Quella pazza della porta accanto che fa ancora paura

Recensioni In un equilibrio perfetto tra orrore e poesia, “La pazza della porta accanto” di Claudio Fava per la regia di Alessandro Gassmann in scena a Catania fino al 23 dicembre, fotografa gli ultimi 10 anni dei manicomi italiani attraverso la storia, ma anzitutto i versi, di Alda Merini. Una messa in scena che fa riflettere su un problema, politico e sociale, non ancora del tutto risolto, nonostante siano trascorsi 38 anni dalla legge Basaglia

“Sono nata il 21 a primavera/ma non sapevo che nascere folle/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta….”
Una poesia, un mantra, in poche parole l’autobiografia di una donna eccezionale. Sicuramente anticonformista e, anche per questo, “pazza”. Un scena fredda e tenebrosa, cupa e soffocante dai colori plumbei. Siamo nel 1967, in un lager. O in quello che gli somiglia molto. Siamo in un istituto psichiatrico, più comunemente detto manicomio, ma non in uno qualsiasi, quello in cui fu rinchiusa Alda Merini, poetessa dall’animo sensibile ma ammalata di quella che solo oggi conosciamo come “depressione”.
La parte più drammatica della storia della poetessa dei navigli scomparsa nel 2009 viene raccontata ne “La pazza della porta accanto”, lavoro teatrale su testo di Claudio Fava (dall’omonima pubblicazione della Merini) in scena al Teatro Verga di Catania, per la regia di Alessandro Gassmann, fino al 23 dicembre.

La pazza della porta accanto -ph Teatro Stabile di Catania

Lo spettacolo – una produzione dello Stabile di Catania con il Teatro Stabile dell’Umbria, di cui Gassmann firma anche l’ideazione scenica con Alessandro Chiti – fotografa dieci anni di storia italiana, gli ultimi di quei manicomi che chiuderanno definitivamente con la legge Basaglia del 1978. E lo fa attraverso la storia, ma anzitutto i versi di cui è intriso tutto lo spettacolo, di Alda Merini, che a soli 36 anni si trova catapultata in una realtà ben diversa da quella cui era abituata. Tra grigi muri e alte cancellate (è degna di nota la scenografia mobile dalla quale vengono ricavati cinque ambienti diversi) Alda Merini, interpretata da una intensa Anna Foglietta, è privata dei suoi abiti e della sua dignità, costretta a denudarsi davanti al Dottor G (Angelo Tosto) e a indossare abiti sudici e giallini come le feci e l’urina.

Alessandra Costanzo  -ph Teatro Stabile di Catania

Affrontando un tema così delicato sarebbe stato semplice commuovere e impietosire il pubblico con facili e scontati artifici teatrali, ma invece la scelta registica è ben altra. L’orrore c’è – non potrebbe essere diversamente – ma è sempre ovattato, attutito. Arriva come un’eco lontana, perché filtrato dalla poesia di Alda Merini, che funge quasi da “cuscino”.
La Merini/Foglietta si trova così a condividere la sue giornate, tra un elettroshock per “spezzare il male e sciogliere il buio delle menti”, una doccia gelata e il turno per la terapia, con le sue bizzarre compagne, private persino della loro identità. Non nomi, ma lettere dell’alfabeto: M (Giorgia Boscarino), N (una deliziosa Cecilia De Giuli) che attende il treno chissà da quanto, Z (Sabrina Knaflitz) che trascorre il suo tempo a cotonarsi i capelli convinta di essere Proserpina, R (Stefania Ugomari Di Blas) perennemente -e apparentemente- in stato di gravidanza, ed L (Alessandra Costanzo che interpreta con bellezza e ironia il personaggio), la veterana del gruppo, un’attrice che continua a curarsi nell’aspetto e (forse) a credersi ancora in scena.
Eppure questa non è finzione: in manicomio le regole sono rigide. Sveglia alle 5 del mattino, è proibito piangere, urlare, amare, fumare. Qui, nel ghetto dell’indifferenza, dove le frustrazioni di una caposala (Olga Rossi) e di una infermiera (Gaia Lo Vecchio) trovano sfogo sulle internate, “tutte fanno l’elettroshock, anche se ti rifiuti”.

Olga Rossi e Anna Foglietta - ph Teatro Stabile di Catania

Anna Foglietta sciorina pensieri, poesie e riflessioni come un fiume in piena, per descrivere situazioni e sensazioni, accompagnata dalle musiche originali di Pivio&Aldo De Scalzi che rendono più penetranti i versi della poetessa dei navigli. Le parole sono quelle di Alda Merini che la Foglietta interpreta con una tale intensità, da rendere tangibile la disperazione umana. Lei che non si arrende, anche in questo posto che è l’inferno in terra, anche se il suo fisico (specchio dell’anima) comincia a deformarsi, non si arrende e riesce persino a innamorarsi di Pierre (Liborio Natali): anche lui un artista, un pittore, anche lui un “matto”, proprio come lei. Pierre, storto e contorto (forse anche un po’ troppo) è ingenuo come un bambino, non conosce nulla, neppure il suo corpo. Eppure è lui che infonde forza e speranza, con le sue frasi profonde ma pronunciate ingenuamente, pensieri semplici ma belli come solo la poesia sa essere: “i colori sono dentro di noi, come per le margherite, nessuno le colora”. Anche in un luogo così, dimenticato da Dio e dagli uomini, dove “ogni giorno sono saziata di sensi di colpa”, dove ci si sente “cavie umane”, anche in un posto così si può coronare un sogno d’amore sulle note di “Wagon Wheel” di Bob Dylan.

Anna Foglietta e Liborio Natali -ph Teatro Stabile di Catania

In un equilibrio perfetto tra orrore e poesia, “La pazza della porta accanto” non solo è una messa in scena a nostro parere ben riuscita, ma è uno spettacolo che fa riflettere su più fronti. Anzitutto sulla drammatica storia di una delle più grandi poetesse italiane, che purtroppo ci ha lasciato prima che le potessero conferire il Nobel per la letteratura (al quale è stata candidata diverse volte). Ma anche su temi di grandissima attualità: oggi come ieri il problema (politico e sociale) è sempre lo stesso, la non accettazione della malattia psichiatrica, perché come dice Pierre: “lì fuori non ci vogliono, neppure sui tram. Fuori ci uccidono”. Merita una riflessione la figura egregiamente interpretata da Angelo Tosto (il Dotto G, medico realmente esistito) che ben coniuga le due anime (di cui una profondamente umana e sensibile) di uno psichiatra dei primi anni 70, che se da una parte infliggeva ai suoi pazienti l’elettroshock (ed è innegabile che questa pratica sia stata abusata e utilizzata anche come “terapia punitiva”), dall’altra è un medico dei suoi tempi, convinto di fare il bene degli internati, come lui stesso ammetterà a fine spettacolo (“credevamo di far bene, ora tutto è cambiato”) quando, per effetto della legge Basaglia, Alda Merini viene liberata, e con lei le sue compagne di disavventura. E qui la messa in scena non manca di ricordare, con un giusto omaggio, le tante vittime di questi luoghi che furono teatro di sevizie, torture e anche di numerosi suicidi .

Angelo Tosto con Anna Foglietta -ph Teatro Stabile di Catania

L’altra riflessione è legata alla più stretta attualità: se dalla legge Basaglia sono trascorsi 38 anni, è anche vero che la stagione manicomiale in Italia purtroppo non è ancora finita. Nella stessa (o quasi) indifferenza che Alessandro Gassmann ha voluto sottolineare ne “La pazza della porta accanto”, in Italia esistono ancora oggi gli Ospedali psichiatrici giudiziari (i vecchi manicomi criminali, non troppo diversi da quello descritto nello spettacolo) aboliti nel 2013, ma ancora di fatto attivi.

Il finale dello spettacolo è liberatorio, è aria pura che entra nei polmoni, è la luce finalmente nitida. Alzato il reticolato che ha reso opaca la scena per tutta la durata dello spettacolo (e sul quale sono state proiettata delle delicate videografie di Marco Schiavoni), Alda Merini e le sue compagne si tengono per mano davanti alla libertà: un palloncino che, a lungo gelosamente custodito, libra verso il cielo.

La pazza della porta accanto -ph Teatro Stabile di Catania

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