Blog Saranno in pochi ormai a ricordare a Catania quell’angelo caduto che s’acquattava nei portoni e da quel buio ti ghermiva per parlarti della Torah e dei Soviet, di jazz e di puttane, delle scarpe che non poteva comprare e della Madonna incontrata in via Etnea
Oggi voglio pronunziare un nome che solo a pochissimi susciterà ricordi e rimpianti. Uno di quei nomi che attraversano come meteore la nostra vita distratta, e come meteore svaniscono lontano, in un nulla immeritato e illacrimato. Eccolo, quel nome: Salvatore, o meglio Turi, Salemi.
Ma chi era, chi era davvero, nel fondo dello sguardo spento, oltre la maschera di stracci e di parole sconnesse, quel meraviglioso poeta vagabondo, quel clochard a mezza via tra il “santo bevitore” di Joseph Roth e il “commediante e martire” Genet, quell’angelo caduto che s’acquattava nei portoni e da quel buio ti ghermiva per parlarti della Torah e dei Soviet, di jazz e di puttane, delle scarpe che non poteva comprare e della Madonna incontrata in via Etnea?
Chi era, insomma, Turi Salemi?
Nome ignoto ai più, sia nella Catania che gli diede i natali (nel 1932) e ne ospitò la lunga agonia (morì poverissimo nel ’92, scaricato come un vuoto a perdere nell’inospitale ghetto d’un pronto soccorso psichiatrico), sia nei salotti e nelle redazioni delle capitali, che non s’accorsero o non si curarono di quel raffinato e stravagante intellettuale, Salvatore Salemi fu amato e assistito da pochissimi, tra cui l’indimenticabile Nino Recupero, che gli dedicò pagine belle e accorate, e l’amico Gaetano Marcellino, che ne ha pubblicato i versi.
Visse nell’indigenza e nello squallore, nel vuoto desolante dei “mendicanti dello spirito” di evangelica memoria, e in quel vuoto concepì penose allucinazioni ma anche splendide poesie, che regalava o distruggeva. E fra le tante maschere che indossò per incarnare la sua pena e manifestarsi al mondo, oltre e più che quelle effimere del barbone o dell’alienato, prevaleva quella ebraica (fatta risalire a una vera o presunta origine semita), che meglio poteva esprimere le angosce e l’utopia di Salemi, il suo disperato bisogno d’una patria e d’una fede, il suo cosmopolitismo da figlio della diaspora. Dalla fonte rigogliosa e impervia dell’ebraismo, oltre che dall’immane tesoro di tous les livres letti e fatti carne e bruciati, Salemi attingeva metafore e concetti, e ne nutriva la sua poesia scabra e dolente, e il suo calvario d’uomo, ricoverandoli all’ombra d’un irredimibile destino d’esilio, di privazione, di disdetta: «lontano, in un prospetto di martirio / la pesantezza d’essere scampati / senza la grazia di dire: sono salvo». Ma dal fondo scuro di questa pena, di «questo sradicarci senza posa», poteva pure attingere la fioca luce d’un sogno: «andremo in un kibbutz, lavoreremo / prenderemo le armi se vorranno / cancelleremo il denaro dalla mente / coltiveremo un campo, avremo figli / andremo in Sinagoga pel Sabbath».

Foto d’epoca di lavoratori di un kibbutz israeliano
Non fu questo il destino di Salemi: dalla terra promessa lo separavano un più drastico esilio, un privato olocausto consumato in tetri abituri e in lugubri ambulatori. Ma alla sua poesia quel sogno regalò uno straordinario impeto evocativo, una prepotente affabulazione, un’autenticità che vibra e scuote assai più dei versi snervati e contegnosi dei tanti, troppi e spesso inutili, poeti di professione.
Peccato che non si sia più in tempo a dirglielo, e a ridere con lui di quegli smunti abatini. Lui è chissà dove, tra la Catania povera della nostra adolescenza e il trono celeste d’Abramo, nella quieta desolazione che placa i furori d’un destino sprecato: «andò così: che l’alba delle Furie / coi neri tram ronfanti dentro il buio / arse in un lampo, spenta in un boato; / sotto la neve c’è forse un quadrifoglio / una candela accesa in Sinagoga / quattro pareti un bacio un libro aperto».




