Mezzojuso la bizantina non s’arresta e cerca la sua strada tra sacro e profano

Territori La parte sana del borgo del Palermitano non ci sta a passare per mafiosa, nonostante il consiglio comunale sia stato sciolto per rischio di infiltrazioni criminali, e viaggia tra il sacro, dentro le mura di antichi monasteri dove si “curano” i libri e s'insegna a “scrivere” per immagini la Parola, ed il profano, con la collezione di pupi d'inestimabile valore storico o le delizie per il palato come il Primitivo, che ha vinto il titolo di miglior panettone al mondo

La luce dorata ed il rosso purpureo dell’iconostasi abbagliano il visitatore, di  fronte a quelle che Pavel Florenskij, teologo russo, definisce “Le porte regali”, il confine tra  “il mondo visibile dal mondo invisibile”, l’immanente dal mistero. La luce soffusa di piccole lanterne che scendono  dal soffitto irradiano un senso di calore nella Chiesa di San Nicola di Mira a Mezzojuso, uno dei 5 comuni dell’Isola dove è ancora pregnante l’identità di origine albanese. Seconda solo a Venezia, per il suo ricco patrimonio iconografico di icone portate dall’Oriente, altre originarie della Grecia, altre dipinte in Sicilia, Mezzojuso è luogo d’elezione della cultura bizantina.

Mezzojuso, San Nicolò di Mira

Percorrendo il dedalo di  strette viuzze delle case di pietra, si respira l’andamento lento della vita quotidiana di questo borgo di circa 2800 abitanti che anno dopo anno  si va svuotando di giovani, di risorse. Pesa nella comunità di Mezzojuso  lo scioglimento  per mafia del consiglio comunale lo scorso 12 dicembre, epilogo di una vicenda controversa che è salita in questi anni sotto i riflettori  della cronaca nazionale (la nota vicenda delle sorelle Napoli) e che ha marcato l’isolamento di questo piccolo centro nell’entroterra siciliano, scrigno di tesori inediti.

Ad appena 40 minuti dal capoluogo siciliano, lungo l’autostrada Palermo-Agrigento i cui lavori interminabili rallentano da anni il tragitto trasformandolo  in una gimkana tra divieti e semafori, Mezzojuso rapisce il visitatore nella sua atmosfera rarefatta dove il presente ed  il passato, diventano tutt’uno. La meta ideale di chi ama sorprendersi lungo itinerari poco battuti, scoprendo culture diverse dietro l’angolo di casa.

Pur avendo dimesso l’uso della lingua madre, Mezzojuso appartiene all’Eparchia di Piana degli Albanesi e buona parte della sua popolazione conserva il rito bizantino degli esuli albanesi che la fondarono. «Gli Arbëreshë non hanno dimenticato le loro origini – spiega papàs Giorgio – ed ancora oggi, cantano  in lingua albanese il canto nostalgico dell’esule. Si fa sulla collina Brigna, rivolti verso oriente, nel giorno che la chiesa bizantina dedica ai morti, tra la fine di maggio ed i primi di giugno». A bassa voce, papàs Giorgio intona alcuni versi di un canto che è la memoria storica di un popolo. «E bukura Morè, che tradotto significa oh mia bella terra di Morea, l’Albania, tu che conservi le spoglie dei nostri avi. Un canto che rappresenta il segno di un’identità che bisogna conoscere per poter testimoniare».  La sua voce risuona tra le antiche icone bizantine del XV-XVI secolo della Madrice greca di San Nicola di Mira, una delle due chiese madri di Mezzojuso, l’altra dedicata a Maria Santissima Annunziata di rito latino, poste una accanto all’altra, nel suggestivo scenario di piazza Umberto I.

Foto aerea su Mezzojuso con Piazza Umberto I in evidenza, foto Pro Loco Mezzojuso

A Munxifsi, Mezzojiuso in lingua albanese, si viaggia tra il sacro, dentro le mura  di antichi monasteri dove si “curano” i libri e s’insegna a “scrivere” per immagini la Parola, ed il profano con la collezione di pupi d’inestimabile valore storico ed  affettivo di un appassionato delle gesta dei paladini e  la rievocazione della festa popolare del  “Mastro di Campo”,  che si svolge l’ultima domenica di Carnevale. Ma è anche l’occasione per degustare il palato di delizie introvabili altrove, come il Primitivo, che si è conquistato il titolo del miglior panettone al mondo, del pastry chef Giuseppe Zito e… il resto lo scoprirete leggendo.

Il castello di Mezzojuso

La passeggiata alla scoperta di Mezzojuso inizia dal Castello comunale dove è possibile visitare la mostra multimediale che racconta “la Pantomima” ed i costumi più rappresentativi della giornata del “Mastro di Campo”, ovvero uno strano personaggio coperto da una bizzarra maschera rossa che cerca di conquistare la sua amata regina. Sembra che al secolo si tratti del Conte di Modica, Bernardo Cabrera, che nel 1412 assaltò il palazzo Steri di Palermo per convincere la regina Bianca di Navarra, vedova, ad accettare la sua proposta di matrimonio. Il finale, tra verità e leggenda è tutto da scoprire in questa tragicommedia che si svolge a Mezzojuso da oltre due secoli, unica nel suo genere, che coinvolge  circa cento personaggi abbigliati con costumi d’epoca. Il tempo di una piacevole sosta con un caffè ed  un dolce tipico, Cosi ri natali ripieni di mandorla che si trovano però tutto l’anno, e si riprende a camminare.

Cosi ri Natali, dolce tipico di Mezzojuso

 

La Pantomima carnascialesca “Mastro di campo” di Mezzojuso

Percorsi pochi metri dalla pasticceria Gesualda, si entra in quella che una volta era un vecchio magazzino che serviva per deposito di grano e frumento ed ora è un antro colorato di pupi siciliani, di burattini, marionette di vari paesi del mondo, di carretti siciliani, armature, dove all’improvviso anche gli adulti  per qualche  ora tornano bambini.  E’ l’Isola dei pupi, nata dalla passione di Biagio Bonanno, anestesista, cultore appassionato di quell’arte che è stata iscritta nel patrimonio immateriale dell’Unesco. «L’abbiamo nel nostro dna – dice Bonanno -. Io l’ho scoperto casualmente a 14 anni al mercato delle Pulci di Palermo quando vidi un pupo. La domenica successiva mi feci portare dai miei al teatro Munna di Monreale: fu un’illuminazione». Da lì Biagio inizia la sua ricerca andando in giro nei teatri Palermo e Catania e adesso possiede circa 300 pupi di cui il più antico ha 120 anni. Dietro ad ognuno,  una storia. Come quella di un’ensemble di paladini acquistati  ad un’asta a Firenze da un un puparo novantenne di Acireale. «Avrei potuto tenerli per me ed invece – confessa Bonanno – è una passione che voglio condividere perchè  appartiene alla nostra cultura anche se oggi sono ignorate dalle istituzioni».

Museo dei pupi di Mezzojuso, foto Pro Loco

Ci sono pupi dei maestri come Cuticchio, Argento, Mancuso, Bumbello, di varia grandezza come quelli catanesi più alti di quelli palermitani. Quest’ultimi flessibili, cosiddetti “pupi spaccati”, contro quelli rigidi etnei. Alle pareti fondali scenici, alcuni dipinti da Giovanni Salerno, imbianchino palermitano che di notte si trasformava in pittore e riusciva a farne anche dieci ed ancora le tele dei cuntastorie che girando nei paesi raccontavano la cronaca del tempo. In una stanza, Biagio ha ricreato un piccolo teatro con panche d’epoca, quinte e boccascena, dove poter assistere agli spettacoli. «Molto spesso sono gli anziani che con la scusa di accompagnare i nipoti – sorride Bonanno -, ripetono ogni battuta di un canovaccio che conoscono a memoria. Per loro è come fare un salto nel tempo, quando la sera i pupari raccontavano ai contadini, di ritorno dalla fatica di una giornata trascorsa in campagna, le gesta di Orlando, la storia di Genoveffa, o quella del brigante Musolino. E non si trattava di una replica ma ogni volta era una nuova puntata». In uno scrittoio, il puparo mezzojusano custodisce gelosamente alcune chicche, come la raccolta di libri di Giusto Lo Dico, il maestro di Misilmeri che tradusse per primo, nel 1860, le gesta dei paladini di Francia, una sorta di bibbia a cui tutti gli operanti siciliani si sono ispirati. “L’Isola dei pupi” accoglie su prenotazioni sulla pagina fb, le scolaresche e gruppi di turisti e visitatori.

Sulle rotte del sacro, ci dirigiamo al Monastero dei monaci Basiliani, eretto nel 1609. Fu un importante centro religioso e culturale degli albanesi in Sicilia dove operarono monaci iconografi tra cui Ioannichios da Creta a cui sono attribuite sei grande icone. Il Monastero Basiliano riserva non poche sorprese, come  la Chiesa di Santa Maria delle Grazie del 1500 ricca di icone in stile tardo-bizantino. Al suo interno, il monastero  ospita  una biblioteca  con circa 11 mila volumi, il più antico  è del 1400, rarissimi codici greci e cinquecentine che mantengono ancora alcune caratteristiche formali simili a quelli dell’incunambolo. A guidarci è Matteo Cuttitta, responsabile del laboratorio del restauro del libro antico,  appassionato cultore di questo mestiere che è ormai in via d’estinzione. «Tutto viene fatto rigorosamente a mano – dice – dopo averlo fotografato, smontato sfascicolato,  il libro viene sottoposto a dei trattamenti. Lavato foglio per foglio con acqua e carbonato di calcio per immersione, i fogli vengono poi stesi lungo dei fili appesi nella stanza e lasciati asciugare».

Matteo Cuttitta al lavoro sul restauro dei libri

Un lavoro certosino, da chirurgo, che implica anche l’uso del bisturi per raschiare con delicatezza le parti rovinate. In quelle mancanti, si rappezza con la carta di riso. «E’ un restauro conservativo – spiega Matteo che già all’età di 14 anni imparava il mestiere dai monaci -. Ad emozionarmi davvero – ricorda – fu quando all’Istituto di Patologia del Libro di Roma dove ho studiato per specializzarmi, toccai le carte del codice atlantico di Leonardo. Fu allora che capii che curare i libri sarebbe stato il mio lavoro».  Si muove a suo agio nella biblioteca. Con orgoglio mostra un libro “Le opere di Plutarco” del 1509  di Aldo Manuzio, (inventore della versione  attuale del libro che si tiene in una mano), di cui esistono solo due copie al mondo. L’altra è custodita nella Biblioteca nazionale di Parigi. Tra i volumi ce n’è uno in particolare, le cui pagine rovinate dal fuoco e medicate, restituiscono i gemiti di sofferenza dei prigionieri di guerra incarcerati  dentro la biblioteca che per riscaldarsi dal freddo diedero alle fiamme alcuni libri.

Le icone tardo-bizantine nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Il Monastero basiliano di Mezzojuso sede dell’Istituto Andrea Reres

La Biblioteca è visitabile su richiesta. Il Monastero dei Monaci Basiliani è una nicchia di rarità dove si conoscono realtà uniche in Sicilia. Come la Scuola Agiografica Joannikios che ha l’obiettivo di promuovere l’iconografia bizantina. Diretta da Dino Pinnola, restauratore specializzato iconografo, la scuola organizza corsi dove si tramanda l’arte di “scrivere” per immagini secondo canoni  secolari ben precisi, dove i colori, le sfumature, sono “segni vivi” della realtà teologica della Chiesa Orientale. Un popolo in cammino dalle tenebre, simboleggiato dal colore scuro verso la luminosità dell’oro, della scoperta della fede. «Un patrimonio – sottolinea Pinnola – che non vogliamo venga disperso. Abbiamo la fortuna di vivere in contesto bizantino d’incommensurabile valore come Mezzojuso ed abbiamo il dovere di preservarlo e valorizzarlo». Ma le difficoltà non mancano. «Ai nostri corsi hanno partecipato anche giovani  provenienti dalla Francia, dalla Toscana, dal Libano – spiega – sarei anche disposto ad insegnare gratis ai nostri giovani mezzojusari quest’arte che rischia di morire. Ma i giovani scappano, preferiscono andare via». Il suo è l’appello accorato di chi non vuole arrendersi. «Abbiamo dimenticato la nostra lingua – dice scuotendo la testa -, ci è rimasto questo tesoro  iconografico da coltivare. Ma siamo soli, senza alcun finanziamento».

Mezzojuso bizantina, la Scuola Agiografica Joannikos

La Scuola ha anche organizzato una mostra delle icone che gli abitanti di Mezzojuso conservano nelle loro case, una sorta di censimento che ne ha portato alla luce circa un centinaio  di fattura pregevole di cui alcune risalenti  al ‘600. Al di là della cronaca, dell’essere bollato come un paese di mafia, Mezzojuso è intessuto di una storia unica,  di tradizioni millenarie che se valorizzate potrebbero rappresentare un volano di sviluppo socio-economico del territorio. Per chi, come Dino Pinnola che ha vissuto e lavorato per 25 anni in Svizzera ed è tornato, è una scommessa tutta in salita: «Non ho rimpianti – dice -. Sono rattristato, però, e provo una grande rabbia perché non riusciamo a farci conoscere ed apprezzare per come meritiamo».
Quando alle spalle si chiude il portone del Monastero, si porta nel cuore la pace di una grande bellezza intrisa di quella profonda spiritualità che il mondo oggi sembra voglia rigettare. O ricerca  in contesti e luoghi lontani.

L’aria pungente stuzzica l’appetito e facciamo tappa al Castagneto, il caseificio di Giuseppe Divono.  Incastonata nella  boscosa collina Brigna, sul versante orientale del Bosco di Ficuzza, tra lecci, castagneti, sugheri e querce, Mezzojuso si ammira dall’alto della contrada Croce, una delle tante che la sovrasta. Le pecore  sono al pascolo proprio lì  davanti al  caseificio dove Giuseppe insieme alla moglie ed alla figlia Valentina, produce ricotta, pecorino semplice o condito, primosale. L’accoglienza semplice ed informale ma calorosa, riscaldata anche da un buon bicchiere di vino, scioglie la lingua. Giuseppe, 54 anni, si definisce «pastore da sempre perché fin da piccolo conducevo le pecore al pascolo con mio padre – dice additando una vecchia stalla poco distante -. Ho cercato di fare altro lavorando in una fabbrica in Svizzera. E’ vero, tutto perfetto, sicurezza di un lavoro, ma mi sentivo un automa. Era troppo forte il richiamo della mia terra e sono tornato a fare ciò che mi rende felice». Con lui anche Valentina 29 anni, una bella ragazza bruna dagli occhi vivaci, diplomata all’istituto agrario di Corleone: «Mi piace questo lavoro – dice accarezzandosi il pancione -, mio fratello gemello ha preferito restare in Svizzera a lavorare ma io invece voglio incrementare l’attività anche aprendo una fattoria didattica o migliorare l’ accoglienza per quanti ci vengono a trovare per comprare formaggi e si fermano a godere la tranquillità di questo posto». In attesa di fare la mamma, Valentina cura la pagina facebook del caseificio dove si possono trovare i loro contatti.

Il caseificio Castagneto di Mezzojuso, a destra il titolare Giuseppe Divono

Ma prima di lasciare Mezzojuso, abbiamo un’altra curiosità da soddisfare tutta da gustare… e non solo. La pasticceria Gesualda, a pochi passi dalla piazza, è un crogiolo di leccornie che esaltano le materie prime del territorio come la castagna, ingrediente principe dei Cinque sensi, un tortino che la  racchiude in cinque declinazioni: lessa, caldarrosto, crema e miele di castagne, infine, una demi glace su uno strato di ricotta. Sono ancora le castagne le protagoniste delle arancine autunnali di Giuseppe Zito,  preparate con salsiccia e zucca rossa. Di sua creazione è anche il dolce La Zyz, dal nome che i fenici diedero a Palermo, un dessert al piatto con cremoso ai gelsi neri, fico d’India, arancia con croccante di cioccolato modicano ed estratto di zagara e gelsomino.

Scultura di cioccolato realizzata dalla pasticceria Gesualda di Mezzjuso

Creata dal nonno Giuseppe, nel 1957 e poi passata alla mamma, Gesualda, di cui porta ancora il nome, la pasticceria Gesualda è sintesi di tradizione ed innovazione. Lui Giuseppe, ultimo di quattro figli, fin da bambino seguiva la madre nel laboratorio cercando di carpire i segreti dell’arte dolciaria. «Qui mamma, oggi ottantenne, ricreava i dolci tipici della nostra tradizione che ho mantenuto – racconta Giuseppe Zito -, anche se ho continuato con un lavoro di innovazione nella tecnica, nella sperimentazione e nell’accostamento degli ingredienti».

Giuseppe Zito pastry chef della Gesualda di Mezzojuso

Insignito del titolo di Membro dell’Equipe Eccellenza Italiana – Pasticceria Gelateria Cioccolateria rilasciato dalla Federazione Internazionale della pasticceria, Giuseppe Zito ha scelto di creare una pasticceria totalmente naturale, senza l’aiuto di nessun pre-lavorato. In giro per il mondo, richiesto per la sua professionalità sta lavorando ad un progetto ambizioso, insieme ad altri colleghi, nel cuore della Grande Mela che si inaugurerà in primavera. Intanto si gode le soddisfazioni del suo Primitivo, “The best panettone 2019 of  the world” nella competizione della Federazione Internazionale di Pasticceria, Gelateria e Cioccolateria.

Il panettone Primitivo della pasticceria Gesualda di Mezzojuso

Per la categoria “classico” ha sbaragliato con il suo “Primitivo” al sapore e profumi di agrumi, mandarino tardivo di Ciaculli, pomelo, l’agrume più antico coltivato dall’uomo e cedro di Trabia, ben 186 concorrenti provenienti da ogni parte del mondo. «Una bella soddisfazione – dice Giuseppe – che ripaga di anni di studio e di ricerca, di prove e di riprove. Un riconoscimento che dedico soprattutto a mia  madre che mi ha insegnato l’umiltà del lavoro. Ma a fronte delle tante richieste che ho ricevuto, ho deciso di limitare le spedizioni e la vendita on-line, perché il mio desiderio è che le persone, spinti dalla curiosità di gustare dolci, dal gusto artigianale, vengano a visitare Mezzojuso. Non ci meritiamo – dice con amarezza – l’etichettatura di mafiosi». E la vittoria del “Primitivo” diventa  emblema di un riscatto possibile.

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