«La mia Sicilia è il luogo mitologico dei racconti di mia madre»

Libri e Fumetti Lo scrittore pugliese Gianrico Carofiglio, che ha pubblicato per i tipi di Einaudi "L'estate fredda", in cui affronta il drammatico tema di una sanguinosa faida mafiosa che ha sullo sfondo la Sicilia, è un appassionato conoscitore dell'Isola grazie alle origini netine della mamma

Il dialogo con Gianrico Carofiglio, uno dei più grandi scrittori italiani contemporanei, parte dal nuovo romanzo “L’estate fredda”, edito da Einaudi, e spazia sulla sua intera opera. Una riflessione sulla letteratura, i linguaggi, la filosofia, le contraddizioni del mondo sociale e delle esistenze individuali, analisi di fasi di storia d’Italia che fanno da sfondo al suo romanzo, che è un nuovo successo. Con passaggi sulla Sicilia, che non solo fa da sfondo storico al nuovo libro ambientato in Puglia, ma che è doppiamente presente nella vita e nella filosofia culturale di Carofiglio. Non tutti sanno che il celebre scrittore è un pugliese-siculo (netino da parte di madre ed appassionato conoscitore dell’isola). Inoltre, la sua opera è anche influenzata dalla grande tradizione letteraria e filosofica siciliana e dunque europea, nei suoi romanzi vi sono riferimenti pirandelliani e sciasciani. E non solo nelle opere narrative, efficacemente definite da un prestigioso giornale statunitense “gialli filosofici”; Carofiglio ha anche pubblicato saggi su temi sociali, linguistici e filosofici. E graphic novel.

Gianrico Carofiglio - ph Francesco Carofiglio

Qual è la genesi del romanzo “L’estate fredda”?
«Per molti anni mi hanno chiesto perché non scrivessi storie che avessero a che fare con il mio precedente lavoro, cioè il pubblico ministero che si occupava di indagini e processi di criminalità organizzata. Non avevo una risposta precisa da dare, mi sembrava di non essere pronto, che non ci fosse una distanza sufficiente rispetto a quei fatti. Nel 2013 ho dato le dimissioni dalla magistratura, dopo cinque anni trascorsi in Parlamento. Dopo quel gesto ho cominciato ad avere voglia di raccontare quelle storie ed è nata l’idea che poi ha portato a ‘L’estate fredda’»
Centrale in questo romanzo è la figura del maresciallo Fenoglio, personaggio originale e complesso. Come lo definirebbe?
«Un eroe riluttante. Peraltro è una definizione che, per motivi diversi, si adatta anche ad altri personaggi dei miei libri».
Può fare un parallelismo, con similitudini e differenze rispetto al protagonista di molti suoi romanzi, l’avvocato Guerrieri?
«Son personaggi molto diversi, in quasi tutto, dai gusti musicali, al modo di esprimersi, al rapporto con gli altri e con le donne in particolare. Se dovessi indicare un elemento di somiglianza direi: l’attitudine morale a interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle loro azioni».
In “L’estate fredda” affronta il drammatico tema di una sanguinosa faida mafiosa in Puglia. Sullo sfondo vi è la stagione delle stragi di mafia in Sicilia. Può spiegare la scelta del tema e la connessione fra la trama narrata ed il contesto storico di allora?
«Volevo raccontare storie di cui ho diretta conoscenza, per averle vissute, collocandole nel più ampio contesto del racconto del Paese di quegli anni. Come ha detto un lettore americano, questo libro è prima di ogni altra cosa, un romanzo storico. Poi un romanzo di investigazione e una riflessione sui confini incerti fra il bene e il male. È su quei confini che una laica attitudine morale, cioè esattamente l’opposto dell’atteggiamento moralistico di taluni, è indispensabile».

Nel romanzo il maresciallo Pietro Fenoglio è alle prese con un caso di rapimento di un bambino che si conclude in maniera orribile. Fenoglio ne è sconvolto ed ossessionato. E’ come se ogni schema fosse stato distrutto e si trovasse di fronte l’abisso dell’orrore…
«Può capitare, anche agli investigatori più esperti e smaliziati. A volte ti imbatti in una vicenda che ti ossessiona, ti lascia il segno. Capita a tutti, è capitato anche a me, quando facevo il pubblico ministero».
Lei ha svolto per molti anni il delicato ruolo di magistrato antimafia in Puglia, Le è capitato di venire sconvolto da casi di violenza inaudita?
«Non direi sconvolto, ma certamente, come dicevo prima, ci sono storie che per molte ragioni non ti lasciano indifferente. Può dipendere dall’obiettiva atrocità della vicenda o dalle tue condizioni personali quando ti trovi a viverla. O più facilmente, da tutti e due questi fattori. Fra i tanti casi ricordo il sequestro e l’uccisione di una bimba rom. Lavorammo per mesi, senza sosta, su quel caso e purtroppo, pur essendoci andati vicini, non riuscimmo a prendere il colpevole».
Anche in questo romanzo, partendo dall’analisi dello stile dei verbali degli interrogatori ed attraverso un dialogo fra il maresciallo Fenoglio ed il capitano Valente, fa emergere riflessioni filosofiche sulla lingua ed i linguaggi, sulle parole e le cose. Che è un tema molto più concreto di quanto si possa pensare. Può spiegare ai lettori la riflessione sulla convenzionalità del linguaggio e le possibili contraddizioni che vengono fuori dall’interpretazione dei segni e dei suoni?
«E’ un discorso molto complesso. Nel breve spazio che abbiamo, direi soltanto una cosa tanto importante quanto trascurata: la consapevolezza delle potenzialità e dei tranelli della lingua è una dote fondamentale per un buon investigatore».

Gianrico Carofiglio - ph Francesco Carofiglio

Sul piano della lotta alla mafia, lo stato soprattutto in Sicilia ed in Puglia ha ottenuto risultati notevoli, interi clan sgominati, molti boss incarcerati. Perché a livello di opinione pubblica questo messaggio non passa adeguatamente? E’ la prevalenza dei luoghi comuni sulla realtà?
«Temo proprio di sì. Purtroppo in questo Paese – ma forse dappertutto – le buone notizie non sono notizie. Quello che va male suscita interesse, curiosità a volte morbosa e nutre un rancore compiaciuto verso tutto e tutti. Quello che va bene, che funziona, sembra noioso, poco interessante».
Ci racconti la sua Sicilia. Partendo dall’aspetto esistenziale, dalle sue origini netine.
«La mia Sicilia è soprattutto il luogo mitologico dei racconti di mia madre e di mia nonna. Poi è il ricordo del mio primo, bellissimo, viaggio sull’Isola. Un’ubriacatura di colori e soprattutto di profumi. Primo fra tutti – indimenticabile – quello della zagara in una notte tiepida, bellissima, di fine maggio».
Sul piano culturale quanto ha inciso la tradizione narrativa e filosofica siciliana nella sua opera?
«Parecchio, credo. Ma non sono molto bravo a ritrovare le ascendenze letterarie della mia opera. Credo sia un compito che spetta ai lettori consapevoli e non agli autori».
Lei, fra le sue molteplici attività, è stato anche senatore della Repubblica eletto nel Pd. Iniziò la sua esperienza politica in una fase difficile della Repubblica. Cosa è cambiato? E che idea ha dell’Italia di oggi?
«È cambiato molto. Viviamo in un Paese pieno di rabbia, di frustrazioni, di rancore. I peggiori populismi intercettano e amplificano questi sentimenti tossici. Credo che sia giunto il momento di impegnarsi per un ritorno della politica intesa come capacità di elaborazione, di mediazione, di pensiero. Come strumento di progresso e di rimozione delle insopportabili diseguaglianze che, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti».

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