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Non vedrò “Hammamet”, la santificazione di Craxi mi dà fastidio

Blog Nessun pregiudizio nei confronti del film di Gianni Amelio, capisco la pietas per l'esule (o il fuggiasco?) ma il garantismo verso l'ex leader socialista non tiene di fronte a condanne pesanti come macigni. Ho pure provato talvolta simpatia per Craxi, su Moro e Sigonella aveva ragione, ma alla cinica congrega del garofano io imputo il definitivo scollamento della politica e dei comportamenti collettivi dalla morale

No, non andrò a vedere Hammamet. E non perché abbia pregiudizi sul film, che sarà anche un buon film: Amelio è uno dei nostri registi migliori, e Favino è sicuramente un bravo attore (ma diffido del mimetismo, dell’imitazione alla Alighiero Noschese, e non vedo perché il cinema debba ricercare la somiglianza fotografica: tra gli odierni replicanti e un gigante come Gianmaria Volonté non ho dubbi su chi scegliere). Non solo: capisco pure la scelta, legittima, di Amelio, e cioè la pietas per l’esule e lo sconfitto (esule? o fuggiasco?) anziché la ricostruzione dei suoi anni di vittorie e di dominio. Capisco tutto, ma…

Ma la sfrenata santificazione del de cuius che il film, volente o nolente, sta favorendo mi suscita, lo confesso, un enorme fastidio. Siamo bravi, nell’Italia dei Cola di Rienzo o degli Enzo Tortora, a elevare altari e poi a spietatamente demolirli, siamo bravi a maramaldeggiare sui morti oppure a tributar loro un culto inutilmente tardivo dopo averne deprecato in vita i trionfi. Fino a prova contraria mi ritengo un garantista, ma nell’affare Craxi non c’è garantismo che tenga: parlano piuttosto, con inequivocabile chiarezza, condanne pesanti come macigni.

Pierfrancesco Favino nei panni di Bettino Craxi in “Hammamet” di Gianni Amelio, foto di Claudio Iannone

Attenzione: talvolta ho anche provato simpatia, in quegli anni, per Craxi. Ho provato simpatia per la sua proposta di unità delle sinistre rivolta a Berlinguer, sordo perché interessato piuttosto a inseguire la perniciosa chimera del compromesso storico. Ho provato simpatia per quei sacrosanti cazzotti agli Usa a Sigonella; e non mi è dispiaciuto nemmeno quel breve scritto su Proudhon (ma l’aveva scritto Pellicani!) che proponeva alla sinistra vie diverse, e più libertarie, rispetto al persistente, incancrenito ma pur sempre testardo leninismo dell’intellighenzia comunista, e al Gramsci frainteso e corretto da Togliatti, ridotto a un innocuo Bignami.

E infine, ma questo ahimè lo dico oggi col senno del poi, Craxi aveva tutte le ragioni per voler salvare Aldo Moro, sacrificato da Dc e Pci sull’altare di una ottusa e feroce statolatria. Craxi, invece, non era uno “statista”, come oggi enfaticamente si ripete, così come non lo era Moro. Troppo forti erano in entrambi il carico di complicità e compromessi da una parte, e gravosi segreti (il Moro prigioniero era pronto a sbarazzarsene, di quei segreti, e per questo fu lasciato morire), e dall’altra la consapevolezza della complessità crescente e ipertrofica del “contesto”: e cioè di un sistema non più governabile con le semplici e lineari coordinate, da destra storica post-risorgimentale, di quelli che furono davvero i nostri ultimi “statisti”, ovvero i probi padri costituenti.

Ma Craxi e la sua ganga di astuti faccendieri costruirono un sistema di potere con risvolti decisamente malavitosi, e le inchieste giudiziarie dissotterrarono un verminaio di abusi e corruzione. Non mi si dica che non erano i soli, e che tutti, moralisti del Pci compresi, percepivano fondi allotri, perché lo so bene. Ma l’universale correità del “contesto” non giustifica nessuno dei rei, anzi dilata l’area e la portata della colpa. Infatti assieme ai Craxi, Forlani & C., anche molta imprenditoria fu travolta, tutto un ceto di padroncini e di speculatori pronti a tutto come sempre e come oggi i “professionisti dell’antimafia” del sistema Montante. Solo il tetro e immarcescibile Andreotti salvò le penne, ma solo per ricordarci col suo ghigno beffardo quanto marcia, e perfino assassina, fosse la sfera del potere, e per impedirci di rimpiangere quel passato a confronto degli ominicchi e quaquaraquà del presente.

Bettino Craxi

Ah, quanti vecchi socialisti ho visto abbandonare, con grande dolore, il loro partito, la cui storia gloriosa sentivano svilita da quel comitato d’affari, e votare piuttosto per il PCI di Berlinguer! Ci furono forse soprusi, pratiche giustizialiste, troppo tintinnar di manette, negli anni di Mani Pulite? Posso solo dire che la stagione aperta da quel terremoto politico-giudiziario, quella dei sindaci eletti dal popolo, con la partitocrazia ritiratasi dietro le quinte con la coda tra le gambe, con i “padroni delle ferriere” alla resa dei conti e perciò impossibilitati a condizionare la politica, ci regalò anni di aria pura e di bella politica, i migliori della storia repubblicana al pari di quelli aurorali ed entusiasmanti dal 1945 al ’47.

Infine un triste ricordo: i funerali di Sciascia, tramutati da Craxi in funerali di Stato. Le strade da Palermo a Racalmuto presidiate metro per metro dall’esercito in assetto di guerra, perché dovevano passarvi Craxi e gli altri potenti con le loro scorte; la chiesa inaccessibile ad amici e parenti (perfino una figlia di Sciascia non stavano facendo entrare!) perché riempita dalla tronfia “casta” dei politici e dai loro gorilla.

Ma c’è dell’altro: alla cinica e disinibita congrega del garofano io imputo quella che un Nietzsche chiamerebbe, ma in negativo, una “trasvalutazione di tutti i valori”: e cioè il definitivo scollamento della politica e dei comportamenti collettivi dalla morale, il primato della spregiudicatezza e del tornacontismo, lo yuppismo sfacciato, l’edonismo grossolano e scollacciato dell’era delle tv private, lo schiacciamento del senso comune e del gusto a livelli postribolari, la messa al bando degli ultimi intellettuali sostituiti da “nani e ballerine”. Insomma, il berlusconismo: ossia quella marea di detriti che, travalicando lo stesso cavalier Silvio già figlio di Craxi ma oggi ormai stracotto, ha sommerso un’epoca, e chissà per quanto ancora la marchierà con un sigillo di strafottente impudenza.

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