volare alto già nelle premesse, nelle intenzioni del cda dell’Inda. E la sfida è stata vinta.

Agamennone, foto Ballarino

Per vincere la sua sfida, a Livermore è bastato fare Livermore con un’opera ancora una volta globale che strizza l’occhio non solo al mondo della classica, che è “il vero lavoro” del regista torinese, ma anche a quello del rock, che si insinua talvolta in una messinscena noir, a sprazzi gotica, quantomeno decadente nella sua ambientazione Anni 30/40 del Novecento, era d’oro dei poteri assoluti e irrazionali della nostra storia recente. Siracusa ormai lo conosce bene Livermore, dopo i grandi successi di “Elena” di Euripide del 2019, e “Coefore/Eumenidi” di Eschilo dello scorso anno.

Il tema è ovviamente sempre quello della giustizia che in questo spin off dell’Orestea, che prima di arrivare al suo compimento con la nascita dell’Aeropago, la giustizia sociale ante-litteram, è ancora nella fase della primordiale legge del taglione: tu uccidi o fai uccidere ed io ti uccido o ti faccio uccidere e così via dicendo. La vittima è già predestinata, è il re di Argo Agamennone, vittima oggi perché carnefice di ieri, non solo un condottiero ma un vero e proprio despota, raffigurato come un dittatore novecentesco, capace di giustificare la tremenda guerra inferta a Troia, il rapimento di Elena, onta da cancellare col sangue. In scena un asciutto e caricaturale Sax Nicosia, un fedelissimo di Livermore, che rende bene la cieca credulità di uomo che si ritiene al di sopra degli uomini e quasi al pari degli dei. E ritorna la figura seducente e parimenti dispotica di Clitennestra incarnata (è proprio il caso di dirlo) da Laura Marinoni, altra fedelissima di Livermore, ottima interprete di un ruolo in divenire che finge fedeltà al marito tornato a casa dopo dieci lunghi anni ma che ha già in serbo l’atroce vendetta contro colui che si è permesso di sacrificare la figlia Ifigenia solo per addomesticare i capricci delle correnti che non spingevano le navi greche verso Troia. La vendetta è un piatto che va servito freddo…

Clitennestra (Marinoni) uccide Agamennone (Nicosia), foto Pantano

Vendetta ordita con l’amante Egisto interpretato da un silente ma carismatico Stefano Santospago, rigidamente immobile finché il rivale in amore non viene sgozzato dalla moglie “armata” dal fantasma di Ifigenia. Sono due le attrici bambine – Carlotta Maria Messina e Mariachiara Signorello – che interpretano la “causa” dell’intera tragedia: una corre silente, con una barchetta in mano, simbolo di quella leggerezza della motivazione prima che ha condotto al sacrificio della più innocente delle vittime; l’altra corre con gli occhi della morte, piccola demone degna dei migliori film horror, coltellaccio in mano, pronta a istigare nuova morte cruenta che ripara altra morte cruenta. Un doppio che rappresenta la candida fanciullezza di colei che poi alla fine sparisce sull’altare del sacrificio per volere di Artemide e si ritrova sacerdotessa in Tauride (ma questo ce lo racconterà Jacopo Gassman nella sua “Ifigenia in Tauride” di Euripide dal 17 giugno), ed anche la causa esteriore di una crudele vendetta causata anche dalle motivazioni calpestate di una donna, Clitennestra, che non poteva attendere all’infinito il ritorno del marito dalla guerra.

Laura Marinoni, Maria Chiara Signorello, e Sax Nicosia, foto Centaro

Nel crescendo drammatico che su un nefasto tappeto di gloria color porpora porta alla morte di Agamennone, la scenografia – dominata da un’enorme specchio (le scene sono dello stesso Livermore e di Lorenzo Russo Rainaldi) che rende il pubblico parte in causa degli eventi e da due videoglobi uno ai piedi dell’altro, affidati al suggestivo video design di D-Wok, in continuità con le scene di “Coefore/Eumenidi” -,  insieme con le musiche incalzanti e i suoni di scena dettano il ritmo degli eventi. Uno scherzo della natura vuole, al momento della morte di Agamennone per mano uxoricida, il contemporaneo volo di un elegante stormo di fenicotteri sul colle Temenite del Teatro greco siracusano proprio mentre il videowall mostrava neri uccellacci del malaugurio. Il messaggio? Don’t worry, quello che vedete è solo un brutto sogno ndi ancestrali memorie…

Mariachiara Signorello, spettro di Ifigenia, foto Pantano

E’ un crescendo di pathos l’Agamennone eschileo di Livermore quando una superba Linda Gennari, nei panni della schiava e veggente Cassandra, concubina del re Agamennone, strappa gli applausi quando va quasi in trance per annunciare non solo la morte del re ma anche la futura vendetta di Oreste contro la madre Clitennestra non solo per vendicare la morte del padre Agamennone ma anche di lei, la schiava. Nell’escalation delle fredde e razionali motivazioni della vendetta si inserisce anche Egisto, cui torna finalmente la parola per rivendicare, con la cristallina e stentorea voce di Santospago, la sua parte di vendetta, in quanto figlio di Tieste, fratello di Atreo, padre di Agamennone, scalzato con l’inganno dal fratello dal trono e costretto, a sua insaputa, a mangiare le carni dei figli.

Clitennestra (Laura Marinoni) uccide Cassandra (Linda Gennari), foto Ballarino

C’è un vago sapore antibellicista nell’incedere dell’opera, certamente una coincidenza con il sentore popolare odierno che non sopporta le motivazioni fatue per la guerra nell’est europeo, così come molto fatue erano le motivazioni che spinsero i greci a conquistare e umiliare Troia. Il coro, retto da una bravissima Gaia Aprea, corifea nei panni di una donna di regime, con tanto di tailleur scuro e cravatta burocratico-militare, si scaglia poi contro la neo-tiranna Clitennestra e non le perdona il regicidio, così come non perdona Egisto per aver usurpato il talamo regale.

Moricca, Virando, Fernandez, Aprea, Giroldini, Gravina (coro), foto Centaro

C’è meno melodramma e più cinema a tinte forti in questo “Agamennone” di Livermore, rispetto a “Coefore/Eumenidi” visti lo scorso anno. Forse logica avrebbe voluto che le due messinscena si invertissero – il prodromo dell’Orestea lo scorso anno, il compimento quest’anno -, ma chi non ha potuto nel 2021 assistere a “Coefore/Eumenidi” può rifarsi quest’anno, il 6 luglio, per l’unica replica del lavoro dello scorso anno. Ed il 9 luglio, occasione più unica che rara, sarà il giorno del trionfo dell’Orestea, con i tre atti in successione per una rappresentazione scenica di “appena” 4 ore. Solo per veri amanti del teatro.

Laura Marinoni (Clitennestra) e Stefano Santospago (Egisto), foto Ballarino

Dove c’è Livermore c’è musica, e le musiche di Mario Conte, affidate a due grandi pianisti Diego Mingolla e Stefania Visalli, anche loro presenti lo scorso anno, reggono tutto lo spettacolo. Ma non è solo musica classica (Bach compreso) o classica contemporanea a dettare i ritmi dell’azione. C’è anche il rock, elettrico o elettronico, a far capolino qua e là a sentenziare la contemporaneità assoluta del classico, motore primo di ogni rappresentazione teatrale successiva nei secoli.

Linda Gennari (Cassandra), foto Centaro

Ed un cameo rock ha suggellato i saluti e applausi finali con la sentinella Maria Grazia Solano che ha intonato la “Glory Box” dei Portishead, manifesto della sofisticata, oscura e dilatata scena trip hop di Bristol degli Anni 90. Cantava Beth Gibbons in quel brano: “Sono così stanca di giocare, giocare con questo arco e freccia, darò via il mio cuore… Lascia che le altre ragazze giochino, perché sono stata una tentatrice troppo a lungo. Dammi solo una ragione per amarti, dammi una ragione per essere una donna. Voglio solo essere una donna…”. In fondo quello che Clitennestra chiedeva dalla vita, sua e degli altri…

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