Michele Ainis e il dizionario delle demofollie italiche: «Ne è vittima lo Stato. O ciò che ne rimane»

Libri e Fumetti "Demofollia. La Repubblica dei paradossi", edito da La Nave di Teseo, è il nuovo libro del costituzionalista messinese: «La vera fonte è la politica italiana, con i suoi umori volatili e incoerenti, con lo sguardo corto attraverso il quale cura (si fa per dire) i nostri destini». Ogni Stato è un’impalcatura che serve a imbrigliare le passioni. Se l’impalcatura crolla, le decisioni collettive diventano per lo più emotive, irragionevoli

Un viaggio nelle “demofollie” italiche, compiuto da uno dei più autorevoli costituzionalisti italiani ed uno dei più brillanti commentatori del Paese. Stiamo parlando del messinese Michele Ainis, affascinato dalla sua terra natia. Un intellettuale dalla visione multidisciplinare, sempre attento al mondo che cambia, fine analista delle contraddizioni e dei paradossi siculi ed italiani. La filosofia che anima il suo nuovo libro Demofollia. La Repubblica dei paradossi, edito da La Nave di Teseo, si comprende in maniera efficace già da questo passaggio analitico: “La crisi di razionalità della politica italiana è una crisi morale, e quest’ultima determina una crisi costituzionale. Ne è vittima lo Stato, o ciò che in Italia ne rimane.

Michele Ainis

“La ragione di Stato non può opporsi allo stato della ragione” diceva Carlo V. L’invenzione dello Stato di diritto ebbe difatti questo scopo, coincise con l’idea d’assoggettare la convivenza umana a un progetto razionale, liberamente sottoscritto dagli stessi consociati, attraverso il contratto sociale di cui parlò Rousseau. Ogni Stato è un’impalcatura che serve a imbrigliare le passioni. Se l’impalcatura crolla, le decisioni collettive diventano per lo più emotive, effimere come la fiamma d’un cerino, contraddittorie, irragionevoli nel loro bilancio complessivo. E il seme della follia s’impadronisce della cittadella pubblica, della stessa vita democratica. Forgiando una nuova forma di governo, o meglio di non governo: demofollia, chiamiamola così”. Con l’ironia raffinata che lo contraddistingue, Ainis (oltre ad essere docente universitario di diritto costituzionale, editorialista de La Repubblica, autore di saggi è anche un autore di romanzi originali) in merito alle fonti dei temi del suo dizionario delle “demofollie” annota: “La vera fonte è la politica italiana, con i suoi umori volatili e incoerenti, con lo sguardo corto attraverso il quale cura (si fa per dire) i nostri destini, con i paradossi che dissemina nell’organizzazione dello Stato. Grazie ai politici e ai partiti, perciò. Senza il loro apporto, questo volumetto non avrebbe mai visto la luce. E sarebbe stato meglio”.

Nel libro vi è anche la Sicilia, vi sono il Mediterraneo, la questione dei migranti, l’Europa. Ainis sul tema migranti non ha timore di andare controcorrente: “Migrante sì, migrante no. Il primo lo accogliamo (sia pure a denti stretti), perché scappa da una guerra o da un tiranno, perché è dunque titolare del diritto d’asilo, garantito dalla Costituzione. Il secondo lo respingiamo alla frontiera, perché è un migrante economico, perché scappa dalla fame. Su questa gerarchia delle sciagure si regge, da sempre, la nostra politica verso gli immigrati. Matteo Salvini, da ministro dell’Interno, ha trasformato il sì in un nì, però la distinzione rimane inossidabile, scolpita nelle sentenze e nelle circolari amministrative, reputata ovvia a sinistra come a destra. Diciamolo: è un falso giuridico. Avallato dagli stessi giuristi, sulla scia d’una lettura avara delle garanzie costituzionali. Incoraggiato dall’assenza di una legge che restituisca qualche grammo di chiarezza sui requisiti dell’asilo, benché la nostra Carta – settant’anni fa – ne avesse stabilito l’adozione. E infine vestito con il manto dell’ipocrisia, l’unico comune sentimento in quest’Italia dei risentimenti”.

Ainis nella sua critica è pungente e graffiante: “Non è forse un’impostura, o quantomeno uno strabismo etico, impietosirsi per chi muore di spada chiudendo gli occhi su chi muore di fame? Difficile negarlo, anche se in queste faccende comanda la ragion di Stato. Così, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (articolo 13) riconosce a chiunque il diritto d’uscire dal proprio Paese e di rientrarvi, ma non il diritto d’accasarsi altrove, non di scegliere il Paese in cui ricominciare un’esistenza dignitosa”. Ed ancora: “(…) se l’asilo spetta a chiunque resti orfano delle “libertà democratiche”, allora esso spetta di diritto ai migranti economici, o almeno pure a loro. Si dirà: belle intenzioni (oppure pessime, dipende dai punti di vista); però mica possiamo metterci in casa tutta l’Africa. Risposta: allora ne riceveremo quanti sarà possibile, magari cominciando da donne e bambini, ma senza discriminare fra migranti economici e politici. Si dirà ancora: coi tempi che corrono, con Salvini che ordina ai prefetti di negare asilo ai rifugiati che ne avrebbero diritto, come potremmo accogliere chi non ne ha avuto mai diritto? È l’argomento del realismo, che in realtà sprofonda nel cinismo. E poi un diritto costituzionale c’è o non c’è, la sua esistenza non dipende dal governo di turno. Dipende da noi, dalla nostra capacità di riconoscerlo, e dargli forza, e sorreggerne il legittimo esercizio. Perché i diritti, come i migranti, muoiono, senza un popolo che offra il proprio asilo”.

E non mancano le critiche all’autonomia differenziata: “Fin qui c’è stato uno Stato, domani chi lo sa. È questo il rischio cui ci espone l’autonomia differenziata: un processo di disgregazione, una faida fra territori armati gli uni contro gli altri, e in ultimo la rinunzia alla nostra comune identità. Oltretutto per colpa della Costituzione, la carta che in teoria dovrebbe unirci. O meglio, per effetto d’una norma aggiunta nel 2001 al documento vergato dai costituenti: l’articolo 116, che permette il tira e molla delle competenze fra lo Stato e le regioni. Ma dopotutto la responsabilità non è del testo, bensì piuttosto del contesto. Dipende dalle sue cattive applicazioni, che a loro volta dipendono dagli umori instabili e sbilenchi della politica italiana”.

Ainis attacca la capocrazia che cresce in ogni angolo del Paese, e stigmatizza i populismi: “Va bene così, viva la modernità. Anzi no, va male. E per almeno due ragioni. Primo: l’identificazione del partito con un padre padrone è un connotato populista, perché raffigura il leader come megafono della voce popolare, e perché al contempo nega al popolo ogni soggettività distinta da chi ne incarna gli umori. Inoltre riflette una concezione primitiva dell’agire politico, che oltretutto contraddice la funzione stessa del partito. Come osservò Norberto Bobbio (“Italica follia”, La Stampa, 22 ottobre 2000), e insieme a lui Sartori, ogni partito consiste in un’associazione d’individui, non in un singolo individuo. Ma il guaio, nel caso italiano, è che l’ossimoro viene santificato dalla legge. Più precisamente nell’articolo 7, terzo comma, della legge n. 165 del 2017, meglio nota come Rosatellum: depositando il contrassegno, i partiti “dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica””. Ainis non ha dubbi: “Secondo: quest’andazzo è una truffa agli elettori. Perché inocula un messaggio surrettizio, ossia che il loro voto deciderà il futuro presidente del Consiglio. Ma in una Repubblica parlamentare no, non è così. La formazione del governo dipende dalle Camere, dipende dal Quirinale, non già dal popolo votante, o almeno non direttamente”. La nostra è una costituzione di tipo parlamentare, molti politici ed addetti ai lavori dovrebbero leggerla o rileggerla, oppure evitare di strumentalizzarla, così non si ascolterebbero eresie, come quella che un governo con una maggioranza in parlamento (di qualunque colore esso sia) rappresenti un attentato alla democrazia se i sondaggi dicono invece che i rapporti di forza sono mutati. Non esistono democrazie basate sui sondaggi. Inoltre, la nostra è una Repubblica parlamentare, in cui gli eletti del popolo esercitano il loro mandato senza alcun vincolo, altrimenti non sarebbero liberi parlamentari.  Il problema del trasformismo non si risolve con una compressione della libertà.

Nell’epoca dell’incompetenza, dell’insulto gratuito, degli improperi sui social, su un flusso spesso inutile di parole di capopopoli privi di cultura politica e di visione d’insieme, la Costituzione italiana, ricorda Ainis, è un modello sul piano culturale, del linguaggio e dello stile: “Da qui la seconda lezione che la nostra Carta ci impartisce: un’economia nel segno, nel linguaggio. Almeno un quarto del tempo speso dai costituenti ebbe a oggetto la “materia” costituzionale, ciò che avesse titolo per descrivere il lascito di quella generazione temprata dalla guerra alle generazioni successive. E alla fine dei lavori il testo venne sottoposto alle cure di tre letterati (Concetto Marchesi – nda, fine intellettuale, grande latinista, accademico, catanese doc, si diplomò al Liceo Classico Nicola Spedalieri – Pietro Pancrazi e Antonio Baldini), per migliorarne la sobrietà, oltre che l’eleganza narrativa. La leggerezza è la virtù di Perseo, che si sostiene sui venti e sulle nuvole. È anche la prima qualità d’ogni scrittore, giacché dopo che hai scritto devi cancellare il sovrappiù, per alleggerire la fatica del lettore. Staremmo tutti meglio se abitassimo un mondo meno gremito di parole, e di parole puntute come frecce. La lieta novella è una lieta favella».

Ainis analizza il tema delle diseguaglianze crescenti, concetti che in Sicilia nel Sud sono ancora più evidenti: “E l’Italia non fa certo eccezione – anzi, esprime la società più diseguale di tutto l’Occidente, dopo il Regno Unito e gli Usa. Da qui la rabbia verso tutte le strutture sociali, dall’economia alle istituzioni. Secondo: l’accelerazione tecnologica, che spinge folle di lavoratori fuori dal mercato del lavoro, o perché sostituiti dalle macchine, o perché scavalcati dalle nuove abilità, che i vecchi lavoratori non posseggono. Sicché reagiscono con un senso d’angoscia, che reclama scorciatoie, soluzioni semplici a problemi complessi. Ma la democrazia è una creatura complicata, e a sua volta la semplificazione può ben risolversi in una trappola autoritaria: “Il tiranno – diceva Montesquieu – pensa innanzitutto a semplificare le leggi””.

E ne mostra le connessioni con la comunicazione semplificata: “Sta di fatto che la comunicazione politica viene dominata da messaggi rozzi, semplificati, e in conclusione demagogici; una categoria (la persuasione demagogica) messa a fuoco fin dai tempi di Aristotele. Anche se, a guardare lo stile prevalente dei politici in tv, più che Aristotele viene in mente Umberto Eco, con la sua Fenomenologia di Mike Bongiorno. “Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo”. Sarà per questo che i nostri beneamati leader sono diventati populisti, senza sforzi, forse senza neppure averne l’intenzione. È un’inclinazione naturale, mettiamola così”.

Ainis smonta i “decreti sicurezza” voluti dall’ex ministro Salvini: “Tuttavia il pericolo concreto risiede nell’incostituzionalità dei decreti sicurezza. Più che probabile, sicura. Giacché le garanzie costituzionali vennero concepite in soccorso dei più deboli, di chi occupa gli ultimi posti della fila. I forti non ne hanno bisogno, loro si difendono da sé. È un mondo a rovescio, perciò, quello che sbuca fuori da ciascun decreto. Ma soprattutto è una Costituzione rovesciata”. E chiosa: “Nei tempi di pericolo la Repubblica romana s’affidava a un dittatore; può succedere di nuovo, anche se adesso il pericolo è presunto, gonfiato ad arte per gonfiare le vele del consenso. E allora, gratta gratta, esce allo scoperto la natura illiberale dei partiti sovranisti. Il sovranismo è la voglia d’un sovrano”. Un libro da leggere attentamente, e sul quale riflettere…

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