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Antifascismo, un paese maturo fa i conti una memoria divisa

Blog Il prossimo Etna Book Festival di Catania avrà come tema l'antifascismo: un pregiudizio da liquidare o una discriminante da mantenere? C'era purezza e ferocia sia tra i fascisti sia tra i partigani, ma come fa dire Calvino al partigiano Kim nel "Sentiero dei nidi di ragno": «Noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra». E così la discriminante è tracciata, a futura memoria

Mi dicono che l’Etna Book Festival, che esordirà quest’anno a Catania, avrà come tema l’antifascismo. Scelta necessaria – e coraggiosa – in questi tempi bui.

L’antifascismo, dunque: un pregiudizio da liquidare o piuttosto una discriminante da mantenere? Ed è in crisi, quel patrimonio di memorie e di valori? Pare di sì, a dar retta ai concilianti apologeti di una malintesa “pacificazione”, di una memoria edulcorata e così, finalmente, “condivisa”. E invece un paese maturo può, forse deve, fare i conti con una memoria divisa.

Non c’è nazione moderna che non sia nata da un cruento rivolgimento, politico o religioso, che l’ha spaccata in due; e non c’è democrazia autentica (ma ce ne sono ancora?) che non si fondi sopra nette scelte di campo, o appassionate professioni di fede. È a questo prezzo che la bandiera abolizionista di Abramo Lincoln, insanguinata da una guerra civile, passò nelle mani inermi di Martin Luther King. «Non ci dev’essere chiesto di dire che non c’era alcuna differenza fra coloro che combatterono per l’Unione e coloro che combatterono contro»: così disse Frederick Douglass all’indomani di quella guerra civile; così dovremmo dire noi agli odierni affossatori della memoria, giornalisti e politici, di destra e di sinistra.

E non ha senso nemmeno una visione troppo lineare – e pacificatrice – del percorso che ha fatto dell’Italia sabauda un’Italia repubblicana. Nella storia, invece, non tutto è positivo, la storia non ha mai conosciuto “magnifiche sorti e progressive”, e tantomeno la storia di un’Italia che già sul nascere aveva visto offuscarsi la sua prima grande occasione, quell’agognata unità nella libertà. In quella storia la Resistenza fu un elemento di rottura, non di continuità: segnò, anzi, una discontinuità radicale nella storia d’Italia. Fu la seconda grande occasione di rinnovamento: disattesa, rinnegata anch’essa sul nascere; e oggi tristemente archiviata, confusa in una indistinta nebulosa assieme a Muzio Scevola e a Pietro Micca. Ma questa è un’altra storia, una brutta storia.

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Antifascismo, dunque, come principio indispensabile. Come la memoria, dolorosamente ma necessariamente “divisa”. Ma come ha registrato, sofferto, incarnato quei traumi la letteratura, ovvero la forma più alta di coscienza che spesso, soprattutto in tempi di dittatura, resti a un popolo e a una nazione? Un solo esempio, da Italo Calvino.

È la ferma risposta del commissario partigiano Kim del Sentiero dei nidi di ragno al compagno che insinuava: «Quindi, lo spirito dei nostri… e quello della brigata nera… la stessa cosa?…». C’era purezza e ferocia, c’era pietà e cieca violenza da una parte e dall’altra, è vero, ma Kim risponde: «la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato». Quel «peso di male», quel «furore antico» che i partigiani sfogano in battaglia, «è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto», ma… «Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra». E così la discriminante è tracciata, a futura memoria. «Da noi – prosegue Kim –, niente va perduto», mentre l’altra «è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori», che «non fanno storia».

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