La rivoluzione del corpo che ci affratella

Recensioni Ovvero come dodici "danzattori" tramutano il caos in corpo: ne La Nona di Roberto Zappalà, che sdogana finalmente la danza al Bellini di Catania, la sinfonia di Beethoven, nella rilettura per due pianoforti di Lizst, consumano, nella loro fisicità, scampoli interreligiosi dell’abbraccio e del bacio dell’Inno alla gioia

Un sacerdote donna – non una sacerdotessa! – che predica dal golfo mistico (nomen omen?). Due menorah in scena, i candelabri a sette braccia che accendono uno dei simboli più antichi della religione ebraica mentre in alto a sinistra, una grande croce incombe sul pianista e a tratti s’illumina, beneficamente minacciosa. Nelle vesti dei danzatori tante sono le tonalità d’arancione e diventa francamente difficile frenare la mente e impedirle di planare su Isis e dintorni. Eppoi caligine d’incenso, sospensione, una “dura pax sed pax” che potrebbe scoppiare da un momento all’altro.

Altro che “transito”.

La Nona di Beethoven secondo Roberto Zappalà – terzo step del progetto Transiti humanitatis del coreografo e “pensatore di danza” con cui la danza contemporanea fa il suo ingresso ufficiale al Teatro Bellini, fino al 27 maggio, nel cartellone “ortodosso” d’opere e balletti (sulle punte e a piedi nudi, da oggi in poi) – ebbene La Nona è coacervo di pensieri, parole (quanto basta), opere – mimesis ora plastica ora scalmanata, ora lirica ora guerresca – e (o)missioni. Per esempio, sconfinare in fede e pensiero senza malcelate “tolleranze”, il che trova codice d’accesso in uno stralcio della drammaturgia di Nello Calabrò, da 15 anni sodale “di parola” di Zappalà: Il creato non è venuto alla luce con le etichette: cattolico, ebraico, musulmano; non c’è una foresta pluviale cattolica, un oceano luterano, un sole ebraico, una luna islamica…

Non sappiamo se sia andata così (in realtà lo sappiamo e non è andata così) ma ci piace pensare che la provocazione “madre”, come le scene madri, l’abbia innescata – nella terribile, monumentale sinfonia che Beethoven, già completamente sordo, licenziava nel 1824 – quel compromettente An die Freude, l’Inno alla gioia di “Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio va al mondo intero! Fratelli, sopra il cielo stellato deve abitare un padre affettuoso”. Di questi versi i tersicorei si fanno “traduttori” e tornano a fare del loro corpo luogo primario di rivoluzione. E rivoluzione è il forte e vulnerabilissimo “progetto” d’affratellamento, all’epoca di Beethoven più biblico che “europeo”, oggi né l’uno e né l’altro ma sfrangiato in mille varianti di “politichese” della prima e dell’ultima ora.

Chissà quanto il testo sia pretesto, fatto sta che in questo “transito d’umanità”, La Nona parla compiutamente, dal I al IV movimento, trovando poi nella trascrizione per due pianoforti che ne fece Franz Liszt una (ri)scoperta che non ha pari. In primis, perché sa impartire un’austerità ed un solenne rigore che non sono così immediati nella dimensione orchestrale – e a buon diritto, il musicologo Giuseppe Montemagno attribuisce al compositore ungherese una vera e propria “rivoluzione copernicana nell’ambito del concerto pubblico” e, prima di lui, l’autorevole Piero Rattalino evidenziava nella trascrizione di Liszt uno stile pianistico “non sottomesso a Beethoven ma più moderno”. Last but not least, responsabili di questo incanto pianistico – che è conditio sine qua non dettata dal coreografo – sono il nitore e l’imponenza dei pianoforti di Luca Ballerini e Stefania Cafaro che forse hanno un po’ patito dell’amplificazione chissà quanto indispensabile.

Oremus. Ancora in “buca”, la donna sacerdote sollecita l’assemblea: “Confessiamo a Dio onnipotente “e a noi stessi” che abbiamo molto peccato…” E’ un’apertura a cappella: Beethoven-Liszt tace ancora e ancora immobili, in proscenio e spalle al pubblico, sono i pianisti pronti a dar corpo ai 4 movimenti. Ma movimento e corpi abitano già la scena e, a poco a poco, la piccolissima falange di “danzattori” s’ingrossa fino ad arrivare a 12 (come quelli dell’Ultima Cena?). Assai spesso, ora e più avanti, essi saranno anche “fiati” della Nona, non gli strumenti aerofoni ma suonatori essi stessi del loro pneuma, cadenzato a ritmo. Un attimo dopo, in arancione, se ne stanno accosciati come per la preghiera salmodiata da un muezzin non visibile agli occhi.

Alcuni di loro hanno un gesto che diventa refrain: si battono il petto all’altezza del cuore, come fanno le donne di chiesa che, una volta lontane dall’altare, quello stesso gesto rinfacciano ad altre che, dopo aver compiuto peccati irriferibili, osano ancora farlo (“Mi piaci ca s’abbàttunu ‘u pettu”).

“Qual è la più grande fede nel creato? Qual è il tempio più grande da venerare?”. Incomincia a chiederselo, in un cono di luce poi dispensatore di pioggia di lustrini, un prestidigitatore vagamente Joel Gray di Cabaret ma la domanda, più martellante di un loop, passerà in mano (e in voce) ai ballerini. Ebraico, arabo, inglese, francese, spagnolo e italiano per ripetere e ripetersi che l’unico tempio venerabile ce l’hanno già, è il loro corpo.

Non salvezza ma condivisione crescente, dal II movimento (in odore di Patetica) all’ultimo che aggiunge suggestioni nel canto del controtenore Riccardo Angelo Strano. E sull’ennesima, vorticosa variazione dello stesso IV movimento – che faceva letteralmente “la gioia” di Alex di Arancia meccanica di Kubrick nella leggendaria esecuzione al sintetizzatore moog – il caos si converte in corpo.

E i ballerini – di sorprendente, rigoroso talento, tutti: Maud De la Purification, Filippo Domini, Alain El Sakhawi, Marco Mantovani, Sonia Mingo, Gaetano Montecasino, Gioia Maria Morisco Castelli, Adriano Popolo Rubbio, Fernando Roldan Ferrer, Claudia Rossi Valli, Ariane Roustan, Valeria Zampardi – finiscono per coprirsi il viso con maschere d’illuminato bene: Papa Francesco, Dalai Lama, l’arcivescovo di Canterbury, l’ayatollah sciita Al Sistani, il rabbino capo di Gerusalemme, l’imam Sunnita, il metropolita di Mosca, lo sceicco Sufi… Eccoli animarsi, allora, e non più in arancione, in fratellanze e sorellanze, in giochi di benevoli avvistamenti. E intanto consumano scampoli dell’abbraccio e del bacio dell’Inno alla gioia, si agitano in riconoscimenti e cenni di saluto, anche quest’ultimo un gesto refrain.

E’ uno step in tutti i sensi, La Nona di Zappalà.

Non certo e non solo perché terza parte di “Transiti Humanitatis” (Invenzioni a tre voci e Oratorio per Eva erano i primi due, I am beautiful sarà il quarto) ma perché primo passo verso un altro sconfinamento. Cioè varcare la soglia di un teatro d’opera. Qui ed ora, il Massimo Bellini di Catania. E con una risposta di pubblico tutto sommato equilibrata e beneaugurante, come voleva Mejerchol’d: una parte, preponderante e sonorissima, di grande favore, l’altra favorevolmente perplessa ma plaudente seppure con qualche abbandono della sala del tutto fisiologico. Il dado è comunque tratto. Dare alla danza contemporanea la cittadinanza artistica e culturale che molte città del mondo le concedono da tempo, significa riconoscerla, dopo più di cinquant’anni, parte integrante del nuovo umanesimo.

Commenti

Post: 0

SicilyMag è un web magazine che nel suo sottotestata “tutto quanto fa Sicilia” racchiude la sua mission: racconta quell’Isola che nella sua capacità di “fare”, realizzare qualcosa, ha il suo biglietto da visita. SicilyMag ha nell’approfondimento un suo punto di forza, fonde la velocità del quotidiano e la voglia di conoscenza del magazine che, seppur in versione digitale, vuole farsi leggere e non solo consultare.

Per fare questo, per permettere un giornalismo indipendente, un’informazione di qualità che vada oltre l’informazione usa e getta, è necessario un lavoro difficile e il contributo di tanti professionisti. E il lavoro in quanto tale non è mai gratis. Quindi se ci leggi, se ti piace SicilyMag, diventa un sostenitore abbonandoti o effettuando una donazione con il pulsante qui di seguito. SicilyMag, tutto quanto fa la Sicilia… migliore.