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La rivoluzione di Trockij e la contraddittoria utopia della santa madre Russia

Blog Anche il fascista Malaparte si esaltava per il comunista Trockij. A 20 anni Lev Davidovič era il mio mito, mi ero innamorato di lui e della "rivoluzione permanente". La mia non è nostalgia veterocomunista ma per le idee forti che animarono il secolo trascorso. E nostalgico, sconfinato amore per quel miracolo di grande letteratura, accesa fede, opinioni e sentimenti estremi chiamata santa madre Russia

Scrivo in questi giorni, per un prossimo convegno milanese, dell’esaltazione del fascista Malaparte per il comunista Trockij. Incroci tutt’altro che rari, in quel “ventennio nero” tra le due guerre, quando in molti credettero a una “rivoluzione” anticapitalista in camicia nera. A queste illusioni ho dedicato il mio ultimo libro, Scrivere a destra.

Figura controversa e affascinante, quella di Trockij. Proprio in questi giorni, due anni fa, mi trovavo a Città del Messico e mi recai in pellegrinaggio nell’ultima sua dimora, a Coyoacan, dove l’esule fu assassinato da un sicario di Stalin, il 20 agosto 1940. Lev Davidovič era il mio mito, intorno ai vent’anni: avevo seguito per due anni le belle lezioni universitarie di Gastone Manacorda sulla rivoluzione bolscevica e mi ero innamorato di lui e della “rivoluzione permanente”, in anni in cui la gauche estrema delirava invece per Stalin e per Mao. E sono fiero di essere stato espulso, al grido per lui oltraggioso di “trockista!”, da Dario Fo in un’assemblea che ingurgitava beata i suoi spropositi storiografici, che io avevo osato mettere in discussione. E infine Salvatore Battaglia, il grande filologo e italianista che non era comunista ma liberalsocialista, mi aveva messo in mano assieme ad Auerbach e a Northrop Frye gli scritti di Trockij sulla letteratura, ancor oggi da leggere con profitto.

Antonio Di Grado alla tomba di Trockij a Città del Messico

E quant’è bella, e si legge come un grande romanzo, la sua Storia della rivouzione russa! Un gigante, certo, Lev Davidovič, a cui è difficile perdonare la repressione di Kronstadt ma che svetta comunque (e accanto a lui metterei Bucharin) tra gli artefici e vittime della “grande illusione” bolscevica, vanificata ab origine dalla sua natura oligarchica, dispotica, tutt’altro che incline a mantenere le promesse originarie della “estinzione dello stato” e del conferimento di “tutto il potere ai soviet”. Stalin non farà che portare allo stremo d’un apocalittico bagno di sangue quell’originario fallimento; e il tanto più intelligente, più puro Trockij, insieme all’intero gruppo dirigente della rivoluzione, dalla rivoluzione e dai suoi esiti fatalmente fratricidi sarà travolto. Ma con grande dignità, con la nobiltà ritrovata dell’autentico rivoluzionario.

Trockij dipinto da Frida Kahlo

Fu l’esilio, fu la persecuzione a tramutare quell’inflessibile bolscevico in eroe libertario, in campione di spirito critico, in intellettuale vicino alle grandi avanguardie artistiche? Agli studiosi l’ardua sentenza. Ma che bei tempi, quando si discuteva se avesse ragione Trockij o Bucharin, Rosa Luxemburg o Lenin, Gramsci o Togliatti, se fosse più opportuno il realismo dei comunisti o il radicalismo del Partito d’Azione, rispetto ad oggi, quando si discetta pro Renzi o Letta, Salvini o Giorgetti, Conte o Draghi! Di quei personaggi e di quelle antitesi mezzo secolo fa discutevo animatamente, lungo interminabili notti insonni, con Fernando Gioviale, con Salvatore Lupo, con Roberto Caminiti, con Lillo Avola…

Nostalgie veterocomuniste? Tutt’altro. Nostalgia per le passioni e le discussioni, per le idee forti che animarono il secolo trascorso. E nostalgico, sconfinato amore per la santa madre Russia, per quel miracolo di grande letteratura, accesa fede, opinioni e sentimenti estremi nel quale tutto, i santi ortodossi e i “folli di Cristo”, le icone di Rublëv e le notti bianche sulla prospettiva Nevskij, il pacifico Oblomov e il nichilista Bazarov, il furore dei “demoni” e il fervore dei narodniki, lo starets Zosima e l'”uomo del sottosuolo”, Natasha di Tolstoj e Lara di Pasternak, la scalinata di Odessa e i ribelli di Kronstadt, Pavel Florenskij e Marina Cvetaeva, l’anarchia in armi di Nestor Makhno e “la grazia innaturale di Nijinskij”, si ricomponeva nel segno di un’estrema, insostenibile, meravigliosamente contraddittoria utopia, regalata a chi è straniero in questo mondo.

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