“Alla Furca”, metafora del marcio che fagocita la società

Recensioni In scena Salvatore Tringali scava a mani nude nella ferocia umana. Occorre del tempo per metabolizzare lo spettacolo scritto e diretto da Orazio Condorelli, prodotto dalla Fondazione Teatro Tina di Lorenzo di Noto e tornato in scena a Catania per la rassegna "Altre Scene" di Zo Centro Culture Contemporanee

“Dicunu cca quannu unu s’ampicca u so’ cazzu s’addrizza, ma iu nun potti aviri mancu sta soddisfazioni”. Si conclude così il monologo Alla furca – prodotto dalla Fondazione Teatro Tina di Lorenzo di Noto dove ha debuttato lo scorso anno, e proposto per la prima volta a Catania dalla rassegna “Altre Scene” di Zo Centro Culture Contemporanee  –  che racconta l’ennesima miseria umana in cui sguazza il protagonista, privo di identità, interpretato da Salvatore Tringali.

L’uomo è seduto su una sedia, davanti a lui un’asta con un microfono, alle sue spalle – sul lato destro – un’impalcatura di tubi su cui è collocato il giovane chitarrista Flavio Riva. La scena è quella di una deposizione in tribunale, più che altro una confessione alla quale si arriverà solo in un secondo momento, un’immagine che tutti abbiamo impressa nella mente perché presente nei telegiornali di parecchi anni fa, quando l’Italia intera assisteva al Maxi Processo. È arrogante, pieno di sé, indossa occhiali scuri, un completo beige, scarpe abbinate alla cravatta -marrone a righe- e l’immancabile anello d’oro al mignolo.

Ogni volta che apre bocca pronuncia parole pesanti come macigni che rimbombano nelle orecchie, anche per quella recitazione affettata che ne amplifica il senso. Il testo di Orazio Condorelli, che firma anche la regia, non fa che muoversi nell’incubatrice de “Il Pataffio” di Luigi Malerba, da cui prende spunto, eppure si discosta con caparbietà soprattutto da quello che è il tema cardine del romanzo storico medievale: la fame che attanaglia i signori e la plebe, quel popolo bruto che nella versione teatrale verrà definito popolo merda.

Salvatore Tringali in “Alla furca”

Scava Condorelli nella ferocia umana, e man mano che si avvicina al fondo, fa emergere tutta la brutalità di quest’uomo, del suo amore lascivo per una mula, della sua spietatezza per la moglie che ucciderà con freddezza dandole fuoco, del modo in cui è stato evirato divenendo “nì carni e nì pisci” e di come ha messo fine alla vita di chi non si è piegato al suo volere. Maledice continuamente quel feudo arido che la moglie gli ha portato in dote rendendolo signore, lui che di stirpe era stalliere. È negli ultimi momenti che invoca l’assoluzione per poter banchettare con Dio, in un Paradiso in cui gli angeli portano piatti stracolmi di cibo e la lingua usata da tutti è il vernacolo. A tal proposito la drammaturgia si attesta in un siciliano stretto da cui sporge una frase in latino, Malerba invece nella sua opera attinge a piene mani all’italiano, a un maccheronico vernacolo semi-romanesco e all’idioma indoeuropeo.

Ancora differenze per questo lavoro che dà tanto l’impressione di essere una metafora del marcio che fagocita la società di allora, di oggi, di sempre. Non c’è un riferimento storico ben preciso, anche se all’ingresso la dominante arancione restituisce l’immagine di uno scatto vintage da collocare tra gli anni ’70 e ’80, come suggerisce il costume, ma è un’impressione, non c’è nient’altro che permette di connotarlo. La scenografia è asciutta con un fondale di tela pesante, visibile solo quando è illuminato da luci ambra o bluette; attorno alla sedia, in cui entrando troviamo seduto Tringali, ce ne sono altre disposte ai due lati riservate agli spettatori che diventano parte integrante della performance, e il cui sguardo indagatore diventa sempre più tagliente a ogni nuova parola.

I riflettori illuminano in verticale il volto e talvolta le mani dell’uomo, mentre l’effetto maggiore è quello della penombra, prima dell’accecante bagliore finale che rischiarerà il viso degli spettatori. Un grande lavoro d’illuminazione, inteso, quello di Roberto Bonaventura che dà spazio alle sfumature di rosso in cui viene avvolto Riva, il quale con la sua chitarra elettrica dà vita a una vera e propria partitura drammaturgica. Parole, rumori di catene costantemente presenti e un suono elettrico, metallico e dissonante sono gli elementi che diventano la cifra stilistica della piéce, che anela alla sperimentazione strizzando l’occhio a un altro grande interprete del teatro isolano: Vincenzo Pirrotta.

Nel lavoro sulla musicalità delle battute, stridule e acute, sussurrate o cavernose che richiamano alla mente il “cuntu”,  non si può che ricordare l’attore palermitano. C’è però tanto di Tringali, con la sua forza interpretativa, e di Condorelli, con il suo occhio disincantato e con una regia postmoderna, ma anche il contributo graffiante di Riva in questa performance short dalla costruzione scarna in cui i tanti input restituiscono l’insieme. Occorre del tempo per metabolizzare “Alla furca” sebbene il plot sia chiaro, ma quando anche l’ultima goccia amara arriva a destinazione, è quella che ti riporta alla vita vera.

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