mercoledì 24 aprile 2019

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Il Gabbiano, un miracolo di semplicità e grazia

Recensioni

Allo Stabile di Catania la messa in scena diretta da Marco Sciaccaluga ha puntato sulla valorizzazione degli splendidi dialoghi


di Silvana La Porta

Un miracolo di semplicità e di grazia. Così può essere riassunta la messa in scena al Teatro Stabile di Catania de Il Gabbiano di Cechov, un capolavoro russo senza tempo, di cui ricordiamo tutti la bella e fedele riduzione televisiva di Marco Bellocchio. E verrebbe da aggiungere: in nome dell’amore.

Francesco Sferrazza Papa e Alice Arcuri

Sì perché questa pièce del Teatro Stabile di Genova, per la regia di Marco Sciaccaluga nella fedele traduzione di Danilo Macrì della prima versione del dramma, ha impressionato piacevolmente gli spettatori anche per la grazia con cui ha saputo far sentire uno dei temi più cari a Cechov: l’amore appunto, infelice sì, ma puro e soave, alla ricerca di un posto di diritto nel mare magnum dei sentimenti umani.

Lo spettacolo si è mosso tutto in questo solco semplice e crudele allo stesso tempo, con una messinscena essenziale, fedele, senza effetti speciali, assolutamente puntata sulla valorizzazione degli splendidi dialoghi dell’opera. Gli attori hanno offerto proprio una recitazione nuda, fondata sul puro potere della parola, incarnando umanamente la dimensione più tragica dell’uomo: quella del fallimento che è allo stesso tempo artistico e amoroso. L’arte e l’amore sono appunto specchio del fallimento dei protagonisti: l’adolescente Konstantin Gavrilovič Treplev, interpretato dal bravo Francesco Sferrazza Papa, che mai conoscerà davvero il successo da scrittore drammatico, Nina Michailovna Zarečnaja, anche lei attrice con grandi velleità, cui la delicata Alice Arcuri ha dato vita e voce struggenti, Macha Samraev, innamorata non corrisposta di Konstantin, che chiude il triangolo amoroso, interpretata con grande intensità da Eva Cambiale.

Alice Arcuri

Così il gioco degli amori infelici (e parallelamente quello degli artisti infelici) si ripete in tutta l’opera crudelmente: il maestro Medviedenko (un convincente Andrea Nicolini) ama Macha, che ama Konstantin, che ama Nina, che ama Trigorin, amato da Arkadina, nelle cui vesti ha brillato Elisabetta Pozzi, restituendo perfettamente una donna disincantata, cinica anche nei confronti dello stesso figlio, frivola e sfrenatamente legata al suo Boris Alekseevic Trigorin (uno Stefano Santospago di bella presenza scenica), anch’egli scrittore, protagonista di uno splendido dialogo con Nina sull’arte. Roberto Alinghieri è stato invece un delizioso Sorin con la sua smania irrefrenabile di vita e il suo lento spegnersi nella morte.

Elisabetta Pozzi e Stefano Santospago

Di grande effetto straniante la scena finale con il suicidio di Kostantin tra l’indifferenza di chi gioca a tombola e la tagliente risata della madre Arkadina, che si conferma una gelida, superficiale creatura.
Un Cechov leggero e intenso, cui hanno contribuito la scenografia essenziale e realistica di Catherine Rankl e l’icastico gioco di luci di Marco D’Andrea, questo sul palcoscenico dello Stabile catanese. Davvero, come scrisse Maximilian Gorkij, Cechov trattava gli uomini col gelo del demonio. Ma di questi algidi poveri uomini falliti, nella messinscena di Sciaccaluga, si coglie solo, lucidamente e con commozione, la loro profonda dolente umanità, umanità di leggiadri gabbiani vittime di un mondo che non li comprende.


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Pubblicato il 29 marzo 2019





Silvana La Porta

Docente di Italiano e Latino al Liceo Scientifico Leonardo di Giarre, è giornalista, opinionista e collaboratrice del quotidiano La Sicilia


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