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Carlo Felice Gambino, poeta della plebe tra sarcasmo e strafottenza

Blog Alla musa dialettale si convertì solo oltre i quarant’anni quel dimenticato Gambino, notevole e vivacissimo poeta catanese, frontiera tra il Settecento isolano dei gattopardi e quello dei lazzari, della rissosa plebe urbana cantata da Domenico Tempio

A Catania, la sua città, la via dedicata a Carlo Felice Gambino (1724-1801) è una frontiera: tra le quinte sontuose del barocco di via Etnea, gli arroganti spalti d’una arteria infelicemente “moderna” come corso Sicilia, infine il fumigante labirinto delle rosticcerie popolari e della prostituzione altrettanto a buon mercato. Un caso, questo, assolutamente fortuito, eppure appropriato a un poeta, Gambino, che si collocò su un’analoga frontiera: tra il Settecento isolano dei gattopardi e quello dei lazzari, della rissosa plebe urbana cantata da Domenico Tempio.

Notevole e vivacissimo poeta, quel dimenticato Gambino. Alla musa dialettale si convertì solo oltre i quarant’anni, nei tempi concessi dalla sua professione d’avvocato e dagli incarichi pubblici ricoperti, nei modi d’una programmatica naïveté di sanguigna matrice plebea e negli spazi deputati alla versificazione spontanea e all’estro rutilante e magmatico di cui, da lì a poco, sarà Tempio l’incontrastato campione. Luoghi, quelle occasioni conviviali, legati alla frequentazione di allegre brigate che, tra un bicchiere e l’altro, improvvisavano versi salaci; e alla circolazione, almeno inizialmente altrettanto amicale, di manoscritti e stampati impertinenti e allusivi.

Alla limitatezza di questo destinatario, e insieme all’estro della battuta e della rima improvvisate, si devono tanto il carattere gergale, e mirato, dei versi di Gambino quanto il riferimento a una materia veracemente – e sboccatamente – popolare. Anche la scelta del metro è popolare: è la tradizionale ottava siciliana, che consente al poeta gustosi effetti espressionistici e soprattutto una sfrenata inventiva verbale, esaltata dal gioco di ripetizioni, di assonanze e di esorbitanti concatenazioni di rime proprio di quella forma metrica. L’esito più notevole è rappresentato dal poemetto Lu visulocu di l’agghiastru, comico resoconto d’un sopralluogo delle autorità intorno a un olivastro conteso da due proprietari limitrofi; ma il sopralluogo si trasforma in una grande abbuffata, trasparente metafora della voracità di magistrati e legulei e pure della loro inettitudine: tant’è che «di tuttu si parrau, d’agghiastru nenti».

Mappa francese della Catania settecentesca dopo la ricostruzione

Passato in proverbio, quel verso inaugura il vastissimo repertorio di sferzanti metafore che da Tempio a De Roberto, da Martoglio a Brancati, da Lampedusa a Sciascia deputeranno la letteratura siciliana alla produzione di slogan sull’immo­bi­lismo e sul trasformismo delle élites urbane, borghesi, mafiose. Gambino è un Tempio dimidiato: risentito ma non ribelle, plebeo ma non eversivo, incline al grottesco ma non alla demistificazione. Anzi: a fronte del fecondo caos dell’ideologia tempiana, la passiva mimesi gambiniana del linguaggio e degli umori della plebe catanese finisce con l’appiattire il poeta sulla scala ridotta delle sue creaturine, da cui egli mutua senza mediazioni superstizioni e pregiudizi, pettegolezzi e qualunquismo.

Libro del 1901 su Carlo Felice Gambino di Gaetano Noto

Negli stessi anni in cui Tempio e i suoi amici si abbeveravano alle proibitissime pagine degli illuministi francesi e alle esaltanti notizie d’oltralpe, Carlo Felice Gambino gridava in versi il suo caparbio, “popolare” antigiacobinismo: “Líberté, egalité; cui afferra, afferra. / Morbu di testa: lu Francisi sparra”. Ma mal gliene incolse. Ché tra quei cospiratori infervorati e velleitari, destinati da lì a poco a divaricare i loro destini lungo le opposte vie del sacrificio e dell’abiura, v’era Giovanni Gambino, figlio nonché contraltare e contrappasso del reazionario Carlo Felice. Il giacobino, poi bonapartista e infine calvinista Giovanni sentirà il bisogno di cancellare quelle radici isolane e retrive fin nel nome che il padre gli aveva tramandato, ribatezzandosi nella Ginevra protestante Jean Népomucène Gambini; e nella lingua dell’Enciclopedia e della Marsigliese scriverà anche, nel 1837, le sue memorie, e cioè quell’Abrégé de l’histoire de ma vie da cui possiamo attingere preziose notizie sull’infatuazione rivoluzionaria della gioventù colta nella Catania fin de siècle.

Ma se a Giovanni, compagno rimpianto di quegli astratti furori, Tempio potrà pensare di dedicare il suo sovversivo poema, è piuttosto al padre, alla musa franca e mordace di Carlo Felice, che l’autore della Carestia ricorrerà nei suoi versi come a un modello, carnalmente affine, di «satiri, oscenità, liberu diri». Ossia di quel caustico, immaginoso, esaltante e tuttavia paralizzante coagulo di sarcasmo e diffidenza, di dissenso e strafottenza che fu, è e forse purtroppo sarà croce e delizia, orgoglio e dannazione di noi catanesi.

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