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Lee J. Cobb, il volto banalmente umano del male

Blog All'inaugurazione della mostra di Racalmuto sulle foto di scena del "Giorno della civetta" di Damiani tratto dal romanzo di Sciascia, ho dedicato il mio interevento all'attore americano, uno dei grandi attori hollywoodiani oscurati dai "divi". Nel film interpreta il mafioso don Mariano Arena e ci ricorda che il male ha un volto come il nostro, e che la lotta per sconfiggerlo è una colluttazione tra uomini in carne ed ossa

Venerdì scorso, alla Fondazione Sciascia di Racalmuto, erano in mostra le foto di scena del Giorno della civetta, film di Damiani tratto dal celebre romanzo di Sciascia. Avrei dovuto intervenire nel merito, ma sia del romanzo che del film ho parlato fin troppo in passato.

Perciò il mio intervento ho preferito dedicarlo in particolare a un interprete di quel film: no, non alla Claudia Cardinale che campeggiava nel manifesto dell’evento, e che nel film di Damiani trasferì la bellezza imbronciata dell’Angelica del Gattopardo, ma di un attore che proprio due o tre sere fa mi è capitato di rivedere in TV in un vecchio western, Dove la terra scotta di Anthony Mann. Protagonista, in quel film, era Gary Cooper, l’eroe buono e tutto d’un pezzo come il suo legnoso portamento, l’eroe del Bene come lo è il capitano Bellodi del Giorno della civetta; ma a rubargli la scena era la veemenza, era la tracotanza del suo antagonista, il vecchio bandito matto e crudele. Chi lo interpretava? Lee J. Cobb, uno di quei grandi attori hollywoodiani noti solo ai cinefili perché oscurati dai “divi”.

Lee J. Cobb (al centro) in “Il giorno della civetta” Archiuvio Enrico Appetito

Chi avesse la memoria un po’ più lunga lo ricorderà anche in quel grande film garantista (nell’America maccartista dei “processi alle streghe”!) che fu La parola ai giurati di Sidney Lumet, dove il tenace Henry Fonda, sostenitore della presunzione di innocenza, veniva contrastato dallo spiccio giustizialismo d’un Lee J. Cobb isterico e istrionesco, sconfitto alla fine e sgonfiato come uno straccio. Grande interpretazione, da mattatore delle scene teatrali. Ma c’è dell’altro: c’è che vedendolo gigioneggiare in quel western, dimenandosi e berciando, mi è venuto in mente il vecchio Karamazov, ubriacone e crapulone, di Dostoevskij.

Ebbene sì, Lee J. Cobb impersonò anche il Karamazov padre, nel film di Richard Brooks, un altro di quei grandi vecchi film che si disfanno nella memoria, perché la TV ce li nega. Un Falstaff di Skakespeare emigrato nelle notti bianche di San Pietroburgo, a delirare evocando apocalissi grondanti di vodka. Ma era proprio questa, la grandezza di quegli attori americani apparentemente secondari: indossare le maschere più diverse, trasmigrare tra generi e ruoli eterogenei, rigenerarsi in ogni film. Come i loro registi, grandi artigiani che con pari maestria da un western passavano a una commedia, da un noir a un mélo.

Era questo il cinema che Sciascia amava: il cinema che comunica e coinvolge, non le elucubrazioni “d’autore” dei narcisi, e a quel cinema di solido artigianato apparteneva Damiano Damiani, che scelse il sanguigno Lee J. Cobb per impersonare un memorabile don Mariano Arena, mafioso ma “uomo”, con grande scandalo dei soliti detrattori di Sciascia, irritati al cospetto d’un boss fatto di carne e nervi anziché ridicola marionetta del Male, e incapaci di comprendere che Sciascia già allora andava ben oltre la retorica neorealista che divideva l’umanità in “uomini e no”, in eroi e vuote maschere dal ghigno di cartapesta.

Lee J. Cobb/Don Mariano Arena e Franco Nero/il capitano Bellodi in “Il giorno della civetta”

A questo intento, a dare corpo e imponente credibilità al Male che ci minaccia e che abita nei sottosuoli della società cosiddetta “civile”, contribuì magnificamente la debordante presenza scenica di Lee J. Cobb, così come contribuiranno le gelide effigi dei giudici Max Von Sidow e Charles Vanel in Cadaveri eccellenti, così come contribuì in teatro il truculento don Mariano Arena di Turi Ferro. Generando un equivoco, grazie alla bravura di questi attori, alla loro feroce supremazia sugli interpreti dei detective sciasciani: un equivoco duro a morire, se ancor oggi stucchevolmente si imputa a Sciascia d’aver reso “uomo” un mafioso, che è come imputare alla letteratura dei classici di aver dato vita a Lady Macbeth e a Jago, a don Rodrigo e ai “vicerè” di De Roberto. Alla letteratura, ma anche al cinema, che ci ha regalato giganti del male come l’Orson Welles di Quarto potere o il Marlon Brando di Apocalypse now.

Grazie, dunque, a Lee J. Cobb per averci ricordato che il male ha un volto banalmente umano, un volto come il nostro, e che la lotta per sconfiggerlo non è un tiro al bersaglio su anonime sagome ma una colluttazione tra uomini in carne ed ossa, nervi e sangue, gli uni e gli altri accorpati, fino a mischiare il fiato, in quel caotico assembramento che ci ostiniamo a chiamare, nonostante tutto, umanità.

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