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I sacerdoti del sapere leggano la “verità” di Sciascia su Majorana

Blog Quando chiesi a Leonardo Sciascia un’idea da proporre al Teatro Stabile di Catania, non ebbe dubbi: "I fisici" di Dürrenmatt. Aveva scritto "La scomparsa di Majorana", come quasi tutti i suoi libri bersagliato da polemiche, uno straordinario e inquietante exemplum sulle responsabilità della scienza e dell’intellettuale, e sul tormento che a quella responsabilità deve inevitabilmente associarsi

Quando chiesi a Leonardo Sciascia un’idea da proporre al Teatro Stabile di Catania, non ebbe dubbi: I fisici di Dürrenmatt. Aveva scritto La scomparsa di Majorana, come quasi tutti i suoi libri bersagliato da polemiche, di scienziati o politici, opinionisti o storici, “professionisti” di questo o quel sapere inteso come potere. Libro centrale nella storia della produzione sciasciana, quell’apologo-pamphlet rappresentava il più notevole tentativo, almeno in Italia e da parte degli hommes de lettres (fuori d’Italia, si pensi appunto a Dürrenmatt, ma anche al Michael Frayn di Copenaghen) di far precipitare in un unico crogiolo i grandi interrogativi della scienza e quelli della letteratura, di rispondere a quelli con questi, di far finalmente interagire le “due culture”.

La scomparsa di Majorana è uno straordinario e inquietante exemplum sulle responsabilità della scienza e dell’intellettuale, e sul tormento che a quella responsabilità deve inevitabilmente associarsi: Sciascia vi sposa, com’è noto, la tesi estrema della fuga nelle tenebre dell’a­nonimato, inscenata dal fisico presago degli effetti devastanti delle ricerche sull’atomo. Le polemiche furono come al solito miopi; e questa volta furono gli scienziati a non avvedersi che – giuste o sbagliate le congetture di Sciascia – era altra e più profonda la verità da lui cercata, e in letteratura, solo in letteratura, possibile: e relativa alla «continua e fitta trama di significati» che segretamente ordisce il reale. Trame e rispondenze che alla logica empirica d’un inquirente o d’un cronista risultano magari incongrui accostamenti e accidentali analogie, ma che per uno scrittore come Sciascia – e per un personaggio «religioso» com’è Majorana per Sciascia – hanno il valore di segni, di rivelazioni.

Ettore Majorana

È a questa ricerca. a quest’opera di ricomposizione di “figure” cariche di destino e di prefigurazioni, di scambi e rimandi, che appartiene la “verità” di Sciascia. E il contributo da lui offerto al disvelamento di quel mistero-Majorana che è, a ben vedere, il cuore di tenebra del secolo appena trascorso. Il problema è ora come allora interrogare gli orrori del Novecento, dalla Shoà all’atomica, e le catastrofi attuali come la devastazione ambientale e la cronicizzazione epidemica, perché gli uni e le altre ci interrogano, ci mettono in questione, demoliscono le arroganti certezze d’un secolo votato all’irresponsabilità e a un cieco “progresso”. E per far questo servono ma non bastano gli scienziati.

Dürrenmatt mette in scena un’altra fuga, di un fisico nucleare, Möbius, che ha scoperto una formula destinata a sconvolgenti conseguenze. Onde evitare che i suoi studi finiscano nelle mani sbagliate si fa internare in una casa di cura, fingendosi pazzo. Lo seguono, inscenando la stessa malattia, un agente segreto americano che fa finta di credere di essere Newton, e una spia comunista, che dice di credersi Einstein. Questi intendono impossessarsi della formula segreta, ma, al termine della pièce, l’unica persona che riuscirà a ottenere le carte, sarà la proprietaria della clinica, che è l’unica vera folle, e intende assoggettare tutto il mondo con la scoperta di Möbius.

Dürrenmatt sceglie il grottesco (e come non pensare, soprattutto nel finale, al Dottor Stranamore di Kubrick?), la sua è una commedia gialla ricca di colpi di scena, di cambiamenti di identità, di inquietanti rivelazioni; più realistico e più pensoso il registro scelto da Sciascia: ma in un caso e nell’altro inviterei tanto gli epidemiologi quanto gli economisti, e con loro i sacerdoti d’ogni sapere “a una dimensione“, alla lettura di queste ed altre pagine letterarie (o filosofiche) che li inducano a una più ampia e profonda comprensione umana, a operare in uno stato di silenziosa e sempre vigile e dubbiosa coscienza.

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