La follia di “Medea” come monumento alla solitudine umana

Recensioni Uno spettacolo convincente quello che il regista Sebastiano Mancuso ha portato in scena al Teatro Musco di Catania con la sempre brava Luana Toscano, nel ruolo del titolo, e Liborio Natali in quello di un sorprendente e intenso Giasone

E’ tempo di Medea di Jean Anouilh sul palcoscenico del Teatro Musco di Catania, grazie al regista Sebastiano Mancuso, con una produzione della Compagnia italo francese Absinthe Teatro e dell’associazione greca Menippos.
Uno spettacolo convincente, andato in scena sabato 12 e domenica 13 ottobre, un atto unico che ha visto sul palcoscenico la sempre brava Luana Toscano nei panni della maga barbara, folle d’amore e pronta a tutto: l’attrice, ormai all’apice per tecnica e doti interpretative, ha aderito perfettamente al personaggio delineato dal drammaturgo francese, donandogli quella prospettiva atemporale (ma mai asettica) che la renderà un paradigma eterno e quanto mai attuale. Rifiutata, vilipesa, odiata in quanto straniera, relitto della società,  sulla scena ha manifestato con intensità tutte le passioni più oscure e potenti della sua anima, delineandosi come monumento alla solitudine umana.

Liborio Natali e Luana Toscano in scena

Ma dove Luana Toscano ha dato davvero il meglio di sé è stato nel meraviglioso duetto con Giasone, un intenso Liborio Natali, che è il vero personaggio rivelazione del dramma di Anouilh: mentre  in Euripide suscita nello spettatore solo irrisione e antipatia, nella piece francese è un personaggio sfaccettato, profondo, sensibile. Bello il dialogo, dunque, in cui i due, magistralmente interpretati dagli attori, ripercorrono la storia della loro passione amorosa  con grande nostalgia per l’episodio del loro innamoramento, passione totalizzante, amore, amicizia e cameratismo di due esuli.

Convincenti anche Franco Colaiemma nel ruolo di Creonte e Martina Cassenti nel ruolo di sua figlia Creusa; una sorpresa piacevole la promettente Sarah Zuccarello nel ruolo del messaggero.
Dulcis in fundo un plauso anche ad Antonella Scornavacca, una intensa fedele nutrice, che condivide con Medea la misera vita in un carrozzone, un personaggio umano, che chiude con un meraviglioso accenno alle gioie della vita: ““Medea, sono vecchia, non voglio morire! Ti ho seguita, ho lasciato tutto per te. Ma la terra è ancora piena di cose buone, la minestra calda a mezzogiorno, il goccio che riscalda il cuore prima di prender sonno.”

Poi il dramma scivola verso la sua tragica conclusione. Di grande effetto l’apparizione in scena di Medea con le mani grondanti del sangue dei figli e la sua morte nel rogo da lei stessa appiccato: è proprio umana questa Medea di Anouilh, e ci commuove di più di quella euripidea che vola via su un carro alato di natura divina. La madre suicida ha compiuto il suo destino. Anche la catarsi nello spettatore è compiuta. E restano solo applausi, tanti, per una bella messinscena.

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