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Molière e la Sicilia

Blog Da "Lo stordito ovvero I contrattempi" ambientata a Messina al "Don Giovanni o Il convitato di pietra" ambientato genericamente in Sicilia, sono diversi i titoli o i riferimenti all'Isola da parte del grande commediografo francese il quale spesse volte, quando voleva indicare un altrove, lo fece pensando a questa terra che ieri, come oggi, esercitava un grande fascino, nonostante le vistose e ingombranti contraddizioni

«Dopo questa rara impresa voglio che mi si faccia il ritratto in posa eroica con un serto d’alloro sulla testa, e che sotto il ritratto si scriva in lettere d’oro: Vivat Mascarillus, furborum imperator!» così recitava la battuta di Mascarillo, “re dei furbastri”, maschera (che insieme a Sganarello) è tra le più usate dal grande attore e commediografo del 1600, Jean-Baptiste Poquelin, meglio noto come Molière

La battuta è presente nell’opera Lo stordito ovvero I contrattempi (1655) ambientata a Messina. Non è qui il caso di raccontare la trama di questa opera, che è stata ripresa dalla commedia di Nicolò Barbieri, detto Il Beltrame, intitolata L’inavvertito ovvero Scapino disturbato e Mezzetino travagliato (1629) ambientata a Napoli; come a Napoli era ambientata la farsa molierana Le furberie  di Scapino (1671) ispirata al Formione di Terenzio. Tuttavia Molière scelse Messina, come luogo lontano e vivo, in cui far svolgere le vicende dello Stordito. Affezione alla Sicilia, curiosità, omaggio? Non lo sapremo mai, forse per pura fantasia e personale comodità.

Ne Il medico innamorato (1658) il pedante personaggio di Pancrazio sciorina la sua erudizione a mo’ di ridicolo accumulo del sapere, tra le sue nozioni didascaliche non potevano mancare quelle classiche di mitologia in cui sono presenti riferimenti alla Sicilia: Scilla e Cariddi; i Lestrigoni, degli antropofagi presenti sull’Isola che quasi si mangiarono Ulisse; e Briare e Tifone, il primo un mostro gigante dai cento occhi per via delle cinquanta teste e cento braccia che fu precipitato dall’Etna, il secondo invece fu confinato nell’Etna, proprio sotto il vulcano.

Molière dipinto da Piere Mignard, Museo Condè di Chantilly

Chi ha studiato Molière sa bene che oltre alle note commedie, ha scritto numerosi balletti che il Re Sole gli ordinava e gli imponeva di scrivere. Ebbene, le cose imposte non piacciono a nessuno, quindi queste ultime sono più opere funzionali che di pregio artistico, tant’è che il suo autore nemmeno si impegnò a pubblicarle. La loro funzione era di ricreare e decorare le lussureggianti feste di Luigi XIV e di meravigliare i suoi ospiti. Tra queste c’è Il siciliano o l’amor pittore (1667), scritta in occasione delle grandi feste tenute al castello di Saint-Germain dopo il lutto per la morte della regina madre. Il siciliano altro non era una rappresentazione in cui vennero inseriti “danze moresche e turchesche”, che tra l’altro per un lungo periodo furono molto gradite e a corte.

Infine, il Don Giovanni o Il convitato di pietra (1665), ambientato genericamente in Sicilia. Cominciamo col dire che inizialmente il titolo riportava un errore di traduzione, infatti indicava Il convito di pietraSpieghiamo. Come dice Luigi Lunari nell’edizione Bur delle Commedie di Molière: «Nel 1658 la compagnia italiana del Trivellino di Domenico Locatelli aveva avuto successo a Parigi con un Convitato di pietra (o Le festin de pierre), derivato alla lontana dal Burlador de Sevilla di Tirso da Molina», sulla via del successo molti imitarono l’opera e Molière, a cui non era stato concesso nel 1664 di rappresentare Il Tartuffo per via di lunghe polemiche, si ritrovò a dover compensare quel vuoto anche sotto i reclami della sua compagnia, quindi decise – seppure di malavoglia – di seguire la scia di quella opera e farne una sua versione intitolata Don Giovanni o il convito di pietra. Ora, in realtà non può essere di pietra il convito, semmai lo può essere il convitato (come già indicava l’opera di Tirso di Molina). L’equivoco sorse traducendo alla lettera Le festin de pierre, perché tra l’altro il personaggio del Commendatore assassinato, ovvero Pedro, in francese diviene Pierre. Quindi il titolo giocava sul fatto che Le festin de Pierre stava anche a significare Il convito di Pietro. Al di là di questo, da quelle opere divenne comune l’espressione “il convitato di pietra” per indicare una persona la cui presenza (o anche la sua assenza) silenziosa, inquietante, che nessuno nomina ma che incombe su tutti, porta timore e disagio.

Il Don Giovanni o Il convitato di pietra è anch’essa ambientata in Sicilia, più pro forma che in concretezza, ma resta il fatto che il grande commediografo francese spesse volte quando voleva indicare un altrove lo fece pensando alla Sicilia, terra che ieri come oggi esercitava un grande fascino, nonostante le vistose e ingombranti contraddizioni.

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