Caterina, fragile “Governante” tra perbenismo bigotto e utopica libertà dell’io

Recensioni Minimalista ed equilibrata la messinscena de "La governante" di Vitaliano Brancati da parte del “Teatro giovane Pachino” andata in scena al “Turi Ferro” di Acireale. Ad aprile si replica a Paternò

Gisella Calì e Antonio Campanella

“La Governante” di Vitaliano Brancati è una macchina teatrale perfetta. Soprattutto è un atto d’amore nei confronti della moglie Anna Proclemer, costruito su misura sulle qualità interpretative della grande attrice. Sono processi ispirativi che portano ai memorabili connubi artistici, a quelle alchimie che superano la prova del tempo. Il Brancati drammaturgo affonda la lama più del Vitaliano narratore, e di questo si era accorta anche la compagna, in procinto di portare in scena questo spettacolo controverso e ambiguo.

La Calì, Barbara Cracchiolo e Campanella

“La Governante” è un testo di una potenza drammaturgica inusuale e il collaudato allestimento del “Teatro giovane Pachino”, diretto da Sebastiano Cimino e andato in scena al teatro “Turi Ferro” di Acireale, ne è una brillantissima prova. La regia di Cimino (che nella scena è anche un commovente e convincente Leopoldo) è minimalista ed equilibrata nel rispetto del divario atavico e brancatiano Roma-Sicilia. Bravi Barbara Cracchiolo e Angelo Aliffi (la nuora e il figlio), Antonio Campanella (lo scrittore), Francesca Gennuso e Valentina Amico (Jana e Francesca). Ed è molto positiva la prova della governante interpretata da Gisella Calì, una perfetta Caterina Leher che modula con forza ed espressività inusuali i tormenti di questa infelice donna, cogliendo l’essenza dell’ideale brancatiano. Anche il suo è un atto d’amore nei confronti dell’autore pachinese, della sua Musa, e del teatro stesso, nonostante una frattura alla spalla ha regalato al pubblico dello stabile di Acireale una grande prova.

Sebastiano Cimino, Cracchiolo, Calì e Angelo Aliffi

Lo scandalo non è rappresentato dall’omosessualità di Caterina Leher, ma dalle implicazioni “borghesi” che fanno di quella una colpa. La governante tenta un vano processo di espiazione interna che si rivela, invece, un calvario senza vie d’uscita. Tutti i personaggi sono tormentati (compresa la cameriera Francesca), emerge prepotentemente il fardello del rimorso, come quello, mai rimosso, della morte della figlia, di Don Leopoldo Platania. E sarà, ancora una volta, il patriarca siciliano a causare inconsciamente la morte delle altre due figlie “adottive”, quella della povera di spirito e innocente Jana, e quella della rigida e fragile Caterina, dibattuta tra un perbenismo bigotto e un’utopica libertà esistenziale.

Il lavoro sarà ripreso ad aprile a Paternò.

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