“Dieci”, come i personaggi in una Napoli senza Cristo e senza santi

Recensioni La rassegna "Palco Off" a riproposto al Teatro del Canovaccio di Catania lo spettacolo tratto dall'opera di Andrej Longo con la poliedrica Elena Dragonetti diretta da Raffaella Tagliabue. Ne è venuto fuori uno spettacolo che tocca l’anima, in cui i personaggi entrano nella carne a ricordare l’abisso che si apre tra la parola di Dio e l’inferno sulla terra

Tutta l’atmosfera dei vicoli napoletani in una piéce drammatica che commuove e invita a profonde riflessioni. E’ stato un bel fine settimana quello del Teatro del Canovaccio di Catania per la rassegna Palcooff, che ha riproposto dal 24 al 27 ottobre,  “Dieci”, uno spettacolo molto amato dal pubblico nella precedente stagione, nato dall’opera omonima di Andrej Longo.

Non a caso l’attenta direttrice artistica Francesca Vitale, su richiesta degli spettatori, non ha esitato a riproporlo  come splendido esempio di teatro civile intelligente, che scuote le coscienze attraverso una messinscena agile, sottolineata da una musica accattivante. Grande protagonista assoluta, straordinaria per duttilità, gestione della voce e della mimica e sinuosità dei movimenti nelle parti più “danzate”,  la poliedrica Elena Dragonetti, che, sotto l’attenta regia di Raffaella Tagliabue, si cala in dieci personaggi sfruttati e rifiutati dalla società in una Napoli senza Cristo e senza santi, abbandonata a sé stessa.

Un momento dello spettacolo “Dieci”

Sullo sfondo di questa città dolente, l’attrice sbozza con grande maestria  storie di proletariato urbano scandite dal commento ai Dieci Comandamenti, delineando ritratti davvero indimenticabili, come la donna che, pazientemente, aspetta il ritorno del marito il martedì e che veramente ha regalato agli spettatori momenti di grande commozione, in quell’eterna attesa di una gioia sempre rimandata. O ancora Papilù, il ragazzo coraggioso che vuole uscire fuori dal sistema  e non piegarsi alla malavita cui fa da contraltare il bambino tredicenne costretto ad uccidere la madre, malata terminale, perché nessun adulto vuol farsi carico della situazione, prendersi alcuna responsabilità. Passa un brivido alla schiena in platea dinanzi alla sua rassegnata affermazione: “Perché qualcuno doveva farlo”.

Perché questo spettacolo tocca l’anima e i personaggi entrano nella carne a ricordare l’abisso che si apre tra la parola di Dio, espressa nei Comandamenti, e l’inferno sulla terra, dove Dio non dà segni di vita. Come in uno degli episodi più toccanti,  a commento del comandamento Non commettere atti impuri, dove un’indifesa ragazzina di quattordici anni, Vanessa, violentata e incinta del padre, si veste con tacchi a spillo e minigonna (e pare proprio ’na femmina) e va ad abortire. Grumi di anime palpitanti, espressione della più verace napoletanità (in omaggio anche al buon De Filippo), cui Elena Dragonetti ha dato un’anima sensibilissima, riuscendo a fare proprie le sofferenze degli altri spesso semplicemente espresse in un ingenuo mutar d’abito sulla scena.

Eppure il ritmo narrativo è rimasto leggero, godibile, mentre la camaleontica attrice diventava ora borseggiatore, ora cantante, ora ragazza violentata dal padre, invocando la “pacienza”, la capacità di sopportare dei poveri, dei reietti della società, a ben pensarci un vero atto eroico.

Ben vengano questi spettacoli: che abbiano diffusione anche nelle scuole, che facciano sentire in tanti teatri la loro intelligente voce per insegnarci ad ascoltare il drammatico urlo degli ultimi.

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