Caino, il crooner della mafia, swing d’unione tra vita e morte

Recensioni Un convincente Ninni Bruschetta è il bizzarro assassino filosofoso, crudele in vita e fatalista dell'aldilà, protagonista de "Il mio nome è Caino", creato dalla penna di Claudio Fava. Al canto di "My funny Valentine", sulle note del piano di Cettina Donato, racconta quasi con cinica spavalderia l'ineluttabile destino di un killer "d'onore"

“Mi chiamo Caino perché la prima persona che ho ammazzato era come un fratello”. La voce di Ninni Bruschetta, ruvida e infossata, racconta così la genesi del suo personaggio nello spettacolo Il mio nome è Caino, in scena al Piccolo Teatro di Catania fino a domenica 10 novembre e che poi si sposterà allo Spazio Franco di Palermo dal 14 al 16 novembre per tornare poi in Sicilia il 15 dicembre al Garibaldi di Avola.

Ninni Bruschetta, protagonista de “Il mio nome è Caino”

Bisogna “fottere ogni rimorso” dice, non mostrare alcun pentimento per farsi accettare dagli altri, dalla “famiglia”. Caino è il peggiore, la bestia nera, basta pronunciare il suo nome perché un brivido fulmineo ti attraversi. A differenza del padre e del nonno, non ordina gli omicidi a qualche disgraziato “con la faccia allungata” disposto a tutto per 100 mila lire. Lui le mani se le sporca davvero, anche se odia quando il sangue gli finisce sui vestiti perché “pure se li porti in tintoria, l’alone rimane”. Cadono uno dopo l’altro a Palermo, sotto i colpi della sua calibro 38 con la matricola abrasa e i proiettili incisi per farli frantumare meglio nella carne. È un killer freddo e spietato, figlio di una malvagità atavica perché come ammette senza remore “uno non diventa mafioso, ci nasce”.

Ninni Bruschetta in “Il mio nome è Caino”

E su questa visione fra bene e male che si sviluppa il testo teatrale di Claudio Fava, nato dal suo omonimo romanzo del 1997. È una scrittura solida che in alcuni punti diventa però nebulosa, soprattutto quando passa dalla cronaca al discorso diretto. Siamo di fronte a un monologo a più voci che accompagna lo spettatore in un finale spiazzante dove, con un vero e proprio coup de theatre, Caino mostra uno spiraglio di umanità sconosciuta fino a quel momento. Ci rendiamo conto allora che è già morto prima ancora di essere trucidato sotto il fuoco dei due mandatari, perché nessuno si può rifiutare di adempiere agli ordini della Cupola neppure l’assassino più temuto in città. Il suo destino è segnato dopo aver rifiutato di ammazzare come un cane Ravidà, suo alter ego al rovescio; uno antagonista, l’altro eroe  (seppur fintissimo) dell’antimafia. Ma si è veramente pentito oppure ha solo portato avanti la sua missione con modalità diverse? Caino nega la sua stessa natura perché se la mafia non esiste, non può e non deve esistere chi la combatte.

Ninni Bruschetta e Cettina Donato in “Il mio nome è Caino”

Il suo è un crimine filosofico in cui il pensiero prevale sull’azione e in cui si annienta la brama di sangue e carne martoriata per portare avanti la causa. Caino del quale conosciamo tutto, tranne la sua vera identità, si pone in una posizione critica interpellando direttamente la platea: «Li conosco i vostri pensieri, io sono il male, l’assassino, la bestemmia; voi i giusti. Io Caino, voi Abele, in mezzo niente». Proprio a valer sottolineare che in quella bolgia non c’è spazio per il grigio e nessuno può essere redento. 

L’impianto registico della messinese Laura Giacobbe palesa volutamente l’aspetto finzionale dello spettacolo che inizia con un palcoscenico vuoto in cui sono presenti solo alcuni arredi: una poltrona, una sedia, un pianoforte e una consolle appendiabiti rossa con un piccolo specchio. Al centro campeggia un lampadario in ottone e cristallo mentre in sottofondo va per diversi minuti l’alternative soul di “Summer’s gone” di NoMBe.

L’estate è andata, ma il clima è sempre soffocante, in Sicilia. È a questo punto che entrano in scena Ninni Bruschetta e la musicista Cettina Donato, l’attore indossa in quel momento la giacca da smoking in velluto scuro (costumi di Cinzia Preitano) mentre la pianista si siede allo sgabello e inizia a suonare. Le note gravi del pianoforte si sovrappongono a quella musica ipnotica; è il contrasto fra la componente diegetica e quella extradiegetica che fagocita lo spettatore dentro il plot. La pièce è frutto di un montaggio repentino: passiamo dal processo durante il quale l’antieroe risponde con fermezza alle domande del procuratore, al racconto analitico dell’uccisione dell’amico Rosario, dall’agguato a Totuccio (come non pensare al personaggio di Contorno scampato ad un attentato), alla festa del politico corrotto. 

Le luci di Renzo di Chio porzionano lo spazio, restituendone un’atmosfera spettacolare fatta di chiaroscuri, aspetto integrante di una complessa partitura che oltre alla musica di scena, eseguita con precisione e carattere dalla Donato, contempla i movimenti e la voce, quest’ultima filtrata attraverso i microfoni per potenziarne meglio le tinte. Quasi niente restituisce la caoticità del capoluogo siciliano così come mancano espresse connotazioni temporali, forse un rimando ai mitici anni Sessanta per via dell’ambiente da night club che si crea tutt’intorno mentre canta My funny Valentine (quel bizzarro Valentino che la protagonista del musical “Babies in arms” non voleva che cambiasse, nonostante tutto) ma a parte questo l’atemporalità prevale.

Cettina Donato e Ninni Bruschetta in “Il mio nome è Caino”

L’unica nota di colore è data dalle voci del nonno, del Corto (ovvio il riferimento a Riina) e di Totuccio, in cui è forte la cadenza dialettale e da quel “Vitti ‘na crozza”, presagio di morte associato ad un alito di leggerezza, eseguito come una tarantella che lentamente sfuma in un mood più struggente. Caino è all’apparenza un gentiluomo con il suo papillon di raso, mentre si concede alle ruffianerie del sindaco, dei giornalisti e dei politici che fanno a gara per invitarlo ai party e per farsi fotografare con lui considerandolo come una sorta di trofeo, anche se la sua condotta ne fa un essere privo di sentimenti. Caino è il crooner della mafia, con quell’aria da protagonista della scena, alla Frank Sinatra (ed ecco perché “My funny Valentine” uno dei cavalli di battaglia di Mr. Blue Eyes, artista da sempre chiacchierato per essere in odor di mafia), della serie  “io sono io…”.

Nelle ultime parole rimpiange di non essere più, mentre ciascuna delle pallottole che gli attraversa il corpo si porta via un pezzo di vita perché l’anima in quest’uomo non c’è mai stata.

Ninni Bruschetta

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