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La bestemmia di Moby Dick, giustizia di Dio e ferocia di Satana

Blog A 7 anni a Catania ho visto la Balena bianca. Annunciava il film di John Huston con Gregory Peck. «Il film è una bestemmia, mi sorprendo che nessuno protesti» disse il regista. La “bestemmia” di Huston e del suo Achab contro un crudele dio del male, generatore di mostri, restò occultata a vantaggio delle scene di caccia e del candore di Ismaele, superstite designato

La Balena bianca io l’ho vista a sette anni. A Catania, proprio così: era arenata all’incrocio fra via Etnea e la via della Collegiata. Mi ci portò mio zio e ci entrai perfino dentro, come Giona e Pinocchio: lo giuro.

Ma bisogna pure che aggiunga che era di cartapesta, quel­l’enorme balena, e che l’insolito parcheggio, nonché la visita guidata all’interno, erano una trovata pubblicitaria, credo, della casa di distribuzione: in un cinema cittadino, infatti, si proiettava in prima visione il mitico Moby Dick di John Huston, con Gregory Peck, Richard Basehart, Orson Welles.

Tra i ricordi più vivi della mia infanzia, dunque, oltre alla discesa iniziatica nelle viscere del mostro, ci sono alcune indimenticabili immagini in Technicolor: il truculento pastore Mapple di Orson Welles, che tuona anatemi a base di naufragi e mostri marini dal suo pulpito a forma di prua di baleniera; il tatuatissimo selvaggio Quiqueg che irrompe all’inizio nel letto di Ismaele, poi farà prodigi con la fiocina, infine attenderà la morte chiuso in un torvo silenzio; e naturalmente il tenebroso, invasato capitano Achab di Gregory Peck: il martellare della sua gamba-dente di balena sulle assi del ponte, la moneta piantata sull’albero maestro in premio dell’avvistamento del Nemico Primordiale, del­l’Os­sessione Bianca; infine la carcassa dell’eroe avvinta al mostro in una lotta che si consumerà nei secoli dei secoli.

John Huston: «Il film è una bestemmia e mi sorprende che nessuno protesti»

«Il film è una bestemmia e mi sorprende che nessuno protesti»: così John Huston, ma chi poteva capirlo allora? La “bestemmia” di Huston e del suo Achab contro un crudele dio del male, generatore di mostri, restava occultata, veniva anzi sopraffatta dal fascino delle sequenze di caccia, dall’in­quietante atmosfera di sospensione e d’attesa prima del­l’apo­calis­se, dal candore incontaminato del narratore destinato a sopravvivere: «Chiamatemi Ismaele».

Moby Dick primo capitolo

Ben altra forza avevano le creature e i simboli forgiati, un secolo prima, dal genio di Herman Melville, e squadrati con l’ascia dell’etica calvinista: il Male Assoluto che fende i mari e squarcia le navi, e il tormentato eroe puritano che l’insegue e lo combatte fino a identificarvisi e ad annullarvisi. Avventura epica e possente allegoria, la lotta senza speranza tra i reietti del Pequod e il mostruoso Leviatano è tutto, è la vita ed è la lotta con l’Angelo senza volto che ogni mortale ingaggia fino all’ultimo respiro, è la giustizia di Dio ed è la ferocia di Satana, è l’epifania del Male metafisico e sono le orrende ricorrenze del Male storico, è il Caos primigenio ed è l’Inconscio collettivo, è la sfingea Natura intravista dall’Islandese di Leopardi e trionfante, nelle pagine di Melville, nella sua ambiguità splendida e orribile, benigna e malvagia, vulnerabile e immortale.

Gregory Peck è Achab in “Moby Dick” di John Huston

Ma le metafore, si sa, col passare del tempo si deteriorano, s’impoveriscono, si banalizzano: la Bibbia diventa catechismo, l’epica cede il passo agli effetti speciali. E Moby Dick? Anche lei, poverina, si è svenduta: tant’è che l’ultima Balena Bianca avvistata ai nostri giorni (chi non ricorda l’im­­ma­gine coniata da Giam­paolo Pansa?) è stata… la Democrazia Cristiana, quel cetaceo che governò l’Italia con l’indulgente inerzia di un monaco taoista e che a ragione un tempo combattemmo con l’inutile furore d’un capitano Achab, ma che oggi (ebbene sì) ci capita talvolta di rimpiangere mentre contempliamo sgomenti il cipiglio da Mangiafuoco e le smargiassate da Pietro Gambadilegno del signor Salvini.

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