«L’amore tra De Roberto e Ernesta fonte eterna di ispirazione letteraria»

Storie Sarah Zapulla Muscarà ha curato con il marito Enzo Zappulla la raccolta epistolare "Si dubita sempre delle cose più belle" che raccoglie 800 lettere che narrano l'amore impossibile tra lo scrittore siculo-partenopeo e la nobildonna milanese: «De Roberto aveva promesso all'amata un romanzo epistolare che poi non scrisse. Sono le stesse lettere a comporre un romanzo»

Appassionata di carteggi epistolari della letteratura italiana, la professoressa Sarah Zappulla Muscarà, notissima docente universitaria catanese, critico letteraio e scrittrice si intrattiene a parlare con noi del libro edito dalla Bompiani “Si dubita sempre delle cose più belle”, che ha curato insieme al marito Enzo Zappulla. Il testo raccoglie ottocento lettere di un intenso scambio epistolare tra lo scrittore Federico De Roberto (il 26 luglio saranno novant’anni dalla morte) e la nobildonna milanese Ernesta Valle Ribera (sposata con l’avvocato Ribera). Di recente “Si dubita sempre delle cose più belle” è stato rappresentato con successo al Piccolo Teatro di Catania, grazie alla superba interpretazione di Mariano Rigillo e Cicci Rossini, su musiche del compositore Matteo Musumeci.

Professoressa Muscarà, Lei in qualità di studiosa della letteratura italiana ama e cura da sempre questo tipo di raccolte. Di che si tratta?
«Sì, io reputo i carteggi straordinari, perché offrono una testimonianza viva e vissuta dall’interno, come in questo caso, anche di uno spaccato d’epoca, dove si fa riferimento a Verga e a Capuana. Questo è un carteggio d’amore bilaterale, il che lo rende ancor più interessante, con lettere di risposta reciproche fra i due protagonisti, ovvero De Roberto ed Ernesta Valle, che portarono avanti una relazione dal 1897 al 1904 con testimonianze epistolari che giungono al 1916. Noi abbiamo avuto accesso al corpus tramite la nipote Nennella, figlia del fratello di De Roberto. Dalle lettere emerge un amore travagliato ma pieno di devozione e ammirazione, che attesta un cambiamento di posizione dello scrittore nei confronti dell’amore».

In che senso?
«Lo scrittore fino a quel momento si era espresso contro le donne, non nascondeva affatto di essere misogino, tant’è che nel romanzo I Vicerè si pronunciava in modo negativo e graffiante verso l’altro sesso. Invece dalle lettere si evince testualmente che la sua visione dell’amore si sta modificando, per una donna sensibile, che micapisce. Anzi, lui promette a Ernesta che le dedicherà un romanzo epistolare, nel quale, accanto alla letteratura e alla filosofia, lei si ergerà a protagonista; in realtà poi non ebbe la possibilità di scriverlo, quindi sono le stesse lettere, bellissime ed eleganti nella scrittura, a comporre un romanzo».

Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà

Chi era Ernesta Valle Ribera?
«Era una gentildonna dell’aristocrazia milanese, che frequentava il Teatro alla Scala e gli ambienti altolocati dei baroni Castiglioni, degli scrittori Praga e Lopez. Nutriva diversi interessi, infatti studiava il tedesco e suonava il pianoforte, oltre alla lettura di libri che lo stesso De Roberto le regalava. Era colta nel conversare e seppe dare dei validi consigli allo scrittore quando lui le sottoponeva dei suoi scritti (oltre che ai suoi amici drammaturghi), facendogli rilevare, come Giovanni Verga, che in alcuni punti la narrazione andava snellita, curando di più l’aspetto teatrale e dialogico».

Dalle lettere emerge un’evoluzione del loro rapporto d’amore, da “un patto di affettuosa amicizia”, nel 1897, quasi un sentimento platonico, che Ernesta, anzi Renata (come si definisce) vuole fare benedire dalla Madonnina della guglia del duomo di Milano, a un rapporto più intenso e travagliato.
«Sì, inizialmente si parla di calda amicizia, poi diventò sempre più coinvolgente: lei da piccola amica sperimentò il vero amore che rese migliore la sua triste e scoloritaesistenza (una grazia che la donna chiede espressamente al suo uomo), dato che aveva subìto un matrimonio combinato dalla famiglia per interesse. Da qui deriva il nome Renata, ovvero rinata all’amore grazie al suo “Rico”, sino a identificarsi nella sua persona e a sentirlo come dice nella lettera nel mio cuore, nel mio sangue, nel mio cervello. Ricambiata nei suoi fremiti d’amore dallo scrittore che la chiama anche Nuccia (come diminutivo di femminuccia) e le raccomanda di scrivere le risposte alle sue lettere su dei fogli in bianco riconducibili alle prime con l’intento di unire i loro spasimi».

Federico De Roberto fotografato da Giovanni Verga

A tale proposito, c’è uno scritto di De Roberto che si intitola “Spasimo”…
«Infatti, si tratta del primo giallo della letteratura italiana con cui lo scrittore inizia la collaborazione al “Corriere della sera” di Milano. Lui aveva il desiderio di bissare il successo di “Cavalleria rusticana” del Verga (rappresentato al Teatro Carignano di Torino con Eleonora Duse), anche perché il teatro rispetto alla narrativa gli consentiva maggiori guadagni e visibilità. A tal fine pensò di ridurre teatralmente “Spasimo”, sempre angosciato però dal dubbio, che lo accompagnò tutta la vita».

La tematica del dubbio si evince anche dal titolo del libro “Si dubita sempre delle cose più belle”. Cosa significa?
«La frase è tratta da una delle lettere (scelte per lo spettacolo) dove lei afferma che, pur tra molti dubbi, ha una certezza salda, incrollabile, superba che l’amore dello scrittore sarà la consolazione di tutta la sua vita: una vera compensazione delle sue amarezze. Il travaglio del dubbio fa emergere il pessimismo di fondo dello scrittore, legato anche alle difficoltà di mantenere in vita il suo rapporto d’amore con la gentildonna».

Difficoltà di che genere?
«Il rapporto con una madre gelosa e possessiva (vedova e unica amministratrice dell’eredità) quale era donna Marianna degli Asmundo, siciliana, che faceva finta di ignorare la sua relazione con Ernesta, e la lontananza con l’amata, (dopo il trasferimento di De Roberto a Catania nel 1897) che determinò un graduale distacco tra i due amanti clandestini».

Ernesta Valle Ribera, foto Circolo Fotografico Lombardo

Dallo spettacolo emerge un linguaggio del carteggio piuttosto d’effetto, anche se aulico e immerso nella Milano elitaria del tempo…
«Si tratta di una forma raffinata ed elegante che fa emergere la genuinità dei sentimenti senza essere scritto di getto, ma sempre in modo avveduto: è funzionale ai personaggi, con le loro passioni e contraddizioni, e il loro travaglio interiore. Un genere epistolare che contiene anche descrizioni della città di Milano e di Catania (villa Bellini, Teatro Bellini) a quell’epoca, con riferimenti alla moda, all’economia, al giornalismo. Oggi noi, messaggiando sui social network, non possiamo lasciare testimonianze profonde di questo tipo».

A proposito di linguaggio mediatico, di cosa si occupava il De Roberto giornalista?
«Lo scrittore fu a lungo un giornalista militante. Scriveva soprattutto recensioni a libri, che erano la sua passione, dei quali amava conversare spesso con Ernesta Valle. E si occupò anche di saggi su riviste dell’epoca».

Il linguaggio dell’epistolario ovviamente è di taglio diverso: come emerge dallo spettacolo, scava dentro i personaggi, mettendone in luce le amarezze e le gioie quotidiane. Si dice infatti che ogni gioia col dolore si compra e si parla dell’impenetrabilità quando “Rico” afferma che nessuna creatura umana è compresa da un’altra (citando anche Maupassant), definendo questa una sconsolata persuasione di tutta la sua vita. Quanto contribuirà questo aspetto, secondo Lei, a rendere De Roberto sempre attuale?
«Tantissimo, si tratta di scrittori eterni perché riflettono la nostra umanità, i problemi che noi viviamo sempre. Il problema della incomunicabilità è fondamentale anche in Luigi Pirandello, come quello dei più volti o prospettive in cui ci vedono gli altri, e che spinge l’uomo a cercare un’immagine obiettiva di sé (come in Uno nessuno e centomila). L’immensità della figura umana e letteraria di Federico De Roberto è stata riconosciuta dalla scrittrice palermitana Simonetta Agnello Hornby nella prefazione al suo ultimo libro “Caffè amaro”, dove la stessa afferma che, nel testo, il carteggio epistolare in oggetto si è insinuato come fonte d’ispirazione e in omaggio a uno dei più grandi scrittori italiani e di forte impronta siciliana.

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