Salvatore Silvano Nigro, una “spia” dentro le pagine della letteratura

Libri e Fumetti Una passeggiata letteraria dal Quattrocento a oggi attraverso sentieri letterari inediti o poco battuti. "Una spia tra le righe", edito da Sellerio, sono dei saggi scritti nella forma di racconti critici, ricchi di contenuti storico-letterari, di approfondimenti acuti, e con una capacità narrativa suggestiva. I trenta racconti che compongono il testo di Nigro scovano anche collegamenti fra autori che appaiono distanti, connessioni fra scritti di stile ed epoche differenti

Un grande studioso ripercorre momenti cruciali della storia della letteratura analizzando autori ed opere in maniera originale, con chiavi di lettura che palesano significati nascosti,  interpretazioni che illuminano la comprensione dei testi. Il prestigioso studioso è Salvatore Silvano Nigro, il libro che contiene questi studi interpretativi è “Una spia tra le righe”, edito da Sellerio. Sono dei saggi scritti nella forma di racconti critici, ricchi di contenuti storico-letterari, di approfondimenti acuti, e con una capacità narrativa suggestiva. 

Nigro è un fine studioso ed al contempo uno scrittore, ed è un saggista che sa far vivere la critica letteraria narrandola. E senza perdere in profondità, anzi la capacità scritturale dialettica lo aiuta ad estrinsecare nuove prospettive interpretative. I libri di Nigro, ed in questo caso i trenta racconti che compongono il testo edito da Sellerio, sono legati dal filo rosso della ricerca critica libera da schematismi dogmatici e da una passione autentica per la lettura. Con la volontà di scovare non solo dettagli e storie nascoste nelle opere ma anche collegamenti fra autori che appaiono distanti, connessioni fra scritti di stile ed epoche differenti. 

Un viaggio culturale che attraversa le epoche e le opere, ne coglie l’essenza e scopre interconnessioni inedite fra dimensioni culturali apparentemente lontane. Il libro di Nigro è introdotto in maniera efficace da Matteo Palumbo. Il titolo Una spia tra le righe è una metafora della libera ricerca intellettuale di Nigro ma nel contempo contiene anche un rimando ad una “vera spia internazionale, ad Antonio Pérez segretario del re di Spagna Filippo II: al suo romanzo barocco, alla sua storia più volte raccontata tra intrighi evidenti e occultamenti sottaciuti. Ma è anche una traccia retorica nell’intera narrazione del libro”. 

Salvatore Silvano Nigro

Si tratta di una “narrazione lunga”, plurisecolare, che “prende le mosse dal quattrocentesco prospettivismo geometrico e dalla precisione matematica applicati alla ‘follia’, per attraversare le gore secentesche, e risalire lungo l’Ottocento e il Novecento per strade inedite o poco battute. Fra una notevole varietà di protagonisti come Soldati, Sciascia, Bonaviri, Consolo, Camilleri, abitano il libro un grande architetto e mago degli abissi psichici, che vuole ‘lo ’ncerto altrui mostrar visibile’, i segretari barocchi che si convincono della necessità del tradimento, l’iniziatore del romanzo italiano che si ingegna con la narrativa seisettecentesca e collabora con l’illustratore del suo capolavoro, un padre della patria che, ‘minchionando, minchionato’, si fa falsario, una ostinata zitella siciliana che, tra Verga e Capuana, inscena un femminismo convinto e provocatorio, un prete canadese che fa scoprire alla Yourcenar l’opera di Tomasi di Lampedusa per poi infrattarsi in un romanzo di Maria Bellonci accanto a Isabella d’Este e a Matteo Bandello novelliere del Rinascimento, un poeta in piazza che si rinnova inseguendo il giudizio competente di Pasolini, un ritrattista che disegna come altri scrivono e narrano”. 

Un itinerario multidisciplinare nella storia della letteratura di un intellettuale che crede nella concezione della cultura come vita, e ne sa cogliere le plurime sfaccettature. Come spiega Matteo Palumbo: “Nigro, manovrando conoscenze enciclopediche assai vaste, attraversa settori ostici come la disciplina epistolare dei segretari o i trattati secenteschi sull’onore e sul duello o anche la tipologia del romanzo barocco. Questi ambiti storici e letterari costituiscono l’esempio estremo delle maniere con cui la scrittura si libera della realtà e costituisce modelli autoreferenziali”.



Non poteva mancare un saggio sul celebre Andrea Camilleri i cui libri editi da Sellerio sono stati in maniera sistematica presentati da risvolti di copertina (in realtà brevi saggi interpretativi) di Nigro. Ecco un passaggio del viaggio culturale di Nigro nell’opera montalbaniana: “Nel 1994, un personaggio immaginario si lasciò convincere da Camilleri a eleggere come domicilio narrativo un suo romanzo. L’accordo avvenne con agevole prontezza, e con reciproco agio, nella zona franca di un paesone siciliano, Vigàta, attestato come reale dalla lingua d’invenzione di un conversatore erratico che recitava se stesso nei panni camillereschi di un romanziere della voce: di un cantastorie, che si dava in pubblico con racconti di ‘storie’ come fatti a voce. Del personaggio, Camilleri accettò generalità rapide e credenziali minime: ‘di nome faceva Salvo Montalbano’; ‘era di Catania’; commissario di polizia, in quanto a professione; ‘e quando voleva capire una cosa, la capiva’. Ma fin da subito nacque un affiatamento, una comunicativa quasi fisiologica, tra la recitazione del narratore e l’improntitudine di un personaggio che sapeva fare ‘teatro’ o improvvisare ‘pantomime’; e macchinare astuti ed estrosi ‘trainelli’ da persona dabbene sempre al servizio della giustizia, che aveva a cuore la verità dei fatti conquistata anche al prezzo di una marachella, di qualche mascalzonata, e di qualche allegra e ingegnosa infrazione ai vincoli burocratici del codice legale. Montalbano entrò nel romanzo La forma dell’acqua, a impersonare il commissario di un poliziesco realisticamente all’italiana, senza hard-boiled e romanzescherie da immaginario cinematografico”. 

Andrea Camilleri

I vizi di Salvo Montalbano

Molto efficace anche il ritratto del poliziotto più famoso della storia letteraria italiana: “Il commissario palesava vizi circoscritti. Era a tavola un uomo godurioso, di palato esigente e discriminante. Decentemente irascibile, era però solidale con le vittime e i più deboli. Tanto bastava perchè venisse accusato di essere comunista. Socievole, e compagnevole, ci teneva a essere l’uomo della porta accanto: il conoscente da invitare a pranzo o a cena, se capitava l’occasione. Era celibe, ma aveva una fidanzata lontana con la quale una notte condivise un sogno erotico a distanza. Il sogno di lui si dileguò nel sogno di lei. Montalbano si acclimatò a Vigàta. Entrò in sintonia con l’antropologia del luogo. Per districare le matasse delle inchieste gli bastava un ‘esercizio d’intelligenza’ che gli facesse funzionare il cervello di ‘omu di liggi’ come quello di un ‘omu di delinquenza’. I due cervelli comunicavano in vigatese”.

Statua di Salvo Montalbano a Porto Empedocle, opera di Giuseppe Agnello

Buttitta e Pasolini

Il libro è ricco di analisi molto interessanti. Come quella del rapporto fra Pier Paolo Pasolini e Ignazio Buttitta, con citazione del cantastorie Ciccio Busacca. Scrive Nigro: “Sembrava che Buttitta e Pasolini fossero condannati a rincorrersi senza di fatto incontrarsi. Un po’ accorciò le distanze l’intervento competente di Sciascia (amico ed editore del poeta friulano). Ma decisivo fu un evento imprevisto, che convinse Pasolini a ripensare la poesia di Buttitta, a leggerla diversamente, a rivedere il suo giudizio: a ‘incontrarsi’ con la voce che da lontano gli chiedeva ascolto, di riconoscerla per quello che era; di dialogare con essa, contribuendo a un’autochiarificazione di poetica e di resa letteraria. Nel 1956 il terzo Congresso nazionale della cultura popolare di Livorno rivelò la coppia Buttitta-Busacca. E decretò il successo del Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali scritto da Buttitta per l’uccisione del sindacalista da parte della mafia, musicato ed eseguito dal cantastorie Ciccio Busacca. Lirica ed epica si erano fuse nel recitativo ruvido e petroso del cantastorie, inumidato da lacrime vere; nella lamentazione della ‘nera madre di Sciara’ (Levi, Le parole sono pietre,1955), nera come l’Addolorata. 

Ignazio Buttitta a Roccamena nel 1963

Nel prologo al volume Il poeta in piazza (1974), Buttitta associò Sciascia e Pasolini in quanto titolisti dei suoi libri: ‘il titolo della prima parte di questo libro, Il tempo lungo, non a caso anteposta alle altre parti, non è mio: lo trovò Leonardo Sciascia cogliendo il senso fondamentale della raccolta”.



 

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