Mario Incudine è la versione rock dell’uxoricida Barbablù nella Nantes del Quattrocento

Recensioni Al Piccolo di Catania lo spettacolo scritto da Costanza Di Quattro e diretto da Moni Ovadia che rievoca la figura di Gilles de Montmorency-Laval. Incudine è un interprete musicale immenso, un autore superbo che il musicista Antonio Vasta esalta, nutrendo le musiche di sfumature emozionali. Sarebbe stato interessante però reinterpretare la world music alla luce di una nuova ricerca che contenesse al suo interno appigli rock e metal, come richiedevano il testo e il personaggio

«Per attraente che sia, spesso la curiosità costa cara. Ogni giorno se n’hanno degli esempi. È, con buona pace delle donne, un piacere da nulla, che si dilegua non appena soddisfatto». Un monito chiaro quello che il misogino Charles Perrault concepisce per la sua fiaba Barbablù, in cui la giovane moglie mette a repentaglio la sua vita per aver disubbidito alle raccomandazioni del marito, aprendo quell’unica porta che ne palesa la sua vera natura di assassino.

Questa favola macabra, meno ricorrente di altre, torna a teatro nella versione approntata da Costanza Di Quattro per la regia di Moni Ovadia, con protagonista Mario Incudine insieme al polistrumentista Antonio Vasta, nel fine settimana scorso al Piccolo Teatro della Città di Catania. Nella riscrittura Di Quattro, pur mantenendo il centro nevralgico della storia, restituisce voce al carnefice e fornisce una serie di elementi, anche a sfondo psicologico, che ne completano il quadro, offrendo nuovi e interessanti spunti di riflessione.

Il c’era una volta diventa storia nella rievocazione della figura di Gilles de Montmorency-Laval, conosciuto con il soprannome di Gilles de Rais, il quale dopo aver dissipato il suo patrimonio si avvicinò alle pratiche dell’occultismo offrendo in sacrificio oltre un centinaio, tra bambini e fanciulli, e finendo impiccato a soli 36 anni. Un personaggio realmente esistito le cui vicissitudini si ricollegavano, già nel Seicento, a quelle del mostruoso assassino al centro dell’opera. Una connotazione spazio-temporale così marcata, come quella presente nella pièce che colloca gli avvenimenti nella Nantes del Quattrocento, che stride con le continue e talvolta forzate incursioni nell’attualità del femminicidio: si vedano gli a parte del protagonista, in cui si sente la frenetica necessità di sviscerare il nuovo significato attribuito all’opera. A prescindere dal valore assegnato, le fiabe e il teatro dovrebbero lasciare la possibilità al fruitore di trarre l’insegnamento che questi più reputi corretto.

Mario Incudine è Barbablù

Al centro del plot si colloca anche quella forma di ingenuità femminile tipicamente adolescenziale offuscata, nel caso in questione, dalla molte ricchezze possedute da Barbablù che lo collocano in una posizione di superiorità e di potere rispetto alle sue consorti, o talvolta dell’amore che ottenebra le menti di queste donne e che alle prime avvisaglie di consapevolezza mette in moto nell’uomo un’escalation di rabbia, che alla fine lo spinge ad “allontanare dalla mia vita, dalla loro” la malcapitata di turno. Discrepanze a parte, l’efficacia regia di Ovadia è concitata e regala sotto finale un vero coup de théâtre, in cui una videoproiezione illumina il fondale nero mostrando tutto lo strazio dei corpi incellofanati e penzolanti. Lo schema registico è armonicamente ripetitivo: ad ogni soprabito indossato da Barbablù fa seguito il racconto della nuova relazione,  sottolineato da uno strumento musicale diverso (organetto, fisarmonica, concertina, zampogna, glockenspiel) suonati dalle sapienti mani di Vasta. Segue poi il barbaro omicidio con tanto d’inserto rosso, sia esso una macchia di vernice spray su un volto senza occhi, il palmo di una mano su un libro o un foulard attorno al collo di uno spettrale manichino privo di vita.

Una canzone, un tocco di campana e si ricomincia. Ovadia in coppia con l’eclettica e prodigiosa Elisa Savi, costumista e ideatrici delle istallazioni che campeggiano al centro della scena, restituisce un’ambientazione atemporale in cui si strizza l’occhio, con i ghirigori dorati della cornice e del pouf  barocco e su cui s’instillano inserti dark: dal trono dall’alto schienale Chesterfield di pelle nera e dalla struttura dorata agli stivali rock metal, dal cappotto di paillettes glam, con i risvolti viola, a una coppa di vetro rosso. Iconico il mantello bordato di pelliccia dalle cui macchie sbuca un nudo femminile in penombra; d’altra parte la Savi sembra avere un debole per le cappe, basti ricordare quella tridimensionale omaggio alla pittura metafisica, indossata dal re Pelasgro ne “Le supplici”.

L’uccisione delle mogli è mostrata crudamente su una bambola a grandezza reale, su un dettaglio inserito in un trittico o su un bellissimo manichino con un abito in broccato al cui interno è custodito un palloncino fetale; le donne non le vediamo ma ci vengono coraggiosamente restituite dalle voci di Marianella Bargilli, Roberta Caronia, Lella Costa, Elisa Di Dio, Mirella Mastronardi, Elisabetta Pozzi, Silvia Siravo e Pamela Villoresi. Un’incisione su nastro come le bambole di una volta, in cui il corpo si azzera e ciò che resta è solo uno sbiadito ricordo mixato al resto. La scrittura della Di Quattro è sorvegliata, mostra interessati sfumature e si colloca in posizione perfettamente diacronica: alle donne regala sfumature linguistiche d’antan mentre a Barbablù riserva un linguaggio alto ma scorrevole, prestandosi alle necessità artistiche del cunto. Le otto mogli di Barbablù hanno tutte nomi di fiori: Iris, Dalia, Primula, Erica, Gelsomina, Margherita, Rosa, un espediente utile a rimarcare la metafora della delicatezza femminile, d’altra parte a descriverne i difetti e i limiti caratteriali ci pensa il tremendo Barbablù. Quest’atto unico è una confessione a cuore aperto in cui l’uxoricida fornisce anche i numeri delle sue malefatte, non accennando mai a un minimo pentimento, neppure agli Inferi.

Incudine è un interprete musicale immenso: una voce squillante, un’estensione unica, un fraseggio rotondo; scrive per il pianoforte lo struggente tema di Barbablù superbamente eseguito da Vasta e nutrito di sfumature emozionali. Sarebbe stato interessante però reinterpretare la world music alla luce di una nuova ricerca che contenesse al suo interno appigli rock e metal; lo richiedevano il testo e il personaggio. È potente il momento in cui il suono riverberato della zampogna viene supportato da un intreccio elettronico o dal mantice usato per il respiro affannoso: la continuità di questo approccio avrebbe sì rivestito di unicità il dramma.

Commenti

Post: 0

SicilyMag è un web magazine che nel suo sottotestata “tutto quanto fa Sicilia” racchiude la sua mission: racconta quell’Isola che nella sua capacità di “fare”, realizzare qualcosa, ha il suo biglietto da visita. SicilyMag ha nell’approfondimento un suo punto di forza, fonde la velocità del quotidiano e la voglia di conoscenza del magazine che, seppur in versione digitale, vuole farsi leggere e non solo consultare.

Per fare questo, per permettere un giornalismo indipendente, un’informazione di qualità che vada oltre l’informazione usa e getta, è necessario un lavoro difficile e il contributo di tanti professionisti. E il lavoro in quanto tale non è mai gratis. Quindi se ci leggi, se ti piace SicilyMag, diventa un sostenitore abbonandoti o effettuando una donazione con il pulsante qui di seguito. SicilyMag, tutto quanto fa la Sicilia… migliore.