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Grazia e pesantezza della voragine pietosa di Elsa Morante

Blog Il 25 novembre del 1985 moriva Elsa Morante, la più grande tra i romanzieri del secondo '900. Estrema, febbrile, ciarliera e testarda come un personaggio di Dostoevskij, sempre divisa tra la grâce e la pesanteur di cui scriveva la sua amata Simone Weil, Elsa si sporca le mani in quella maledetta storia, l’unica, tra le discipline umanistiche che abbia una voce rudemente “maschile” e che ha bisogno, perciò, d’essere sfiorata dal tono e dal tocco “femminili” della letteratura

Servono, e come, gli anniversari. Servono anche a ricordare come eravamo e come avremmo potuto essere, a fronte dell’opacità odierna, quando grandi maestri di intelligenza e di stile ci tenevano per mano. Serve perciò ricordare che in questo novembre, il 2 del 1975, moriva Pier Paolo Pasolini, il 20 del 1989 moriva Leonardo Sciascia – gli ultimi due grandi scrittori-intellettuali alle cui provocazioni ci accostavamo con fervore –, e il 25 dell’85 moriva Elsa Morante, a mio avviso la più grande tra i romanzieri del secondo Novecento. Grande – devo dirlo? – in virtù del suo essere donna.
Già, perché c’è – ne sono convinto – una differenza di genere anche tra i saperi; la storia, per esempio: quella storia di cui qualcuno ha detto che è una bugia condivisa da un pugno di uomini, e a cui Elsa intitola addirittura il suo romanzo più celebre e discusso, pur non credendo a quella bugia e anzi proprio perché la smentisce e la smaschera. Ebbene: la storia è forse l’unica, tra le discipline umanistiche, che abbia una voce inconfondibilmente, rudemente “maschile”. Perciò ha bisogno d’essere sfiorata dalla fragilità e dal capriccio, dal tono e dal tocco “femminili” della letteratura, di saperi più obliqui, ondivaghi, docili e dubbiosi.

Elsa Morante

C’è dell’altro, a imporre un brusco cambiamento nell’ottica e nel lessico di chi osi affrontare creature straordinarie, vibratili come Elsa o la Ortese, Virginia Woolf o Marina Cvetaeva, Simone Weil o Clarice Lispector (e quante altre!), “corpi celesti” che hanno illuminato un secolo buio come quello appena trascorso d’una luce radente, traslucida, sgorgata da distanze siderali. C’è che tra gli scrittori, schiavi di questo mondo e delle sue urgenze, si annidano di quando in quando degli alieni, anzi aliene, discese da chissà quale altro mondo. Angeli forse, ma ignari della propria origine. Inadatti a questa vita e poco osservanti delle sue leggi, volteggiano senza peso balbettando ignoti e affascinanti linguaggi. Le loro pagine aspirano alla smaterializzazione, ti si disintegrano tra le dita; e le loro incorporee creature all’oblio, a spiccare il volo mentre stai per afferrarle. Non si tratta della tanto decantata “leggerezza”, ma appunto di volatile inconsistenza, di vuoti metafisici allusi con disarmante candore, di umili scampoli di quei “nuovi cieli e nuova terra” che ci furono promessi.

Elsa Morante con Bernardo Bertolucci, Adriana Asti e Pier Paolo Pasolini

Più eterea e più aliena, certo, la Ortese, rispetto alla carnale Morante, materna ma di una maternità accogliente come una Pietà rinascimentale, ma anche aspra e talvolta spietata come un’Erinni. Di queste due grandi coetanee sarebbe bello scrivere, per contrasto e assonanze, le vite parallele, laddove le assonanze, attestate pure da una reciproca empatia, risiedono in quella estraneità alla storia “maschile”, istituzionale di cui ho detto e al vertiginoso straniamento cui la sottopongono, e le divergenze nella rarefatta astrattezza della Ortese cui si contrappone la caparbia, sanguigna scommessa etica e perfino fisica della Morante, che in quella storia incomprensibile e ingiusta si ostina comunque, cristianamente, a incarnarsi.
Estrema, febbrile, ciarliera e testarda come un personaggio di Dostoevskij, sempre divisa tra la grâce e la pesanteur di cui scriveva la sua amata Simone Weil, Elsa si sporca le mani in quella maledetta storia, le affonda in quel corpo mistico che è il suo linguaggio, si incarna di volta in volta in madri trepide e dimesse o ammalianti e autodistruttive, in stuporose infanzie, perfino in epifanie animali che sfiorano la ierofania, e infine percorre quella storia estranea e iniqua come un personale calvario che la identifica con tutti i vinti e i reietti e i “poveri di spirito”, gli ptochói evangelici, i pitocchi, i mendicanti dello spirito, svuotati cioè di sé e della loro terrena pesanteur per far posto alla grâce.

Culmina nella Morante quell’anarchismo cristiano che da un groviglio di radici (catare, francescane, savonaroliane) passa per Tolstoj ma anche per la diletta Simone: ed evangelicamente anarchiche, sovvertitrici ed egualitarie sono non solo le convinzioni della scrittrice ma le stesse modalità espressive per il cui tramite Elsa riformula il reale azzerando nessi causali e gerarchie in favore di nodi orditi da una più complessa, dolorosa, emozionalità femminile.
Quante polemiche, e quanto ottuse, nel 1974, quando uscì La storia! Pubblici accusatori gli arcigni sacerdoti dell’ortodossia marxista, ai quali si unirono gl’improvvisati leader di quel marginale sussulto che furono, fra banale enigmistica e plateale carrierismo, le sedicenti neoavanguardie. Arsenico e vecchie polemiche, che confinarono la Morante nel girone infernale degli scrittori – come Sciascia e Pasolini – martoriati dalle invettive di quelli che avrebbero dovuto essere i loro (come una volta si diceva) “compagni di strada”.

Ma così come Sciascia spiazzerà i suoi detrattori legati alle miserie della cronaca, trascinandoli infine dinanzi al “cancello della preghiera”, l’ultima Morante dello splendido Aracoeli ci aveva guidati al cospetto del mistero glorioso della maternità, al cordone mai troncato che ci lega a quella vita embrionale di cui Pasolini giurava di conservare memoria; insomma a quel nodo sacro e indissolubile che fu profanato intitolandolo alla colpa di Edipo, e che invece fa gridare al protagonista di Aracoeli, con accenti che sembrano presi in prestito dalla più carnale delle mistiche: «Ma tu, mamita, aiutami. Come fanno le gatte coi loro piccoli nati male, tu rimàngiami. Accogli la mia deformità nella tua voragine pietosa».

“Voragine pietosa”: nell’ossimoro coniato dalla Morante gli estremi della perdita e del ricongiungimento, del naufragio e dell’approdo, dell’inabissarsi autodistruttivo e del trovare accoglienza e salvezza convergono verso quello che altrove, nel romanzo, sarà chiamato «il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio».

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