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Angelo Scandurra, il poeta assoluto che “faceva anima”

Blog Ho voluto molto bene ad Angelo Scandurra. La notizia della sua scomparsa mi ha sconvolto. Apostolo e martire d’una fede febbrilmente vissuta: quella nella Poesia non come esercizio letterario ma come scelta di vita. Ho ripescato una recensione che gli dedicai nel lontano novembre 2003. Per ora non riesco a commemorarlo altrimenti

Ho voluto molto bene ad Angelo Scandurra. La notizia della sua scomparsa mi ha sconvolto. E non solo perché si aggiunge a quelle di altre perdite per me dolorose (Angelo Giordano, Mauro Corsaro, Natale Tedesco e altri amici altrettanto cari), ma perché Angelo era diverso: era tutto “anima”, qualunque cosa facesse (per dirla con Hillman) “faceva anima”; sia che scrivesse versi o pubblicasse un libro o perorasse in pubblico il suo sdegno per il mondo com’è, irradiava grazia e amore, laica devozione e sacrosanta indignazione. Era un alieno in questo mondo perso, come i “folli di Cristo” della santa madre Russia e come gli angeli di Wenders “sopra Berlino”. Apostolo e martire d’una fede febbrilmente vissuta: quella nella Poesia non come esercizio letterario ma come scelta di vita.

Ho ripescato una recensione che gli dedicai nel lontano novembre 2003, per ora non riesco a commemorarlo altrimenti. Eccola:

«Processo la mia ombra / nel giallo dei tuoi capelli: / cerco la ragione della ragione / e l’ultimo grido è sberleffo». Così scrive Angelo Scandurra. “I search the reasons for such reasons / but the last cry is a mocking slap”: così traduce Roberto Severino. Uno sberleffo, a mocking slap. Aveva scritto Eliot: “This is the way the world ends / not with a bang but a whimper”: è questo il modo in cui il mondo finisce, non già con uno schianto, ma con un piagnisteo. Ghigno o lagna che sia, è una ben ingloriosa fine. E tanto più se coincide con quest’opaco albeggiare del millennio, di cui la narrativa non si cura ma sono i migliori poeti, con le loro antenne vibratili e acuminate come artigli, a macerarcisi sopra, come fossimo giunti (e non lo siamo sempre?) alla fine del tempo e al Giudizio.

Che Angelo Scandurra, poeta-editore-sindaco, Chénier e Robespierre insieme della ridente e rinata Valverde, sia tra costoro, tra i poeti cioè più accorati da questa notte oscura del tempo, non c’è dubbio. Tant’è che se ne accorgono in Svezia, dove gli Appunti per la morte di un re ed altre poesie sono stati tradotti e pubblicati nel ’93; e negli States, dove Roberto Severino ha ora tradotto, prefato, editato con intelligenza d’amore questo L’iracondo musicista e altre poesie (The hot-tempered musician and other poems, Georgetown Poetry Series, Washington).

Angelo Scandurra

E non è che in Italia, salvo il generale dileggio per la forma-poesia (anche questo, un segno dei tempi!), non se ne siano accorti. Si pensi a L’impossibile confine, che fu finalista al Viareggio nell’89; si pensi alla partecipe prefazione di Marisa Bulgheroni (ultima d’una eletta schiera di entusiasti censori, da Luzi a Canali, da Muscetta a Sgalambro) ai Criteri di fuga del ’98, che giungono adesso (un record, per la poesia!) alla seconda edizione e che sono il frutto più recente e maturo della musa rigogliosa e proliferante, turgida e tagliente di Scandurra.

E come non accorgersi d’un poeta-intellettuale visionario e schivo, candido e iracondo, iniziatico e affabulante, e assorto nel suo ideale di testimonianza e profetismo, così nella scrittura come nella vita? Come non accorgersi del prodigio del suo “Girasole”, la raffinatissima sigla editoriale che rimane forse l’unica a pubblicare libri che siano ancora oggetti curati e da serbare con devozione, e che fra l’altro si fregiano d’autori eccellenti e a loro volta preziosi come Fo e Testori, Bufalino e Bonaviri, Rigoni Stern e Muscetta, Guerra e Roversi?

Per non parlare degli ultimi due sensazionali “colpi” dell’editore Scandurra: un fiammante Ezra Pound (Lettere dalla Sicilia e due frammenti ritrovati), offerto e curato dalla figlia Mary de Rachewiltz, e uno zibaldone di pensieri di Michelangelo Antonioni (Comincio a capire: magnifico titolo, per un maestro ottuagenario) sulla vita, l’arte, il cinema. E delle deliziose «valverdine»: Il cuscùs dolce del poeta marsalese Nino De Vita, o Angor dello stesso Scandurra, straordinario referto poetico inciso sul corpo stesso del poeta, anzi sul cuore, “pietra e gemma fasciata di sangue”, giacché usa le linee tremebonde d’un elettrocardiogramma come spartito d’un dolente, “fibrillan­te”, delicatissimo adagio.

Insomma, davvero “imperdonabile”, Scandurra: come tutti coloro – lo scriveva Cristina Campo – che coltivano l’inattuale “passione della perfezione”, che cioè “hanno riconosciuto la sua perdita sulla terra, e in grazia di ciò l’hanno guadagnata alla mente”. E vero poeta, in ogni parola incisa con rabbia, in ogni gesto scontrosamente generoso. Per dirla ancora con la siderale “perfezione”, a sua volta “imper­do­na­bile”, di Cristina: «Un poeta che ad ogni singola cosa, del visibile e dell’invisibile, prestasse l’identica misura di attenzione, così come l’entomo­logo s’industria a esprimere con precisione l’inespri­mibile azzurro di un’ala di libellula, questi sarebbe il poeta assoluto».

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