venerdì 20 settembre 2019

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Davide Campisi, la musica come "pane quotidiano"

Sugnu sicilianu

Il musicista folk ennese, suonatore di tamburi a cornice, forte di vent'anni buoni trascorsi a lavorare nell'azienda di panificio e pasticceria di famiglia, ha mantenuto saldo il rapporto con la gente che gli fa vivere con facilità il senso del popolare: «La musica è "pane quotidiano". L’hobby della musica non esiste. La musica è una vocazione, fa parte del tuo essere»


di Gino Morabito

Con un gesto d’altri tempi, di quelli che oramai non si vedono più, mi porge il suo ultimo lavoro discografico, Democratica, pubblicato dalla Compagnia Nuove Indye alla fine del 2017, rendendolo originale con una piccola dedica; poi sull’uscio della galleria civica SPE di Enna – sottobraccio come due amici che si intrattengono a chiacchierare ancora un po’ sul cenno del saluto – Davide Campisi mi confida di alcune intuizioni per il video di Girotondo - dove Lupin III "restituisce" La natività di Caravaggio a Palermo dove è stato rubato 50 anni fa -, del superamento di ogni più rosea attesa iniziale e di come potrebbe diventare a tutti gli effetti un episodio del famoso cartoon manga. Un veloce scambio di battute sulla musica da ascoltare e la promessa di incontrarci di nuovo per un caffè, piacevole come quello che ha visto il suonatore ennese di tamburi a cornice protagonista di questo confronto: in un canto che è insieme d’amore e di lotta, il dolceamaro di un’anima in terra di Sicilia.

Quando non suona i tamburi a cornice, chi è Davide Campisi?
«Sono figlio di artigiani; ho lavorato per più di vent’anni nell’azienda di panificio e pasticceria di famiglia, mantenendo la filosofia di vita del commerciante, che associavo alla musica. Tornavo a casa alle quattro di mattina e alle sei cominciavo l’altro lavoro. Questa doppia vita è stata sempre naturale e la mia passione per la musica è stata più forte di ogni cosa. Avevo le occhiaie evidentissime, ero stanco, ma portavo avanti il mio percorso… Oggi per me è molto facile vivere il senso del popolare, stare con la gente; vivere attraverso i suoni del lavoro e trasformarli in musica»

Davide Campisi, foto Nino Di Maio

Hai tastato e continui a tastare gli umori della gente ed, entrandoci in contatto, ne comprendi inevitabilmente i gusti.
«A volte comprendi anche il lato oscuro della nostra società, quello che siamo veramente. Attraverso la musica, però, ti sforzi di carpire il lato positivo, cercando di avvicinarti alle persone. Comprendere i gusti, scoprirli, è sempre più difficile, perché oggi siamo indottrinati dai messaggi con cui ci bombarda la rete e tendiamo all’omologazione, ad avere un gusto unico. Sono uno che ama la gente, perché sono cresciuto con le persone e, se ho da dire qualcosa, cerco di dirla nel modo meno invasivo possibile: dire poche cose al momento giusto»

Qual è il tuo messaggio, Davide?
«Scoprire sé stessi, cercare di essere degli individui unici. E io lo faccio attraverso la musica; lo faccio attraverso i tamburi a cornice, che oramai sono da più di quindici anni lo strumento principe per esprimermi, per scoprire che, suonarli, non mi rinchiude affatto all’interno di una regione ma mi consente di comunicare anche a livello internazionale, come ad esempio in Myanmar, l'ex Birmania, dove sono stato di recente per un tour. Riscoprire sé stessi, le proprie individualità, ci porterà ad essere autentici».

Davide Campisi e Democratica

A proposito di schiettezza, per te la musica è "pane quotidiano"?
«Sì, la musica è "pane quotidiano"; fatta di momenti emozionanti, di momenti in cui studi te stesso, di momenti in cui hai fame… di "questo" pane. Non condivido il pensiero della gente che parla di “hobby” della musica: l’hobby della musica non esiste. La musica è una vocazione, fa parte del tuo essere. Tutto quello che osservi, che percepisci, lo trasformi nello strumento che usi per esprimerti»

Nella tua esperienza, si riesce a vivere di sola musica?
«Oggi la difficoltà è vivere con qualsiasi lavoro: per i tempi che corrono, anche se hai un’attività commerciale, rischi di non farcela. E non so come andremo a finire. Si può vivere con qualsiasi tipo di lavoro, l’importante è avere personalità. Ritornando al concetto del pane, io non devo fare gli hot dog stile McDonald, devo fare il pane come vuole la mia ricetta»

Tamburo a cornice, la grande passione di Davide Campisi

La ricetta di Davide Campisi cosa offre alla gente?
«In punta di piedi, offro me stesso, le mie passioni, cercando di dare un messaggio d’amore e di lotta, lotta intesa anche come rivoluzione… Come si fa una guerra con le mani in tasca? L’unica arma che abbiamo è la disobbedienza: disobbedire a quello che è diventato il pensiero unico, che ci viene indottrinato dalla società e dai media. Se ci pensi, è una grande rivoluzione!»

Hai mai pensato che vivere in un altro contesto sociale avrebbe potuto avvantaggiarti?
«Non saprei dirti. Forse, a diciotto-vent’anni, lo avrei potuto pensare. Ma oggi, a quaranta, quello che so è che, se sto riuscendo a portare avanti la mia passione, devo ringraziare la mia terra. La mia Isola, la mia Enna, non sono state affatto un ostacolo e ne posso parlare solo bene. Certo, poi tutto il mondo è paese: ci sono state delle persone che mi hanno ostacolato e altre che mi hanno aperto delle strade».

Campisi con Alfio Antico lo scorso Capodanno a Castellammare del Golfo

Cos’è per te la Sicilia?
«È il mio nido; un laboratorio dove posso esprimermi al meglio, pensare delle idee e provare a farle uscire fuori».

Mi ha molto colpito una citazione che ti appartiene: “Non temere di avanzare lentamente, abbi solo paura di fermarti”. Hai quarant’anni, coltivi una passione per la musica da quando ne avevi dieci e sei la dimostrazione lampante che non è sempre tutto e subito.
«Questo è quello che vogliono farci credere le realtà veloci in cui siamo calati, la tivù, i talent: a diciotto anni, se ce la fai, bene… ma potresti non farcela. Che significa “ce la puoi fare”? Ce la puoi fare giorno dopo giorno; sono dei tasselli che aggiungi quotidianamente. La musica, come qualsiasi altro lavoro, è un mestiere che impari col tempo. Quando avevo venticinque anni, qualcuno mi disse che ero troppo grande per intraprendere questa professione, così come dieci anni fa non mi sarei neppure sognato di riuscire a fare dei concerti solo tamburo e voce».

Campisi e i Liggenni lo scorso 4 gennaio all'A18 sottozero di Roccalumera

Alla fine della fiera, ti chiedo: ne vale la pena?
«Assolutamente sì! In questa grande crisi culturale che stiamo vivendo, potranno salvarci soltanto le nostre passioni»


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 07 febbraio 2019





Gino Morabito

Di umili origini letterarie, cresciuto a pane e Thoreau e strizzando l’occhio a Paperino, imparo presto a usare la penna e diversifico la mia scrittura: ora pubblicando un libro di giochi, ora un racconto, ora un romanzo che ti fa volare e perfino una raccolta di poesie giovanili.
Abitante delle redazioni musicali, habitué della scrittura creativa, approfondisco la strategia di comunicazione per imparare che alla fine bisogna scrivere in profondità, non in lunghezza.
Facendo bene i conti, quarant’anni in poche righe. È un buon inizio.


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