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San Pietro Clarenza la piccola capitale dell’eresia

Blog Era nato nel paesino etneo Giorgio Rioli, noto col nome di Giorgio Siculo, uno dei più temuti eresiarchi tra Riforma e Controriforma, giustiziato dall’Inquisizione a Ferrara nel 1551. Colpito da damnatio memoriae fino agli anni Trenta del Novecento. Rioli era monaco a San Niccolò l’Arena a Nicolosi, culla di libera elaborazione teologica,. Qui vi fu elaborato Il Beneficio di Cristo, manifesto di un protestantesimo precocemente represso

San Pietro Clarenza era, ed è, un paesino sulle pendici dell’Etna. Appartato: le frontiere della villeggiatura collinare si fermano, come Cristo a Eboli, a Mascalucia. Eppure – la butto lì – potrebbe diventare un luogo dell’anima, una capitale… di cosa? Dell’eresia.

Uno scorcio di San Pietro Clarenza

Mi spiego. Sicuramente, a tutt’oggi, non uno dei suoi pacifici abitanti sa che quel borgo ha dato i natali a uno dei più temuti eresiarchi del periodo travagliato e cruento della Riforma e della Controriforma: Giorgio Rioli, meglio noto col nome di Giorgio Siculo, giustiziato dall’Inquisizione cattolica a Ferrara il 23 maggio 1551, e poi ulteriormente colpito da una radicale damnatio memoriae, tanto da essere del tutto ignorato fino agli anni Trenta del Novecento, quando Cantimori s’imbattè in un suo testo e perciò lo rubricò fra i suoi Eretici italiani del Cinquecento.

Sempre sulle pendici del vulcano, sopra Nicolosi (e questo almeno, agli studiosi più che ai nativi, è ben noto) sorgeva il convento benedettino di San Niccolò l’Arena, culla d’eresie o quanto meno di dissenso e di libera elaborazione teologica, se non altro perché vi fu elaborato Il beneficio di Cristo, quel testo allora fortunatissimo che di volta in volta è stato interpretato come manifesto di un protestantesimo precocemente represso, o come regesto di proposizioni erasmiane o valdesiane ai limiti dell’eterodossia.

Fu in quel monastero etneo che Giorgio Rioli prese i voti, nel 1534. L’ambiente benedettino, a un’insolita conoscenza della Scrittura, aggiungeva una peculiare forma di religiosità, fondata sulla fiducia nell’immensa benignità divina e, per l’appunto, sul “beneficio di Cristo” che aveva restaurato l’origi­naria libertà umana. Questa terza via benedettina, umanistica e decisamente eterodossa, originale rispetto alle contrapposte ortodossie cattolica e protestante, svolgeva i grandi temi che la Riforma europea aveva proclamato e dram­matizzato, ma sdrammatizzandoli: era, come ha scritto Adriano Prosperi, «un annuncio liberatorio e pieno di letizia, che faceva della giustificazione per fede la ragione fondamentale della libertà da ogni ansia».

L’ex Monastero San Nicolò l’Arena a Nicolosi sotto la neve

Una terza via, dunque, quella benedettina, tra cattolicesimo e protestantesimo? O fu il protestantesimo italiano (anzi, per meglio dire, sarebbe stato, se non fosse stato represso) una via diversa alla Riforma rispetto a quelle storicamente consolidatesi? Mi riferisco, cioè, a una sorta di libertinismo intellettuale che ai grandi temi della Riforma (giustificazione, sacerdozio universale, restaurazione del cristianesimo evangelico e critica alle idolatrie e alle gerarchie cattoliche) avrebbe unito un ottimismo irenico ed ecumenico, una persistente fede nel libero arbitrio, un esercizio della ragione critica insofferente d’ogni chiesa e d’ogni dogma, Trinità compresa.

Epistola di Georgio Siculo pubblicata a Bologna nel 1550

È questo lo sfondo in cui si dibattono il Siculo e la sua setta, e le tante sette ed eresie brulicanti dai Grigioni all’Etna in quel secolo tragico ed esaltante. E in cui operavano – e liberamente fantasticavano, e velatamente scrivevano o dipingevano – molti dei migliori ingegni di quel nostro Rinascimento che fu tanto meno composto e risolto di quanto non si credesse un tempo. Penso a un Ariosto che, nel XIV del Furioso, metteva sorprendentemente in versi la giustificazione per mezzo della fede: «So che i meriti nostri atti non sono / a satisfare al debito d’un’oncia; / né devemo sperar da te perdono, / se riguardiamo a nostra vita sconcia: / ma se vi aggiugni di tua grazia il dono, / nostra ragion fia ragguagliata e concia». O viceversa a un Guicciardini (Ricordi, 28): «Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie de’ preti […]. Nondimeno el grado che ho avuto con più pontefici m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo».

E sono tutte tessere d’un mosaico più variegato di quanto non sia lo scontro frontale tra la due ortodossie, quella di Roma e quella di Ginevra. Del Libro Grande di Giorgio Siculo nulla si sa, eliminato come fu al pari del suo autore, inviso a tutte le chiese. Ma sulle tracce di quell’eresia fantasiosa e libertaria si inoltrò anni fa, in un bel libro ricco di notizie e di spunti, per l’appunto Prosperi. Lasciamo i dilemmi filologici e storiografici agli esperti: è piuttosto agli abitanti di San Pietro Clarenza che mi rivolgo: non ve ne importa niente? E non solo a loro: anni fa chiesi a una signora che dirigeva il Parco dell’Etna se sapesse che in quella sede, tra i boschi e le lave del nostro vulcano, nel primitivo convento benedettino di san Nicola l’Arena, era stato redatto il Beneficio di Cristo; e se non fosse il caso di ricordarlo, in quella sede, con un bel convegno. Non ne sapeva niente, promise d’interessarsene… e naturalmente non ne seppi più nulla.

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