Sacro e profano, contraddizione tragica della devozione agatina

Recensioni Bello e commovente il nuovo allestimento di "A. Semu tutti devoti tutti?" della Compagnia Zappalà Danza che, come in un cerchio simmetrico, mette insieme la vera devozione per Sant'Agata e i giochi sporchi della criminalità organizzata. Un linguaggio scenico forte sin dall'inizio, che si è conclusa con l'apparizione del coreografo Roberto Zappalà per un'esortazione semplice sincera

Le magie della danza e l’impegno civile si sono felicemente sposati, al Teatro Stabile di Catania, con la performance, andata in scena in questi giorni, della Compagnia Zappalà Danza, accompagnata dai musicisti dei Lautari, dall’allusivo titolo “A. Semu tutti devoti tutti?”, nuovo allestimento della prima fortunata edizione del 2009.

Non un titolo affermativo, dunque, che allude alla rituale frase ossessivamente pronunciata nell’appena trascorsa celebrazione di Sant’Agata, bensì un titolo interrogativo, che lascia spazio a una profonda riflessione su una delle feste più importanti della cristianità.
I bravissimi otto danzatori (Massimo Trombetta , Adriano Coletta, Antoine Roux-Briffaud, Alain El Sakhawi, Akos Dozsa, Salvatore Romania, Fernando Roldan Ferrer) hanno così dato vita a uno spettacolo coinvolgente, che si è avvalso di musiche accattivanti (da Money for nothing dei Dire straits allo splendido Adagetto di Mahler attraverso la graffiante chitarra di Carmen Consoli), dei bei costumi di Marella Ferrera e di un gioco di luci sapiente, che davvero ha dato ai corpi in scena una plasticità sorprendente, soprattutto nella bella, commovente parte centrale, dove la nuda Agata si avvita, con gesti lenti e solenni, sulla folla sguaiata dei devoti, i suoi bulimici seguaci, e ancor di più da quella dei boss, che sono i metaforici autori del suo martirio che si ripete ogni anno. Meditativa, altrettanto intensa, quasi ossessiva la musica dei Lautari, che ben si è sposata con il leit-motiv dell’intera perfomance: la divaricazione tra sacro e profano, tra il dramma della vergine coraggiosa e martire, col suo bel corpo nudo e puro, e il susseguirsi e l’aggrovigliarsi concitato di corpi volutamente rozzi, sanguigni e violenti.

Perchè c’è la festa, la devozione, il sincero afflato della gente; ma dietro la festa ci sono i giochi sporchi della criminalità organizzata, il vero buco nero della manifestazione, che tutto fagocita. E Roberto Zappalà (che firma regia e coreografia, in collaborazione con Nello Calabrò, attento curatore della drammaturgia) esprime questa tragica contraddizione attraverso un linguaggio scenico forte, a partire dall’exordium, intenso e provocatorio, con un uomo che si flagella, invocando Sant’Agata degli Apostati e delle Scommesse Clandestine.
Così il cerchio si chiude simmetricamente con la forte apparizione sulla scena dello stesso Zappalà, che, alla luce dei recenti fatti dell’edizione 2019, sigla lo spettacolo con un’esortazione semplice e sincera: mai abbassare la guardia, sempre vigilare. Perché Agata è patrimonio del cuore di tutti e non merita una devozione distratta e distruttiva.

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