“Nota stonata”, quando la storia deve rendere conto alla memoria privata

Recensioni Chi è Lèon Dinkel, fan che ossessiona il direttore d'orchestra Hans Peter Miller? Al Brancati di Catania, "Nota stonata", traduzione italiana dal francese “Fausse note” di Didier Caron ancora in scena a Parigi, nella regia di Moni Ovadia è priva di slancio nel narrare il tema caldo della persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti. Nonostante la bravura di Giuseppe Pambieri che incarna con brio Dinkel e di Carlo Greco/Miller costretto a rivelare la sua vera identità

Non solo compositore Gustav Mahler, fu per gran parte della sua vita direttore d’orchestra. Non è strano quindi che, per affinità elettiva, il Maestro Hans Peter Miller, protagonista della pièce Nota stonata” di Didier Caron (in scena fino al 12 dicembre al Teatro Brancati di Catania), alla fine di ogni sua esibizione sia solito ascoltare l’Adagietto della “Sinfonia n. 5” per scaricare la tensione palpabile in quel suo vezzo di tenersi l’avambraccio prima d’iniziare qualunque concerto. “Un tic di gioventù, il mio marchio” lo definisce, ma in realtà quel gesto cela una storia molto diversa, che lo spettatore scoprirà solo a un certo punto della narrazione, divenendone la sua condanna. Una sera, dopo uno spettacolo alla Filarmonica di Ginevra, Miller viene importunato in camerino da Lèon Dinkel, un suo fan sfegatato. All’inizio l’uomo gli chiede una foto, poi ritorna per un autografo da portare alla moglie che suggelli “una serata indimenticabile”, infine in quel continuo e inesorabile bussare alla sua porta diventerà sempre più insistente, fino a sconvolgerne irrimediabilmente l’esistenza. E pensare che tutto ha inizio con una foto scattata da una polaroid e si chiude con uno scatto, nel quale Dinkel dimostrerà a Miller di non aver sognato permettendogli di “rituffarsi nel passato”.

Carlo Greco e Giuseppe Pambieri in “Nota stonata”, foto di Pino Lepera

Già nel titolo, il drammaturgo francese Caron rimanda con sottile eleganza a un elemento stridente nella vita armoniosa di Miller, richiamandosi anche a un orrore del passato che inconsapevolmente accomunerà i due uomini. Scritto nel 2017 e tuttora in scena al Thèâtre de la Contrescarpe a Parigi dove a vestire i panni di Miller e Dinkel sono Pierre Azéma e Pierre Deny, le “Fausse note” è interpretato in questa edizione in italiano, prodotta dalla Golden Show di Trieste, da Carlo Greco e Giuseppe Pambieri. Nonostante il dramma sia stato premiato lo scorso anno come spettacolo di maggior successo alla 54°edizione del Festival teatrale di Borgio Varezzi, presenta non poche perplessità dal punto di vista della regia, affidata a Moni Ovadia. Dato il tema affrontato nell’opera – lo sterminio degli ebrei per mano dei nazisti tedeschi – la scelta di Ovadia si carica di grande significato; non dimentichiamo l’impegno che da sempre l’attore di origine bulgara effonde nei suoi lavori teatrali in opere come Dybbuk, Trieste… ebrei e dintorni, L’armata a cavallo, Il banchiere errante; ma la sua direzione in questo caso è davvero priva di slancio. Ovadia si limita alla creazione di una stanza delle torture da dramma borghese, usando il grande specchio del camerino come un video-wall su cui mandare immagini in bianco e nero, che ricordano vagamente il teatro anni Ottanta di Studio Azzurro; nelle quali però manca tutta la sperimentazione tipica del gruppo di ricerca milanese.

Un’altra scena di “Nota stonata”

La scelta di mandare alcuni spezzoni video di documentari dell’epoca è in totale contrasto con il resto dell’azione e tende anzi a spezzarne il ritmo, finendo per diventare meramente didascalica. Manca anche il coraggio di osare con il personaggio di Miller, il quale a un certo punto anziché essere completamente denudato appare in boxer, sebbene fosse chiaro che era appena uscito dalla doccia. La scenografia di Eleonora Scarponi è scarna e lugubre: un grande tavolino, due abiti da uomo appesi, due sedie e due quinte destrutturate a delimitare l’ingresso del bagno e del camerino; manca il lusso che ci si aspetterebbe nello spogliatoio di una personalità così celebre, non dimentichiamo che Miller è stato appena nominato direttore artistico della Filarmonica di Berlino niente meno che dopo Herbert von Karajan e soprattutto perché è lì che si svolgerà l’intera vicenda. Di contro appaiono davvero molto interessanti i costumi, firmati da Elisa Savi, che ben delineano la provenienza dei personaggi e il loro status sociale: come la vestaglia in broccato rosso del direttore d’orchestra e le eleganti pantofole in pelle. Pambieri/Dinkel conduce con brio l’azione, è fluido e musicale nella sua interpretazione che è un continuo crescendo, facendo crollare alla fine il castello di bugie costruito negli anni dal musicista. Greco/Miller non ha certamente la stessa levatura del suo partner di scena ma funziona soprattutto quando butta via la maschera di stimato direttore d’orchestra – c’è differenza tra l’essere rispettato ed essere rispettabili gli ricorda il suo antagonista – per mostrare la pochezza dell’uomo che vi si cela dietro. La sua recitazione è rotta, poco armoniosa ma riesce a chiudere il cerchio, complice un testo di grande profondità come quello di Caron, nel quale si analizzano due momenti storici cruciali: la Seconda Guerra Mondiale e il 1989, data in cui si svolgono i fatti.

Greco e Pamberi

Gli ingranaggi sono perfettamente oleati da una continua soluzione drammaturgica, di concerto con la sfera musicale che forse si sarebbe potuta ampliare ulteriormente. La scelta ricade sulle opere di Mahler, Mozart e infine Wagner (con l’overture del Tannhäuser) e sul valore che i grandi compositori hanno avuto in ogni epoca storica. Non dimentichiamo che Hitler elevò la musica di Richard Wagner a colonna sonora del regime: impose l’esecuzione dei Maestri cantori dopo la “giornata di Potsdam” del 1933 facendone l’emblema del Führerkult; usò Rienzi nelle cerimonie ufficiali, facendo suonare la marcia funebre di Sigfrido nelle esequie dei gerarchi. Una linea sottilissima perché nonostante l’antisemitismo del compositore tedesco, espresso nel pamphlet “Il giudaismo della musica”, e nato probabilmente dalla volontà di screditare alcuni affermati compositori ebrei come Halévy, Mendelssohn, Meyerbeer e Offenbach ma soprattutto per un rancore profondo verso le origini ebraiche del secondo marito della madre, considerato da molti il padre naturale di Wagner; alla fine si contraddisse nelle scelte, come quando nel 1882 affidò la direzione della prima del Parsifal a Bayreuth all’ebreo Hermann Levi.

Un’altra scena dello spettacolo diretto da Moni Ovadia

Di fronte a una riflessione sul genere umano che ricorda in alcuni passaggi il memoriale di Primo Levi, “Se questo è un uomo” o il romanzo a fumetti “Maus”, non mancano sfumature psicologiche sottili. L’ebreo Dinkel gioca con il suo carnefice e lo fa attraverso un violino, quello strumento che per tanti anni Miller aveva suonato da virtuoso prima di dedicarsi alla direzione d’orchestra e che improvvisamente diventa strumento della memoria. Anni prima, infatti, per un gioco di forza, il padre di Miller, che era un gerarca nazista condannò a morte il padre di Dinkel, rinchiuso nel campo di concentramento di Birkenau. Il comandante tedesco adorava Mozart e quando il padre di Dinkel affamato e infreddolito fu costretto a eseguire, fra i latrati dei cani, l’Eine kleine Nachtmusik in Sol maggiore mancò una nota mandando in collera l’uomo, che allungato il revolver al figlio, gli intimò di ucciderlo. “Per quanto fondotinta usiate, non potrete cancellare i tratti aberranti del vostro passato” tuona Dinkel a Miller/ Keitel, che nel cognome ricorda il Capo dell’Alto Comando della Wehrmacht e uno dei principali imputati al processo di Norimberga.

“Nota Stonata”

Una vita vale una stonatura? “Vostro padre fu contento, mentre il mio giaceva a terra per aver pizzicato male la corda del violino”. Rudolf Keitel alla fine cede e confessa, nascondendosi sempre dietro una frase: “Io non potevo fare altrimenti, mio padre era il mio unico riferimento e non ho potuto disobbedirgli”, salvo poi rivelare la sua vera indole. In questo perfetto meccanismo tragico, fatto di supposizioni e smentite, accuse e minacce, confessioni e ripensamenti, cinismo e freddezza, la catarsi arriva alla fine nella frase pronunciata da Lèon Dinkel: “Nessuno sa niente, nessuno è stato informato; questo momento era soltanto per me. Mio padre sarebbe stato contento di questo finale”, dice dopo aver strappato la foto dello scandalo. A dimostrazione che settantasette anni dopo è ancora aperta la ferita procurata da una delle pagine più disonorevoli del genere umano e che molti oscuri meccanismi della mente restano incomprensibile ancora oggi.

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