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Alla ricerca del sapore perduto

Blog Da quando vivo a Roma giro per supermercati alla ricerca di frutta e verdura che, anche lontanamente, abbiano il sapore degli alimenti siciliani che mi hanno fatta crescere. Un anno fa ho conosciuto un "bengalino" che ha un negozio di frutta e verdura sotto casa mia, ma oggi ho svoltato. Sono stata in un negozio Bio...

Altro che “frutta lucidata e radioattiva” cantata da Carboni. Io oggi ho svoltato, e vi spiego perché. Dovete sapere che uno dei piccoli grandi problemi della vita quotidiana in una grande città è l’acquisto di frutta e verdura. Il tempo è poco, quindi la spesa giornaliera, se si lavora, è da escludere. Compri al supermercato, tutto insieme, una volta a settimana.
Da quando, circa un anno fa, sopra casa mia ha aperto un bengalino (qui i fruttaroli, tranne quelli nei mercati, sono quasi tutti provenienti da Sri Lanka e Bangladesh) è stato amore a prima vista. Lui non è come gli altri. Lui c’è sempre. Ti promette che sta aperto fino alle 23.30 e davvero lo fa. Ti garantisce che ti farà compagnia nei weekend, ed è vero: non gli interessano le partite, le moto, il GP. Lui, cascasse il mondo, è aperto. Solo quest’estate ho vissuto un attimo di disorientamento: quando, tornata dalle ferie, ho visto sulla saracinesca abbassata il cartello che annunciava le sue, di vacanze. Mi sono sentita come una moglie che un bel giorno trova l’armadio vuoto e un biglietto dove il coniuge annuncia che non metterà più piede in casa, solo che a me dopo mezz’ora non è venuta l’euforia. Fatto sta che poi, come tutti i maschi del globo terracqueo, il bengalino è tornato, e la nostra liaison commerciale, per i piccoli acquisti e le cose d’emergenza, va a gonfie vele. Inoltre grazie a lui ho definitivamente cancellato dalla lista “Motivi per cui sposarsi è conveniente” un’altra delle poche voci presenti, per l’esattezza la dicitura: “Qualcuno porta a casa le casse d’acqua”. Non mi serve, dal momento che il mio bengalino di fiducia lo fa. Insomma, da un po’ di tempo la mia vita è diventata più semplice. Ciò nonostante, giro per supermercati alla ricerca di frutta e verdura che, anche lontanamente, abbiano il sapore degli alimenti siciliani che mi hanno fatta crescere (pure troppo).
Oggi sono stata per la prima volta a fare la spesa in un posto iperfigo vicino casa. Open space immerso nel verde, carrelli mignon, personale in grembiule color canapa. Tutta roba biologica, moltissima roba vegan. Legumi di ogni sorta, carote storte, peperoni deformi, zucchine bitorzolute che in ogni bozzo tu sai che c’è la natura autentica. Biscotti senza burro, senza uova, mi sa che cercando bene li avrei trovati pure senza farina. Hamburger dove di carne non c’è nemmeno l’ombra. Un etto di salmone ovviamente superpregiato, scontato, a 14 euro. Un etto, che io i primi 50 grammi me li mangio appena apro la confezione solo per vedere come sa. Giro, rigiro, prendo pure una scatolina di cibo per Momò talmente bio (e talmente costosa) che mi aspetto il felino guarisca immediatamente da tutti i suoi malanni incurabili. Dopo una ventina di minuti di passeggiate su e giù per le tre-quattro file di prodotti, il mio carrellino fashion è pieno.

Latte bio tedesco, scremato e senza lattosio (voglio sperare che almeno sul latte non imbroglino), lenticchie bio, fagioli bio, fiocchi al formaggio bio, yogurt magro alla vaniglia dolcificato con succo di mela e tanto di spiegazione su quanto è stato lungo e faticoso prepararlo, mezzo chilo di pasta integrale (che è bio non lo ripeto più, fate conto che è tutto bio), una zuppa di legumi e cereali, ¼ di zucca gialla, zucchine da friggere brutte come la morte ma il cui sapore, sono certa, sarà eccezionale e le cui proprietà nutritive mi faranno ringiovanire tanto che i ragazzini smetteranno di chiamarmi signora (o almeno smetteranno di cedermi il posto sul bus). Al momento di pagare, mi hanno chiesto la tessera, che io ovviamente non avevo. E non mi hanno chiesto se volevo farla.

Questo mi costringe a farmi una serie di domande. Tipo: mi si legge forse in faccia che io amo il prosciutto? Sogno lo stinchetto al forno? Vado (ogni tanto, ma ci vado) al Mc Donald’s? Si capisce da come mi cade la frangetta che mangio i biscotti e me ne frego se c’è l’olio di palma? Si intuisce da come digito il codice del bancomat che se volete farmi felice basta portarmi una porzione di Sacher o una bella guantiera di cassatelle di Agira? Devo proprio sembrare una pessima persona, se non hanno nemmeno tentato di fidelizzarmi, ma comunque mi hanno consentito di sborsare 25 euro (che, ricordo, sono pur sempre l’equivalente delle care, vecchie 50mila lire che i nonni ci regalavano per il compleanno) per portarmi a casa (in un sacchetto bio, ça va sans dire) pochi articoli, che per voi ho pure immortalato in uno scatto home-made.

La spesa bio di Lorena

Al momento Momò ha snobbato la sua scatoletta fashion e continua a prediligere il tonno fatto sott’olio da mio papà. Io vi saprò dire. Intanto il prossimo weekend mi porto un’amica, prima passiamo a farci una piega. Mettiamo pure un filo di trucco, no come oggi che sembravo appena scappata di casa. E ci adoperiamo alla ricerca di un fidanzato: uno che spende 7 euro per mezzo chilo di pasta non può permettersi di trattarci come pazze quando per il compleanno esprimeremo il desiderio di ricevere la it bag del momento.

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