martedì 13 novembre 2018

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Santa Maria di Licodia, terrazza sulla Valle del Simeto

Itinerari

Anche le radici della cittadina etnea, come quelle delle vicine Paternò, Adrano, e Centuripe, affondano in quella che viene definita “civiltà simetina”. Gli antichi luoghi di Santa Maria di Licodia ebbero uno sviluppo fiorente sia in epoca greca sia in quella romana. Ed anche successivamente con un picco importante nel periodo normanno


di Salvo Fallica

Il nostro viaggio a Santa Maria di Licodia parte dal centro storico della cittadina etnea, dove si trova la Torre arabo-normanna che nell'ultimo millennio è diventata il simbolo di questi luoghi dalla storia plurimillenaria. Le vicende di questi luoghi affondano infatti le loro radici nel XII-XI secolo a.C. Anche se le interpretazioni storiografiche divergono, vi sono studiosi che sostengono che in queste zone sorgeva l'antica Inessa. Per meglio comprendere quest'area così come la strategica Paternò e tutti i territori che giungono fino ad Adrano da un lato ed a Centuripe dall'altro (zona dell'Ennese) occorre interpretarli storicamente studiando la valle del Simeto. E' questo il carattere omogeneo che li lega, il substrato geo-storico, cultural-sociale, economico-agricolo. Proprio da Licodia vi è una splendida terrazza sulla Valle del Simeto, dalla quale se ne coglie la bellezza ma anche la vasta omogeneità territoriale. Certamente, date anche le differenziazioni storiche dei luoghi nel corso del tempo si potrebbe parlare di pluralità nell'unità. Ed anche le radici antropologiche di questi centri hanno le loro radici in quella che viene definita “civiltà simetina”.

Particolare della Torre arabo-normanna di Santa Maria di Licodia, foto di Salvo Fallica

Secondo alcune interpretazioni storiche nel 461 a.C venne cambiato il nome in Etna, ma non è questo l'ambito per dirimere tali dispute storiografiche, quel che appare certo è che gli antichi luoghi di Santa Maria di Licodia ebbero uno sviluppo fiorente sia in epoca greca sia in quella romana. Ed anche successivamente con un picco importante nel periodo normanno.

Per comprendere quanto 'moderni ed evoluti' fossero questi luoghi basta porre sguardo e mente ai ritrovamenti archeologici nella contrada Civita (identificata in alcuni studi come l'antica città di Inessa) che si trovano nel bel museo regionale di Adrano diretto dall'architetto Nello Caruso, un busto femminile in terracotta raffigurante Persefone che risale alla fine del V-inizio IV secolo, oggetti della vita quotidiana quali una grattugia in bronzo ed altri utensili. Una storia vitale e dinamica che continuerà con le dominazioni successive, in particolare con gli arabi che porteranno nella valle del Simeto una modernizzazione nei sistemi di coltura ed irrigazione e nell'epoca dei normanni. Fu in questo periodo che Paternò, Santa Maria di Licodia, Adrano - così come altri luoghi etnei e della Sicilia Orientale - divennero in chiave anti-saracena dei punti fermi della ri-cristianizzazione dell'Isola.

Museo di Adrano, busto fittile femminile raffigurante Persefone, foto di Salvo Fallica

Fu proprio il signore di Paternò, il conte Simone di Policastro a volere la realizzazione di un monastero benedettino a Licodia (intorno al 1143), e diede ai Benedettini vasti possedimenti. Un monastero che nel 1205 divenne abbazia e diventò centrale sul piano religioso nel mondo etneo. Avendo il monastero già funzione giuridico-amministrativa, il suo prestigio aumentò così come la sfera di influenza. Nel corso dei secoli, a partire dal Cinquecento, iniziò un processo inverso mentre crebbero funzione e ruolo del Monastero di San Nicolò l'Arena di Catania. Vi è però da dire che i Benedettini di Licodia continuarono ad avere una leadership spirituale nei propri territori oltre ad amministrare i loro feudi sino al 1866, quando il nuovo stato italiano decise di sciogliere le congregazioni religiose. Nel 1205 quando il monastero divenne sede di abbazia, anche la chiesa madre divenne “sacramentale”. Merita di essere citato sul piano della ricostruzione storica del monastero e della sua funzione nel corso dei secoli lo studioso Gino Sanfilippo, che come mostrano i suoi scritti è un profondo conoscitore di Santa Maria di Licodia sul piano storico, sociale ed artistico.

La chiesa di San Giuseppe, foto di Salvo Fallica

Torniamo al simbolo della cittadina, ovvero la già citata Torre arabo-normanna. Va studiata e compresa all'interno della rete dei castelli creati dai normanni per il controllo militare e strategico della Valle del Simeto e del mondo etneo. In particolar modo fungeva da trait-d'union fra il castello di Paternò e quello di Adrano. Pur essendo decisamente più piccola rispetto ai castelli vicini, la Torre ha un suo fascino estetico, anche se non è totalmente visibile perché incastonata con altri edifici, ed ha un valore storico-artistico. L'origine viene fatta risalire al 1143, e come per altre opere dei normanni in Sicilia si ritiene che sia stata edificata su una preesistente struttura araba. Si nota l'influsso dello stile gotico. La Torre campanaria ha subito nel tempo degli interventi, e prima ancora del restauro del 1454, è probabile qualche ritocco stilistico nel Duecento in epoca sveva. La parte più suggestiva è la loggia superiore della Torre, soprattutto per il contrasto dei colori che deriva dall'utilizzo della pietra calcarea bianca e della scura pietra lavica dell'Etna. A tal proposito va fatto notare che i normanni che tra l'altro utilizzarono per la costruzione dei loro castelli anche maestranze arabe puntarono molto sulla pietra lavica. Stesso materiale solido, efficace, che anche i romani precedentemente avevano utilizzato in maniera ampia, si pensi a Catania per la costruzione dell'Anfiteatro. I normanni avevano l'interesse di costruire castelli rigorosi, solidi, inespugnabili. Ed il materiale della pietra lavica si prestava in maniera razionale e pragmatica a questo tipo di strutture che non a caso hanno vita millenaria.

Il Municipio di Licodia nella sede dell'ex convento, foto di Salvo Fallica

Il centro storico di Santa Maria di Licodia, foto di Salvo Fallica

Dal centro storico di Santa Maria di Licodia, dove meritano menzione alcuni edifici di fine Ottocento-inizi Novecento, ci spostiamo più in giù verso la settecentesca Fontana del Cherubino. Essendo alimentata da una sorgente naturale come è tipico di una zona ricca d'acqua come la Valle del Simeto, già secoli prima gli Aragonesi avevano pensato a creare una fontana. Le caratteristiche artistiche mostrano però il volto della seconda metà del Settecento, l'opera fu infatti realizzata nel 1757.

La settecentesca fontana del Cherubino di Santa Maria di Licodia, foto Salvo Fallica

Di fronte alla Fontana del Cherubino vi è la strada dedicata a Jean Houel che costeggia un antico lavatoio. L'architetto e ritrattista fu uno dei famosi viaggiatori settecenteschi del Grand Tour. Ritrasse sia alcuni resti architettonici dell' acquedotto romano (nella zona della Civita) che il serbatoio di acqua. Famosa è una sua incisione che si trova all'Ermitage di San Pietroburgo dal titolo “La botte d'acqua”.

Santa Maria di Licodia, strada dedicata a Jean Houel

Il viaggio a Santa Maria di Licodia che potrebbe continuare verso il vulcano che domina tutti i paesi etnei non può che concludersi con un nuovo sguardo alla Valle del Simeto, il fiume che ha portato la vita in questi luoghi...

Panorama della Valle del Simeto, foto di Salvo Fallica

Guarda l'intera galleria di immagini su Santa Maria di Licodia.


© Riproduzione riservata
Pubblicato il 26 gennaio 2018





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