Libri e Fumetti Una profondità nella ricerca esistenziale di ogni essere umano, nel nome dell'accoglienza e della parola, accompagnano "Il paese scomparso" (Ortica editrice), il nuovo romanzo del filosofo-scrittore regalbutese di nascita e milanese d'adozione: «La lingua vissuta in cui cresciamo, tanto più se è una lingua popolare, parlata per strada, immediata, è la vera formula magica, la realtà incantata, l’incantesimo che fa esistere le cose solo nominandole». Sabato 6 dicembre la presentazione alla Feltrinelli di Catania
Dalle scalate di Pantani (ne tirò fuori un libro che ebbe un successo notevole) all’oscurità nichilista del Nulla (capolavoro della filosofia comprensibile), passando per filosofi cadaveri a escavazioni della Milano più assurda da “costa a costa”, un autore della provincia ennese è giunto a una storia paradosso che rasenta il reale, dove un insegnante di filosofia, poco più che quarantenne, e uno studente ventenne di ingegneria gestionale vivono a Milano e in estate decidono di tornare in vacanza a Regalbuto, il loro paese d’origine. Solo che quando stanno per arrivarvi, scoprono con comprensibile stupore che Regalbuto non c’è più, come se non fosse mai esistito e nessuno sembra averne mai avuto notizia.

Cateno Tempio
A raccontarci questa storia beckettiana, nel suo nuovo romanzo “Il paese scomparso” (Ortica, pp. 162, € 14,00), Cateno Tempio, intellettuale siciliano di adozione meneghina, militante attivo di sinistra, che mette in crisi i prodromi della certezza, che sviluppa una narrazione che ha una indicazione ben precisa: ciò che insegui lo raggiungi per poi sparire o non trovarlo più. Quasi un nuovo frame della fisica quantistica. Letto in anteprima, con l’autorizzazione dello stesso autore non siamo potuti esimerci dal chiedere di più: un’intervista che erudisca questa nuova inclinazione della sua scrittura.

- Allora, Cateno Tempio, che situazione è questa iniziale del suo romanzo?
«Mi sembra una situazione da romanzo fantastico o di fantascienza, se non fosse che nei fatti l’unico evento paranormale di tutta la narrazione è proprio questa misteriosa sparizione del paese. Qualche amico che lo ha letto in anteprima mi ha simpaticamente accusato di realismo magico. Io ho antipaticamente respinto l’accusa. Semplicemente è un fatto che succede e di cui si cerca di dare conto. I protagonisti, il professore Gaetano e lo studente Carmelo, si rendono perfettamente conto che si trovano di fronte a un fatto straordinario, al di fuori di ogni logica e della realtà. Ma sono i soli ad averne consapevolezza, per tutti gli altri è come se Regalbuto non fosse mai esistita, anzi spesso i due vengono presi per stupidi, pazzi o imbroglioni».

Un bellissimo panorama di Regalbuto, paese dell’Ennese
- Regalbuto è anche il suo paese di origine. Cosa si prova a farlo svanire così, nel nulla?
«La risposta politica a questa domanda è che di fatto Regalbuto, come tanti altri paesi siciliani, sta di fatto sparendo; non così repentinamente come nel libro ma soffre di una costante emorragia da almeno venticinque, trenta anni a questa parte. Tutti i miei amici dell’adolescenza, a parte qualcuno che si conta sulle dita di una mano, non vivono più in paese. Molti di quelli che hanno tra i venticinque e i cinquant’anni sono andati a vivere altrove, per studio, per lavoro, per noia. La risposta esistenziale a questa domanda, che comunque è inseparabile dalla questione politica, è che la Regalbuto che conoscevo io, in cui ho vissuto io, quella dei racconti dei miei nonni, quella dei ragazzini dei quartieri e delle stradine, quella delle mandrie di adolescenti di cui facevo parte, ecco, quella non c’è più anch’essa da un pezzo. È chiaro che le cose cambiano, si evolvono, seguono il passo dei tempi, ma la verità è che il paese rigoglioso della mia gioventù è stato sostituito da un paese che è stato svuotato, credo molto a malincuore, da parte di chi se n’è andato. Infine la risposta letteraria è, come sempre in letteratura, un gioco crudele. Talvolta, di ritorno da un viaggio o tornando da Milano, dove ora vivo, a Natale o d’estate, come i due protagonisti del libro, giunto a pochi chilometri da casa, nella strada che conosco a occhi chiusi, lì, nell’ultima curva prima che apparisse il paese, mi sono tante volte detto per scherzo: «Eh, ma immagini se fai la curva e il paese non c’è più?»; ed ecco che mi sono concesso il lusso di farlo sparire davvero, per uno scherzo letterario soprattutto nei confronti di me stesso. È stato come quando si ascolta una canzone che commuove, che dà quel dolore confortante in cui crogiolarsi. Così immaginare la scomparsa di quasi tutto ciò che mi è più caro è stato un bello scherzo crudele e doloroso in cui mi sono voluto crogiolare e in cui, si spera, coinvolgere il lettore».
- Gaetano, il protagonista più maturo, è un professore di filosofia che insegna in un liceo milanese. Viene facile associarlo a lei. Quanto c’è di suo in questo personaggio? «Certo, facciamo lo stesso lavoro, abbiamo quasi la stessa età, veniamo dallo stesso paese. È il mio alter ego letterario? In buonissima parte sì, non posso che riconoscerlo. Molte vicende e ricordi di cui parla sono eventi da me vissuti. Tuttavia, il procedimento letterario non è mai così semplice, credo. Nella scrittura, come nel fiume di Eraclito, allo stesso tempo siamo e non siamo. In un certo qual modo, io, in quanto autore, sono in tutti i personaggi; come nel medesimo modo non sono nessuno dei personaggi. Se l’autore è qualcosa, è semmai l’opera nel complesso; io in quanto autore sono tutto il libro, non c’è parte del libro che non sia completamente sovrapponibile a me e viceversa».
Si può dire che questo suo romanzo sia una lettera d’amore per un mondo che sente di avere perduto?
«Credo di sì, credo lo si possa dire in quanto è l’opera di un emigrato, quale io sono, che ha lasciato il paese e la Sicilia per andare a lavorare a Milano, come purtroppo altre decine di migliaia di persone e ancora di più se guardiamo a tutto il Sud Italia. Ciononostante, credo che la vera malinconia dell’emigrato consista non tanto nell’avere lasciato un luogo per un altro, quanto piuttosto nel sapere di non potere mai più appartenere a nessun posto. Se anche dovessi restare per tutta la mia vita a Milano, io non mi sentirei mai milanese, come so di non essere di fatto più veramente siciliano, come lo ero prima. Ma addirittura, se anche tornassi a vivere in Sicilia, non potrei più recuperare ciò che ero, ciò che ho lasciato, ciò che ho perduto. La sensazione di questa irrimediabile perdita, perché le cose, il paese, le persone sono cambiati senza di me mentre io ero da un’altra parte, ecco, questa sensazione non se potrà andare mai più. Certo, diciamo “il paese scomparso”, ma sono io a essere scomparso per sempre, in quanto emigrato».

Su Milano Cateno Tempio aveva già scritto
- Tornando al libro, a un certo punto, la vicenda prende una piega diversa, quando i due protagonisti decidono di recarsi a Catania per risolvere il mistero della sparizione. Cosa rappresenta questa città?
«Catania, per me, per vizio di adolescente di provincia, è sempre stata un po’ come il paese dei balocchi, dove fare bagordi con qualche amico Lucignolo. Questo in fondo non è mai cambiato, anche perché la vita notturna catanese, per tanti motivi, si presta molto al divertimento continuo, quasi senza fine. I due protagonisti pensano di potere risolvere il mistero del paese scomparso magari incontrando qualche vecchio conoscente in città e così finiranno per farsi risucchiare nel vortice di quel tipo di vita notturna, fatta anche di massicce dosi di alcol, ma condita da discussioni infinite su musica, libri e film. Per Gaetano è il ritorno a una vecchia vita quasi dimenticata, per Carmelo invece sarà come un battesimo del fuoco, una specie di svezzamento in quello se guardiamo al suo punto di vista possiamo intendere come un romanzo di formazione, o forse, dati i temi, di deformazione. Forse non troveranno la risposta che cercavano, ma di sicuro ne trovano altre, o quantomeno saranno costretti a porsi nuove domande».
- Dal punto di vista linguistico, invece, di frequente utilizza una commistione tra siciliano e italiano.
«Il libro è ambientato nella sua quasi totalità tra Regalbuto e Catania, i personaggi sono, a parte rare eccezioni, tutti siciliani. Mi è sembrato naturale riportare anche un certo modo di parlare, nell’andamento dei pensieri, nella costruzione delle frasi, spesso ricorrendo, cosa del resto insolita per me, proprio direttamente al siciliano. Come dicevo prima, non credo che rispetto alla trame per questo romanzo si possa parlare di realismo magico, ma probabilmente vi potrebbe essere un realismo magico siciliano, inteso come qualcosa che riguardi la lingua. Perché la lingua, non quella imparata letterariamente, ma quella vissuta in cui cresciamo, tanto più se è una lingua popolare, parlata per strada, non costruita, ma immediata, è la vera formula magica, la realtà incantata, l’incantesimo che fa esistere le cose solo nominandole. Il ricorso al siciliano, nei pensieri di Gaetano e nei dialoghi con gli altri personaggi, è un tentativo per iscritto, direbbe Carmelo Bene, di riportare in vita il morto orale. L’incantesimo più potente, il miracolo più sbalorditivo è sempre quello di resuscitare un morto».

Il gioiello di Tempio, “Sulle sponde del nulla”
- Nel corso delle vicende, soprattutto tra i pensieri di Gaetano, cita moltissimi riferimenti culturali, che spaziano tra serie tv, musica, film, libri… A un certo punto Gaetano stila anche una sorta di elenco di autori siciliani a cui si sente legato. Sono nomi che valgono anche per lei? Se si, quali sono tra loro i suoi principali punto di riferimento?
«Sì, sono nomi che valgono anche per me, certamente. Se dovessi proprio nominarne un paio, così, su due piedi, mi verrebbero in mente due scrittori anche molto diversi tra loro. Uno sarebbe Gesualdo Bufalino, per diversi motivi, tra l’altro con quel suo stile a tratti proustiano, e questo, almeno per me, è tutto dire. L’altro sarebbe Stefano D’Arrigo, con il suo inarrivabile capolavoro, “Horcynus Orca”. Il fatto, tuttavia, che per me siano due punti di riferimento, i primi due a cui ho pensato, non vuol dire però né che cerchi di scrivere come loro, perché non potrei produrre nient’altro che scimmiottamenti, né che siano i soli».

L’opera dedicata a Pantani che ebbe un successo nazionale non indifferente
- Ma dunque, Cateno, alla fine, questo paese scomparso, che fine ha fatto?
«E chi lo sa, bisogna leggere il libro! A parte lo scherzo, Regalbuto per fortuna ancora esiste e resiste, lo stesso Catania, lo stesso la Sicilia. Io, da emigrato, ci penso con malinconia e sono sempre contento ogni volta che ci torno. Certo, il paradiso in terra non esiste, ogni luogo ha le sue luci e le sue ombre. E probabilmente, in Sicilia, la luce e l’ombra sono più intense che altrove».

Cateno Tempio nella rossa Livorno tra compagni, birra e vessilli del Livorno calcio
L’evento
“Il paese scomparso” sarà presentato in prima regionale in Sicilia, sabato 6 dicembre alle ore 18 alla Libreria Feltrinelli di Via Etnea 283 a Catania. Intervengono all’incontro Alberto Destasio, Pietro Russo e Carmelo Tempio.




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