domenica 16 giugno 2019

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Plausi e botte

Aveva ragione Sciascia, in Europa siamo vasi di terracotta tra vasi di ferro

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Il concetto chiave è la fragilità, vero limite 40 anni fa per lo scrittore racalmutese del sistema Europa che si accingeva a votare per la prima volta su scala continentale. Oggi il sogno dei padri nobili di Ventotene è stato ucciso e l'Europa muore ogni giorno nei flutti del Mediterraneo. E noi ci ritroviamo privi di immaginazione e di indignazione, di sogni e di scelte responsabili


di Antonio Di Grado

Europa, figlia del re di Tiro, non solo era bella ma forte e fiera, tanto da resistere alle ripetute molestie sessuali di quel volgare e violento stupratore multiforme che fu Zeus. Ma il re dell’Olimpo, il capriccioso despota degli dei, in forma di toro e poi d’aquila riuscì a violentarla, e da quello stupro derivò una ben triste progenie, protagonista di macabri eventi come quelli consumati intorno al labirinto del cretese Minosse, abitato dal mostruoso Minotauro figlio d’un bestiale connubio. Altra e altrettanto sventurata discendenza ebbe il fratello di Europa, Cadmo, nella Tebe appestata dall’incesto di Edipo e Giocasta e poi cruentata dalla guerra fratricida di Eteocle e Polinice.

Luttuoso, dunque, quel nome, ed evocatore di efferate violenze: ieri come oggi, quando la bella e fiera Europa non è più un dio zoomorfo a ghermirla, ma se la contendono da una parte i liberisti amici delle banche, dei potentati economici, della speculazione capitalistica che impoverisce ed emargina, e dall’altra i sovranisti lordi di razzismo, odio per il prossimo e per la libertà di pensiero, passione perversa per muri e confini, fili spinati e porti chiusi, inumane proscrizioni di fratelli derelitti.

Il rapimento di Europa, mosaici di Byblos, III secolo, Museo nazionale di Beirut

Eppure un tempo nell’Europa ci credevo, mi sentivo con orgoglio cittadino europeo. Poi quel sogno, che fu dei nobili padri di Ventotene, è stato ucciso. E non solo dalle banche e dall’asse franco-teutonico, che di quel vecchissimo e fiacco continente, senza immaginazione e senza futuro, hanno svelato il volto torvo, cinico, ottuso, rassegnato. Non solo. L'Europa è morta e muore ogni giorno nei flutti del Mediterraneo, dimostrando la propria impotenza e peggio indifferenza al cospetto di tanti morti, rinunziando a una politica unitaria di soccorso a quei dannati della terra, ad aprire loro nuovi orizzonti e nuove identità come altri continenti, più giovani e più vivi, fecero in passato.

Del resto l’idea d’Europa, nel momento stesso in cui prendeva corpo, s’impregnava già d’un dolce tanfo di decadenza, di città morenti e di bellezza sfiorita, di blasonata impotenza e di festosa catastrofe, di decrepiti gentiluomini in stiffelius e di esangui fanciulle bistrate, di valzer interrotti da spari e di fiori marciti in un cimiterino liberty.

Che questo impasto di colori e suoni, di nostalgie e chimere, diventasse realtà e per di più influente, era forse una nobile utopia, un sogno d’anime belle aggrappate alla bombola d’ossigeno. Un sogno al quale non prestò fede nemmeno un convinto illuminista, e di solida formazione eurocentrica, quale Leonardo Sciascia.

Il 10 novembre del ’79, tempo d’elezioni europee, Sciascia scrisse per “Le Monde” un articolo di cui in Italia nessuno s’accorse. S’intitolava Dialettica della fragilità, ed era scandalosamente, profeticamente anti-europeo. Non esiste nella nostra tradizione culturale, scriveva Sciascia, “un’idea dell’Europa”: piuttosto, “uno stato d’animo”, o addirittura “una sensazione”. La sensazione, cioè, “di una debolezza, di una fragilità, di una estenuazione avvertita al momento di proclamarsi europei o di averne coscienza”.

Leonardo Sciascia

Poi lo scrittore analizzava una per una le voci, d’intellettuali e poeti, che variamente modularono “tutta la fragilità del nostro europeismo culto e squisito”. Una caparbia e improbabile “utopia”, per costoro, l’Europa: un fragile baluardo contro la barbarie che preme alle porte ma urge anche dentro le mura, e nel fondo oscuro d’ognuno di noi. Un’utopia così precaria e sfiduciata da sconfinare nella “negazione”, nella “preoccupazione e previsione d’una Europa della disoccupazione e del capitale, d’una Europa, in definitiva, della guerra”.

E allora: “forse è gratuito o almeno prematuro tendere l’orecchio per sentire, nell’unità europea che si sta tentando di fare, le trombe dell’Apoca­lisse; ma certamente bisogna andare, noi italiani, con molta preoccupazione e diffidenza. Dobbiamo, credo, trasferire dalla letteratura alla politica il concetto di fragilità. Della fragilità non più del­l’Eu­ropa ma nostra: poiché veramente saremo come vasi di terracotta tra vasi di ferro”.

Così parlò Sciascia, ben quarant’anni fa. Solo oggi possiamo accorgerci che aveva ragione, che aveva manzonianamente ragione: vasi di terracotta tra vasi di ferro. Una disperata - e disperante - fragilità. E oggi? Oggi dilaga una peste come quella di Tebe, di cui Edipo fu chiamato a indagare le cause, ma finì con lo scoprire d’esserne lui la causa: come ognuno di noi, così privi di immaginazione e di indignazione, di sogni e di scelte responsabili, di amore.


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Pubblicato il 31 maggio 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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