“Norma”, ieratica sul palco, umana in scena, nella rilettura di Livermore del capolavoro belliniano

Recensioni «Il dramma in musica deve far piangere, morire, inorridire cantando» scriveva Bellini nel 1834. E  di vibranti emozioni possiamo parlare, nel tributo che il Teatro Massimo Bellini di Catania ha dedicato al Cigno etneo, nel 186° anniversario dalla morte, con una produzione del capolavoro belliniano, con Fabrizio Maria Carminati alla direzione musicale, e riletta dal regista Davide Livermore su un palcoscenico che accoglie la sperimentazione tenendo fede al libretto originario

«Il dramma in musica deve far piangere, morire, inorridire cantando», così Vincenzo Bellini scriveva nel 1834 a Carlo Pepoli, librettista dei Puritani, aderendo con voce singolare alla poetica romantica di primo Ottocento.  E  di vibranti emozioni possiamo certamente parlare, nel tributo che il Teatro  Massimo Bellini ha dedicato  al Cigno etneo lo scorso 23 settembre, nel 186° anniversario dalla morte, con l’opera “Norma” (con la stessa si inaugurava il nostro Teatro nel 1890) in una produzione dell’Ente lirico catanese firmata alla regìa da Davide Livermore, che ne ha curato anche la scenografia insieme a Lorenzo Russo Rainaldi (Vincenzo Raponi luci, Chiara Osella aiuto regista, Giovanna Giorgianni aiuto costumista).

La Norma al Belli di Catania, foto di Giacomo Orlando

In  scena un cast vocale di prim’ordine, accompagnato dall’orchestra e dal coro del teatro curati rispettivamente da Fabrizio Maria Carminati e da Luigi Petrozziello. La tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani (che trasse il soggetto da Norma ou L’infanticide di Alexandre Soumet operando una semplificazione da cinque a due atti), nell’edizione critica  a cura di Roger Parker, è stata riletta da Livermore su un palcoscenico che accoglie la sperimentazione tenendo fede sostanzialmente al libretto originario. Con uno scenario innovativo che, attraverso eleganti porte bianche da salotto d’Ottocento, divide il proscenio in due parti, ecco il crearsi di ambienti fantasmagorici che fanno da sfondo quasi surreale, tra la foresta di Irminsul con tronchi stilizzati che si calano dall’alto, paesaggi lunari o movimenti astrali sui quali si stagliano i personaggi.

Figure corali in sfarzosi  costumi d’epoca, collocate tra i palchi più vicini al proscenio, incarnano i plaudenti  spettatori di un tempo, che tra nobiltà e borghesia in ascesa, attorniavano la prima mitica interprete di Norma, nonché musa ispiratrice di Bellini, ovvero Giuditta Pasta, novità di spicco della serata e presenza costante sulla scena, nel ruolo capillare affidato all’attrice Clara Galante: ora commossa, nostalgica e riservata, ora sovraesposta nel suo fervore risorgimentale e ridondante nell’amplificare i gesti della protagonista,  omaggio voluto da Livermore nei confronti di un personaggio storico,  la Pasta ci appare un alter ego, una proiezione psicologica di Norma. Di colei che campeggia ieratica e luminosa nelle vesti di Marina Rebeka, soprano lituano dal fulgido ventaglio espressivo, nella perfetta intonazione e lucente dizione dalle molteplici venature sopranili di essenza drammatica: svettante nella collera di donna tradita, caparbia nel ruolo di sacerdotessa gallica, pregna di tormento fra il desiderio di vendetta e l’istinto materno  di proteggere i propri figli; e ancora dal registro vellutato di screziature nell’invocazione alla luna in Casta Diva (con lo sfondo suggestivo di una luce astrale prorompente) nonchè nei duetti con Adalgisa; e in tenute dal bianco lucente al rosso porpora, nello sfaccettare costumistico di Mariana Fracasso. 

La Norma al Bellini di Catania, foto Giacomo Orlando

La bacchetta di Carminati, seguita da un’orchestra brillante e nitida, ha scandito con energia e tempismo le tensioni emotive dell’opera, profuse nel lungo melodizzare belliniano e negli accenti imperiosi dei protagonisti, assecondando il Coro nelle sue avvolgenti  espressioni.Ad interpretare la suddetta rivale in amore l’avvincente mezzosoprano  Annalisa Stroppa,  che ha   ben calibrato con morbidezza timbrica e cure dinamiche aderenti al testo,  lo smarrimento tra dovere religioso e sentimento d’amore per Pollione. Non da meno le figure maschili a partire da quest’ultimo, che ha trovato un ottimo riscontro attoriale nel  risoluto  tenore Stefan Pop, amante lucido e palpitante nel suo persistere fedigrago, cui era ben consono un  registro vocale possente. Si è distinto in prestanza scenica anche il basso Dario Russo nel ruolo autorevolissimo di Oroveso.

Altri interpreti del cast Saverio Pugliese e Tonia Langella , nei rispettivi ruoli di Flavio e Clotilde, ancella di Norma. Proprio al suddetto capo dei Druidi la nostra protagonista affiderà i propri figli prima di scontare sul rogo il tradimento del suo popolo( per l’amore verso il romano Pollione), sublimando se stessa nella sacralità di madre: sarà tale gesto a conferirle quella stupenda umanità che connota la Norma di Bellini a confronto con la figura sanguinaria presente nella versione letteraria di Soumet. Nel testo francese infatti  i figli Clodomiro e Agenore saranno gettati in un dirupo  dalla stessa madre che li seguirà suicida  per vendicare il tradimento subìto( richiamando la Medea di Euripide). Nella partitura del Cigno, invece,  tra la maestrìa del fiammeggiare scenico (nella scelta registica in chiusura del secondo atto), emergerà  sempre e comunque l’Amore, autentico deus ex machina dell’opera belliniana.

L’opera è stata trasmessa in diretta su Rai 5 ed è disponibile on demand sul portale web Rai Play al seguente link https://www.raiplay.it/video/2021/09/Norma–Teatro-Bellini-di-Catania-2021-3475240e-0907-4b9d-ab18-e158ec184011.html.

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