domenica 15 settembre 2019

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Plausi e botte

Rendiamo giustizia al poeta sovversivo Domenico Tempio

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Bisogna riparare a una duplice omissione: quella degli studiosi, che non hanno riconosciuto la grandezza d’un poeta e d’un intellettuale che sgomita con rabbia, nell’aristocratico consesso del secolo dei lumi; e quella di una città avara come Catania che ha immiserito il suo carnale populismo al livello infimo della barzelletta sconcia


di Antonio Di Grado

Accigliato e scontento, quel Domenico Tempio dal naso spesso offeso dai teppisti, impietrito in un busto scultoreo nel viale degli uomini illustri dell’etnea villa Bellini. E quella smorfia indignata, che l’accompagnò per le vie di Catania tra le risate e le rabbie d’una plebe vivacissima ma irredenta, ora non può non apparire come un rimprovero: a chi non ha ancora reso giustizia, e il posto prestigioso che gli compete, a uno dei massimi poeti del Sette-Ottocento italiano.

Il busto di Micio Tempio alla Villa Bellini di Catania

Un poeta sovversivo per indole e vocazione e cortigiano per necessità e legami; ma poeta comunque della plebe affamata: “Iu cantu la miseria”, suona la squillante e orgogliosa protasi della Carestia, quel truculento e magmatico poema in dialetto che è un unicum nella nostra letteratura, e non solo per la sua sfrenata genialità inventiva, ma perché – trattando d’una sommossa popolare avvenuta a Catania nell’ultimo scorcio del XVIII secolo – tratta in realtà il grande tema della Rivoluzione, sull’onda delle speranze suscitate anche quaggiù, tra i giovani amici di Tempio, dalla rivoluzione francese dell’89.

Domenico Tempio

Tempio, dunque, ovvero la necessità di rendere giustizia a un grande concittadino obliato o frainteso, di riparare a una duplice omissione: quella, che riguarda tutta la comunità degli studiosi, di non avere riconosciuto la grandezza d’un poeta e d’un intellettuale che svetta, anzi sgomita con rabbia, nell’aristocratico consesso del secolo dei lumi; e quella di una città avara, matrigna come la nostra, sempre pronta a ricambiare il genio con l’indifferenza, a espellere dal suo grembo i suoi figli migliori o peggio a intrappolarveli, a divorarli costringendoli a un inoperoso e astioso silenzio come quello dell’ultimo Verga.

Oppure a snaturarli, devitalizzandone la sostanza intellettuale, immiserendola (è il caso di Tempio) al livello infimo della barzelletta sconcia, dell’insistito omaggio alla fallocrazia tributato da una società maschile che trema (e ce l’ha dimostrato Brancati) nell’atterrita contemplazione della propria impotenza.

E invece Tempio, prima e più d’ogni altro dei grandi scrittori che ci hanno raccontato e spiegato Catania, è Catania: è la sua plebe chiassosa e rissosa, è il fantasmagorico teatro delle sue vie e piazze in cui geometria e caos coincidono e s’intrecciano, è la diffidenza beffarda per il Palazzo e i suoi ossequienti poeti, è il ghigno licenzioso opposto dai “vinti” ai fasti patrizi, è la sensualità abbacinante che fa tutt’uno con la temperatura arroventata dei suoi climi, del suo farnetico torbido e polemico. È la protervia dei suoi politici truffaldini e accaparratori, è il suo ateneo in preda al demone della Masticogna (triste profezia!), è (e basta leggere La maldicenza scunfitta, dove il mito della ricostruzione di Vaccarini è restituito alla polvere dell’incompiutez­za e delle utopie in soffitta) la bugia dei suoi aerei fondali e delle sue quinte barocche, che mascherano le macerie e la miseria e che Tempio tratta alla stregua di sbilenchi monumenti alla follia, di sinistri aborti del malgoverno.

E l’erotismo cupo o irridente, plebeo, eversivo, che pervade tutta l’opera sua, dalle favole ai poemi, dai ditirambi alla produzione più licenziosa, raggiunge vette di furore espressivo sostenuto, però, da una creatività sapientemente letteraria: è il caso del delirio uterino della Monica dispirata, dell’ingegnoso mistilinguismo del Mastru Staci, di quella gamba “mpisciunata e china” esibita nella Carestia dalla storpia popolana ribelle al cospetto dell’altrettanto sensuale sbavare dell’onda marina, o ancora dell’irriverente scorrazzare di quel “pulici” libertino fra le intime grazie d’una arcadica damina. E quello sfrenato erotismo ha quasi sempre una genesi e un risvolto polemici, come fosse una rivolta dei corpi, dell’eros più istintivo e fisiologico, della natura e del piacere contro i falsi valori e le spirituali imposture delle classi dominanti e dei loro prezzolati cantori.

Occorre dunque tornare, con la devozione che merita, al nostro più grande poeta (inutile aspettare che lo facciano l’accademia e l’editoria), e proprio per goderne quel mirabile, sanguigno impasto di poesia della miseria e poesia del piacere, di poesia della natura e poesia dei corpi, o – se volete – di erotismo e convinto, passionale, carnale populismo. Già, populismo: una parola che va rivalutata e amata dacché è diventata oggi un insulto ad opera di chi, oltre a ignorare la nobile storia del populismo ottocentesco e a non aver mai letto Tolstoj, ha perso o non ha mai avuto quel rapporto viscerale col popolo che fu di Domenico Tempio.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 19 luglio 2019




Antonio Di Grado

La professione del critico e di chiunque si ostini a interpretare il mondo e a non accettarlo com’è, esige giudizi di valore, promozioni e bocciature, nette prese di posizione. Rigenerare l’Uomo è oggi l'unica praticabile utopia


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