La morte “lieve” di Alcesti restituisce la vita alla scena

Recensioni L'elegante pathos della regina di Fere, incarnata da Galatea Ranzi, porta la messinscena di Cesare Lievi, seconda tragedia del 52° ciclo di rappresentazioni classiche di Siracusa, verso quel lieto fine che Euripide volle come vento di speranza dal cuore della grecità mediterranea. E quando la vita vince sulla morte, il pubblico non può che commuoversi

E’ una tragedia poco canonica quella che Euripide ha dedicato ad Alcesti. Un’opera che svela motivi da fiaba popolare, che poco si preoccupa della coerenza psicologica dei suoi protagonisti e si concentra più sull’intima commozione tragica dell’eroina: Alcesti. Euripide mise in scena la tragedia in luogo di un dramma satiresco e, questo, ne spiega i tratti narrativi che Cesare Lievi, regista della messinscena al Teatro greco di Siracusa, ha saputo coniugare con i moti delicati e al contempo rabbiosi dell’animo umano. Alcesti torna sulla skené del colle Temenite per la seconda volta, dopo l’allestimento del 1992, con la traduzione di Maria Pia Pattoni che ha saputo rendere l’eternità del messaggio euripideo con parole incisive di eco antica ma valore moderno.

Galatea Ranzi è Alcesti, foto G. L. Carnera

La scena si apre con il segno della morte. E’ un lungo, penoso, sospeso nel tempo, corteo funebre quello che invade il palco del Temenite su cui troneggia la scenografia firmata da Luigi Perego che firma anche i costumi. Le musiche sono di Marcello Panni mentre la direzione del coro dei soldati è affidata a Salvatore Sampieri. Il corteo funebre, con la sua bara e la luttuosa banda musicale, svela il tratto connotativo dell’intera opera: la sua antica modernità. Il lutto avvolge la scena e gli spettatori con un simbolico drappo nero per una morte reale: quella della regina di Fere. Alcesti è la sposa di Admeto, re della città tessala di Fere dove Apollo si trova costretto a vivere da schiavo per la punizione inflitta dal padre Zeus. Apollo vuol salvare il re dalla morte e ottiene questa grazia dalle Moire a patto che si sacrifichi per Admeto qualcuno e sarà Alcesti a farlo. A dare intensità alla sposa del re tessalo, interpretato da Danilo Nigrelli, è l’attrice Galatea Ranzi che riesce a imprimere un pathos elegante al personaggio di donna innamorata ma non sottomessa alla legge degli uomini, semmai a quella degli dei. E’ pronta a morire, con dignità e senza voler far scaturire compassione, Alcesti. Consola il marito, regala sicurezza. Parla da una reggia color sangue immaginata così da Perego. Rossi sono anche i papaveri che riempiono la scena regalandole suggestione.

Danilo Nigrelli è Admeto, foto G. L. Carnera

Le trombe annunciano l’arrivo di Eracle magnificamente interpretato da Stefano Santospago che sa regalare leggerezza e incisività all’eroe delle dodici fatiche dipingendolo come uno spavaldo, con tanto di clava, che giunge sulla scena invadendola. Sarà accolto da Admeto e sarà poi il servo (Sergio Mancinelli) a narrargli la verità sulla donna morta che Eracle vorrà salvare scendendo nell’Ade e riportandola infine nel regno dei vivi. Significativo il dialogo tra Ferete interpretato da Paolo Graziosi e Admeto sul ruolo dei sentimenti egoistici dei re.

Massimo Nicolini è Apollo, foto G. L. Carnera

Cesare Lievi si sofferma sull’immagine della sposa avvolta dal velo e regala anche la leggerezza di una festa che celebra il lieto fine di questa inusuale tragedia greca. Sul palco anche Massimo Nicolini (Apollo), Pietro Montandon (Tanàto), Ludovica Modugno (un’ancella), Mauro Marino e Sergio Basile (corifei), Nicasio Ruggero Catanese, Alessandro Aiello, Massimo Tuccitto, Lorenzo Falletti e Carlo Vitiello (coro uomini), i piccoli Tancredi Di Marco (Eumelo) e Mirea Bramante (figlia di Alcesti). Il regista ha voluto anche tutti i ragazzi dell’Accademia d’arte del dramma antico, sezione “Giusto Monaco” e gli allievi della sezione musicale del liceo musicale Corbino-Gargallo.

Paolo Graziosi è Ferete, foto G. L. Carnera

Commozione, sorrisi e lunghi applausi per questa tragedia dove la vita vince sulla morte che fa levare un vento di speranza dal cuore della grecità mediterranea.

Cesare Lievi durante le prove, foto G. L. Carnera

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