Alessandra Scalambrino: «I concorsi non aiutano la danza. Nelle compagnie le passioni possono diventare realtà»

Danza Si racconta la 36enne coreografa catanese, direttrice artistica del Junior Ballet della scuola Danza Taormina, dagli esordi segnati dall'incontro con il coreografo Roberto Zappalà che ha molto creduto in lei, passando all'incidente che l'ha convinta ad abbandonare il palcoscenico, fino alla sua rinascita artistica come coreografa: «I concorsi, che non sempre aprono chissà quali porte, spesso innescano fra gli allievi una competizione malsana. Io alle mie ballerine ho sempre detto di essere diverse ma complementari»

I primi passi nella danza, Alessandra Scalambrino, li ha mossi inizialmente come ballerina dedicandosi poi al mondo della coreografia, dove si è aggiudicata per ben tre volte il premio alla Composizione Coreografica alla Settimana Internazionale di Danza a Spoleto. La qualità del suo lavoro l’ha anche portata a vincere il primo premio e la residenza al Ljubljana Dance Meeting con la coreografia “Lotus Flower” per la quale è stata selezionata anche al Certamen Internacional de Coreografìa Burgos-New York. Responsabile di contemporaneo nella scuola Danza Taormina, dal 2018 la trentaseienne catanese è direttrice artistica della DT Junior Ballett, compagnia di giovani ballerine che questa sera debutterà al Centro Zo di Catania con “The dream of life”, sua ultima creatura. L’abbiamo intervistata per farci raccontare dei suoi esordi, del peso che la musica ha nel suo lavoro e delle condizioni in cui oggi versa la danza in Sicilia.  

La coreografa catanese Alessandra Scalambrino

Quanti anni aveva quando ha iniziato a ballare?
«Dieci anni. Iniziai con lo jazzercise, una disciplina molto in voga negli Anni 80 che però a me piaceva ballare, infatti mi ha sempre reso felice. Credo a quel tempo di aver trovato una delle poche insegnanti oneste in città, la quale un giorno disse a mia madre che doveva portarmi in un’altra scuola perché lei non era più in grado di insegnarmi altre cose. È così che sono arrivata al Balletto di Sicilia diretto da Roberto Zappalà, una scuola all’epoca molto ambita e mentre studiavo moderno mi sono avvicinata anche al classico».

Visto la sua età ha riscontrato particolari difficoltà nell’approccio alla danza classica?
«Non particolarmente. Il mio unico limite era la conoscenza, per questo ho cambiato diversi maestri finché non ho incontrato Valentin Ciortea, un insegnante straordinario che in due anni mi ha fatto fare ciò che di solito si fa in dieci. Sperava che io continuassi ma per quanto mi piacesse il classico, la mia aspirazione era un’altra».

Naturalmente si riferisce alla danza contemporanea. Si ricorda la prima volta che è salita su un palcoscenico?
«Sì, è stato con “Mediterraneo” di Roberto Zappalà. Un lavoro bellissimo che abbiamo replicato tante volte e che ho amato molto. All’epoca avevo sedici anni e lavorare da professionista mi ha dato tante soddisfazioni, esponendomi anche a molte critiche».

Una scena di “Mediterraneo”, coreografie di Roberto Zappalà

Da chi arrivavo questi giudizi?
«Se i giornali scrivevano che sapevo tenere testa ai miei colleghi trentenni, la maître de ballet del momento usava la mia età come un punto a sfavore. Mi sentivo come se dovessi sempre giustificarmi per il fatto di essere così giovane, quando mi ero guadagnata quel posto con sacrificio». 

Ha incontrato altre difficoltà lungo il suo percorso da ballerina?
«L’ansia, soprattutto nell’ultimo periodo. Oltre all’infortunio ho deciso di smettere perché non riuscivo più a sopportare le aspettative che avevano su di me. La pressione era tanta e anziché servirmi da stimolo per fare di più su di me ha avuto l’effetto contrario». 

Eppure aveva la stima di Roberto Zappalà, uno degli esponenti più importanti della danza contemporanea.
«Roberto ci credeva e anche molto, ma io non avevo più la serenità mentale per proseguire. Così ho deciso di lasciare, ballare ormai non mi divertiva più». 

Il coreografo catanese Roberto Zappalà

E poi che cos’è successo?
«A ventidue anni mi sono iscritta all’università e ho iniziato a fare diversi colloqui, anche per fare la commessa. Volevo assolutamente cambiare la mia vita ma la danza ritornava sempre. Poi grazie al supporto di alcune persone ho cominciato a insegnare, un momento di passaggio che mi ha condotto a dove sono adesso. Quello che faccio ora è certamente molto più interessante che stare su un palcoscenico». 

Quindi non balla più?
«Solo quando sono in sala e creo, per il resto ho smesso senza rimpianti». 

Prima ha fatto riferimento a un incidente, è stata molto dura la ripresa?
«Diciamo che rompersi il sacro nel momento di massimo exploit fisico non è il massimo. Per sei mesi sono stata costretta a stare immobile e al mio rientro è andata anche peggio, ho dovuto ricominciare dall’inizio. Devo molto alla mia famiglia e a qualche collega, che in quel periodo mi è stato particolarmente vicino, senza di loro non so se ce l’avrei mai fatta».

La danza dunque non è solo competizione ma anche sani principi.
«Assolutamente, con i miei colleghi ricordo una grande collaborazione soprattutto in sala. A differenza dei corpi di ballo, nelle compagnie contemporanee si è sempre in pochi perciò è come essere in famiglia. Credo che oggi siano i concorsi a innescare fra gli allievi una competizione malsana. Io alle mie ballerine ho sempre detto di essere diverse ma complementari, è importante mantenere l’individualità di ciascuno». 

Secondo lei da chi arrivano le pressioni maggiori?
«Soprattutto dalle famiglie, ma anche dalle scuole di danze. Molto spesso fanno credere ai ragazzi che i concorsi possano aprire chissà quali porte, cosa che non sempre avviene. Ho visto molti allievi lasciare per questo motivo».

Alessandra Scalambrino e il DT Junior Ballet allo Stara Zagora National Theatre in Bulgaria

Quali sono le caratteristiche invece che non devono assolutamente mancare a un ballerino?
«Credo che la spinta più grande sia la passione, prima ancora delle capacità fisiche. Il massimo poi sarebbe essere intelligenti, acculturati, avere un buon fisico e una grande determinazione. Insomma tutte cose da poco (sorride)». 

Quali coreografi l’hanno influenzata maggiormente?
«Diciamo che non ho un riferimento preciso, sono sempre stata innamorata dei lavori di Mats Ek. Trovo geniale anche il modo di comunicare di Aleksander Echman o la semplicità incisiva di Crystal Pite che con poco riesce ad aprirti un mondo».

Come definirebbe invece il suo stile?
«Ho una personalità poliedrica per cui anche nel mio lavoro sono così, anche se tanto dipende dal momento: alcune volte mi sono immersa nella malinconia di Chopin, altre nella follia di Laurie Anderson altre ancora nell’energia sprigionata da un pezzo rock. Certo, nello studio metto magari qualcosa della Graham o della Cunningham ma a livello coreografico preferisco dare sfogo alle mie idee». 

Alessandra Scalambrino in azione

La musica sembra avere un grande peso nella sua creatività.
«Le mie coreografie sono sempre partite dalla musica, solo di recente ho sentito la necessità di muovere da un’idea, da un pensiero filosofico, da una drammaturgia o dalla non musica». 

Stasera al Centro Zo andrà in scena il suo ultimo lavoro, “The dream of life”. In questo caso da cosa è partita?
«Dal pensiero di Alan Watts, il quale si chiede se sia meglio vivere a lungo senza aver mai aver rischiato nulla oppure aver avuto una vita più breve ma intensa. Per lo spettacolo sono partita quindi dall’omologazione dell’essere umano per arrivare al concetto di unicità e liberazione».

La Compagnia DT Junior Ballett è composta da giovani danzatrici fra i 16 e i 25 anni d’età. Come si rapporta a loro?
«Questa estate mi hanno chiamata a coreografare un balletto allo Stara Zagora National Theater in Bulgaria, creare per dei professionisti naturalmente è un lavoro più immediato, accorcia i tempi anche se la mia impressione è che siano meno coinvolti, si lasciano trasportare con difficoltà. Con una compagnia di giovani invece puoi scavare più a fondo, ottenendo un coinvolgimento maggiore».

Crede che ci siano ancora pregiudizi di natura sessuale su i danzatori?
«Vorrei poter dire che non è così ma purtroppo sì. Ho visto molti bambini guardare con curiosità alla danza, frenati poi dalla famiglia come se a determinare l’orientamento sessuale potesse essere una disciplina. La cosa positiva è che gli uomini nella danza sono sempre di più e rispetto a qualche anno fa hanno anche un livello tecnico superiore». 

Alessandra Scalambrino e il DT Junior Ballet allo Stara Zagora in Bulgaria

Trova che questo atteggiamento bigotto sia un retaggio tutto nostrano?
«Sì, all’estero è diverso». 

Sono tempi difficili per l’arte, qual è lo stato di salute della danza in Sicilia?
«A Roberto Zappalà va un grande merito, Scenario Pubblico è, e rimane, forse l’unica situazione realmente riconosciuta in Sicilia. Gli altri enti pubblici hanno difficoltà a sostenersi e la danza continua a essere considerata come l’ultima delle arti».

All’estero c’è un approccio diverso?
«La crisi è ovunque, basti pensare ai danzatori dell’Opéra di Parigi scesi in piazza qualche mese fa per protestare contro l’aumento dell’età pensionabile. La differenza è che lì lo Stato e la società hanno un grande rispetto verso l’artista. Da noi purtroppo tutto passa attraverso il business dei concorsi o di progetti di pochi mesi, al termine dei quali i danzatori si trovano costretti a dover ricominciare dall’inizio. Credo che sia più onesto quello stiamo provando a fare noi, siamo consapevoli di essere una Junior ma il nostro obiettivo è quello di crescere insieme, con la consapevolezza degli enormi sacrifici che questo mestiere richiede».

Alessandra Scalambrino e il Dt Junior Ballet al Certamen Internacional de Coreografìa Burgos-New York

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