“Misery”, thriller (moderatamente) horror che a teatro si affranca da libro e film

Recensioni Convince perché crea mondi immaginari la messa in scena al Teatro Stabile di Catania, replica fino al 2 febbraio, di "Misery", dal testo di Stephen King, produzione della Fondazione Teatro Due di Parma e dei due nazionali di Genova e Torino, per la regia di Filippo Dini

Non è impresa facile trasporre per il teatro un romanzo horror, a maggior ragione se si tratta di un horror di Stephen King, un maestro del genere, con notevoli risvolti da thriller psicologico. Per questo possiamo promuovere a pieni voti la messa in scena di Misery, in scena fino al 2 febbraio al Teatro Stabile di Catania, una convincente produzione della Fondazione Teatro Due di Parma e dei due nazionali di Genova e Torino, per la regia di Filippo Dini. Una messinscena che ha innanzitutto sollecitato nel pubblico echi di quella lontana lettura del 1987, quando King riuscì a creare due personaggi indimenticabili come Paul Sheldon, uno scrittore di successo con la sua eroina ottocentesca dal cuore d’oro di nome Misery, e una gentile donna infermiera in pensione, sua fan, Annie Wilkes, che lo salva dopo un terribile incidente automobilistico, ma diventerà la sua aguzzina, quando scoprirà che nel manoscritto dell’ultimo romanzo Misery, il suo mito, morirà.

Filippo Dini e Arianna Scommegna in una scena di “Misery”

Filippo Dini e Arianna Scommegna duettano abilmente nei due ruoli complementari di vittima e carnefice, con una gestualità adeguata e una voce ben modulata, che va dal patetico all’arrabbiato, dal triste all’isterico con grande sapienza, riuscendo anche a trasmettere al pubblico parte di  quelle sensazioni di angoscia e paura predominanti nel libro e riverberate poi nel celebre adattamento cinematografico di William Goldman con la regia di Rob Reiner (col titolo italiano di “Misery non deve morire”), con l’ausilio, nel ricostruire un’atmosfera (moderatamente) horror, il sottofondo di suoni ossessivi come il ticchettio della macchina per scrivere, un’inquietante rumore di passi, una radio che gracchia a intermittenza.

Un’altra scena di “Misery”

Ma, si sa, il teatro non è il cinema e nemmeno la narrativa. Non a caso è dominato dall’hic et nunc, dal ripetersi ad ogni recita sempre nuovo e mai uguale. E il principale merito di questo spettacolo è proprio quello di cercare e trovare vie nuove rispetto al libro e al film, inserendo anche opportunamente, perché ben dosate, sprazzi comici e satirici che allentano la tensione della storia, svelandone il gioco immaginario, grazie anche alle intelligenti scene di Laura Benzi, che colloca su una base girevole i tre spazi della vicenda, la cucina, la camera da letto prigione del malcapitato scrittore e la zona antistante l’ingresso, dove la donna si incontrerà con lo sceriffo locale, un bravo Carlo Orlando.

Mettersi in salvo o morire. Chi decide? Paul Sheldon, novello Shéhérazade, o salva Misery o muore, perché Annie è un’innamorata appassionata della letteratura e non può più farne a meno. Ad hoc giunge il colpo di scena finale, che smorza la tensione e fa da degna conclusione alla vicenda.

Un bell’omaggio all’arte e al demone della creazione artistica, dunque, questa piéce che, nel suo farsi, si svela illusoria allo smaliziato spettatore. Ma l’arte ci avvince comunque proprio perché crea mondi immaginari. Ecco perché Misery, proprio lei, che è la vita della disperata Annie, non deve morire…

 

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