Dina Lauricella: «Le donne di ‘Ndrangheta che rinnegano la mafia lo fanno per amore»

Libri e Fumetti Cresciuta giornalisticamente nella Palermo antimafia degli Anni 80 e 90, la cronista siciliana ha fatto gioco su una sensibilità innata per scrivere "Il codice del disonore - Donne che fanno tremare la 'Ndrangheta" (Einaudi): «L'amore - per i figli, per la vita e anche per un uomo - è scelta e libertà, per questo le ‘ndrine sono disposte a tutto pur di limitare i contatti delle loro donne col resto del mondo»

Una storia di Donne, con la D maiuscola, che hanno avuto il coraggio di rischiare la propria pelle per sé e per i figli, denunciando gli uomini di ‘Ndrangheta. Racconta questo e non solo Il codice del disonore – Donne che fanno tremare la ‘Ndrangheta, edito da Einaudi e dal quale è stato realizzato un racconto per Rai3 con il titolo “Disonora il padre”. È l’ultimo lavoro di Dina Lauricella, giornalista palermitana, che ha collaborato, fra gli altri, con “La Repubblica”, “L’Espresso” e “Il Fatto Quotidiano”.

La giornalista palermitana Dina Lauricella

Avrebbe dovuto incontrare i lettori siciliani il 6 marzo, a Palermo, ospite dei Candelai con Elvira Terranova, collega dell’Adnkronos, e il giudice Piergiorgio Morosini, ma la grave situazione verificatasi di recente nel nostro paese ha obbligato tutti a rimandare l’appuntamento. Il codice del disonore è un libro che va letto, obbligatoriamente.

«Le donne di ‘Ndrangheta che negli ultimi dieci anni stanno mettendo le loro esperienze a disposizione della giustizia, rappresentano un fenomeno senza precedenti – rivela Lauricella -. È grazie a loro se finalmente stiamo scoprendo gli equilibri più intimi di questa consorteria a “conduzione familiare”. Il peso delle loro testimonianze è un grimaldello fondamentale nell’attuale lotta contro la mafia più potente d’Europa. Viene fuori uno spaccato arcaico, primitivo e feroce nel quale le donne, madri, figlie o sorelle, sono le prime a farne le spese. Hanno sopportato per decenni botte, mortificazioni e violenze, incarnando – per assurdo – esse stesse i “valori” della vendetta da trasferire ai figli. Questo colpo di reni che all’improvviso le spinge fra le braccia della giustizia, fin qui pare lasci impassibile solo la politica. Per il resto, chiunque si approcci ad una qualunque di queste storie ne resta inevitabilmente colpito sia per l’aspetto legale che per quello più antropologico. Io ci sto dentro come fossero sabbie mobili, difficile mettere da parte i singoli vissuti che ho conosciuto e sono grata di aver avuto questa opportunità».

Dina è giunta in Rai nel 2003 e dal 2007 ha firmato diversi speciali per Michele Santoro, fra cui: “Inferno Atomico”, premio della critica Ilaria Alpi; “Cosa vostra”, dove intervista per la prima volta in tv il figlio di Provenzano e “Stato criminale”, che trae spunto dal libro di cui è autrice con Rosalba Di Gregorio, “Dalla parte sbagliata – La morte di Paolo Borsellino e i depistaggi di Via D’Amelio”, edito da Castelvecchi e premio Marco Nozza per il giornalismo d’inchiesta. Nel 2014 ha vinto il premio nazionale “Paolo Borsellino” (Targa del Presidente della Repubblica) per il giornalismo.

«Una giornalista nata e cresciuta a Palermo in pieni anni ’80  e ’90 credo abbia una sensibilità innata verso questi temi – racconta l’autrice -. I programmi di Michele Santoro erano fra i pochissimi ad occuparsi di mafia ed è lì che ho cominciato a cimentarmi in un certo tipo di racconto. Questo libro però ha una genesi diversa, anomala! Per la prima volta non sono io a cercare una storia o un protagonista, al contrario mi sono ritrovata oggetto delle attenzioni di una collaboratrice di ‘Ndrangheta e scoprire il suo mondo mi ha catapultata in una realtà che non conoscevo e che ho sentito l’esigenza di raccontare».

Il codice del disonore è un lavoro potente, che trascina chi lo legge davanti allo specchio, invitandolo a fare i conti con una mafia di cui poco si sapeva e che solo negli ultimi anni, grazie al lavoro della magistratura e dell’informazione, si sta pian piano disvelando. Per la prima volta nella storia della ‘Ndrangheta le figlie e le mogli dei boss collaborano con la giustizia denunciando le loro famiglie. È un atto per loro estremo, per strappare i propri figli al destino criminale e per sottrarsi al “codice d’onore”. Codice applicato dagli uomini di Ndrangheta che prevede la pena di morte per le donne che tradiscono. Un rito feroce di cui i padri devono farsi garanti per rimediare “all’onta” subita.

Clicca sulla foto e vedi la prima parte di “Disonora il padre”

Dina Lauricella è riuscita a raccontare la Ndrangheta passando attraverso la voce delle donne che l’hanno vista, vissuta e subita. Con la loro testimonianza qualcosa è cambiato; qualcosa che era rimasto per troppo tempo sommerso sotto un fitto strato di silenzi. «Le donne che aspirano a tirarsi fuori dagli ambienti criminali delle loro famiglie mafiose, lo fanno soprattutto per motivi legati all’amore. In senso lato, amore per i figli che vogliono salvare dal destino apparentemente inevitabile di seguire le orme dei loro padri. Amore per la vita, per rompere quel burqua di mattoni e cemento che le obbliga a rimanere chiuse in casa. Ovviamente anche amore per un uomo, spesso conosciuto su Facebook, una piattaforma virtuale che per loro rappresenta l’unica realtà alternativa alle loro vite claustrofobiche. Ma l’amore è scelta, libertà, curiosità e le ‘ndrine sono disposte a tutto pur di limitare i contatti con il resto del mondo. È per questo che il codice d’onore della ndrangheta impone ai padri, ai fratelli o addirittura anche ai figli, di sopprimere le ribelli».

Clicca sulla foto e vedi la seconda parte di “Disonora il padre”

Dina Lauricella è una giornalista attenta, precisa e di incredibile sensibilità. Per lei la Sicilia è amore viscerale: «Quest’isola è parte di me – conclude -. Le ferite le vedo, le conosco e fanno male, ma sono fiera della mia sicilianità, delle mie vocali aperte e del patrimonio culturale, letterario, paesaggistico e storico della mia isola».

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