Il mondo surreale de “La gioia” di Pippo Delbono, un’emozionante rito liberatorio

Recensioni Da un anno la panchina dove solitamente sedeva Bobò, al secolo Vincenzo Cannavacciulo, è vuota. Eppure la sua presenza riecheggia sulla scena nel ricordo di Delbono e nell’espressione serena dei compagni d’avventura. E' successo al Teatro Verga di Catania dove lo spettacolo - un magnifico pastiche letterario nel quale si rintracciano autori diversi - avrebbe dovuto replicare fino all'8 marzo

«Questo spettacolo rinasce dalla morte di Bobò». È questa la prima avvertenza che Pippo Delbono fornisce allo spettatore de “La gioia”, suo ultimo lavoro al Teatro Stabile di Catania, dove ha debuttato il 3 marzo e sarebbe dovuto rimanere in scena fino all’8 marzo, se non fosse stato per il Decreto Ministeriale anti Corona virus.

Da un anno la panchina dove solitamente sedeva Bobò, al secolo Vincenzo Cannavacciulo, è vuota. Eppure la sua presenza riecheggia sulla scena nel ricordo di Delbono, nei voice off, nell’espressione serena dei compagni d’avventura, mentre tengono in mano una torta sulla quale è stata accesa una candelina. Rinchiuso per oltre quarant’anni nel manicomio di Aversa l’uomo, sordomuto e analfabeta, era stato rapito dal regista ligure che da quel 1997 in poi, quando gli aveva fatto calcare le scene con lo spettacolo “Barboni” (premio Ubu 1997 e della critica, il successivo), lo porterà sempre con sé in giro per il mondo.

Vincenzo Cannavacciulo in “La gioia” in un’immagine di repertorio

«Questa è una gioia senza Bobò» è la seconda riflessione. Questa volta, però, l’annuncio è meno doloroso del primo, perché siamo entrati nel meccanismo della narrazione. Delbono, fra gli artisti meno convenzionali del nostro teatro, ha sempre raccontato con i suoi attori, posti ai margini della società, storie di vita vera: l’AIDS, l’intolleranza, gli immigrati, i morti sul lavoro.
Lo spettacolo “La gioia” nasce però da un malessere personale, da quei “buchi neri che ha nel cervello” e che gli hanno tolto qualsiasi slancio di vitalità. «Ora sono io fuori di testa», dice con voce profonda e pacata, consapevole del suo disagio. Così, i suoi incubi sembrano prendere vita sul palcoscenico, comparendo fra le luci stroboscopiche che rischiarano tutta la sala.

Dallo spettacolo “La gioia”

Freak dai lunghi abiti, con i visi coperti di cerone che fluttuano sulla scena e in platea. Bisogna che superi il dolore per la perdita che l’ha letteralmente ingabbiato fra sbarre di ferro, privandolo della voce alla quale dà consistenza una traccia registrata, per intraprendere il cammino verso la felicità. Qualche anno fa Paolo Virzì aveva affrontato il delicato tema della follia nella pellicola “La pazza gioia”, raccontandola attraverso l’amicizia fra due donne, Beatrice e Donatella, finite per motivi diversi nella stessa clinica psichiatrica. In entrambi i casi ad alleggerire un tema così delicato è l’ironia, la risata.Come non pensare, allora, all’esibizione in playback di “Maledetta primavera” con Gianluca Ballarè strizzato nell’abito blu elettrico e la parrucca cotonata in testa.

Per poterla superare, la sofferenza va attraversata – come fa con la perdita della madre, della quale promette di non parlare più, e dell’amico al quale rende omaggio abbondantemente – accompagnandoci con la parola letta, pronunciata al microfono o registrata, nella sua e in quella degli altri. Nel lutto di Ilaria (Distante), che ha perso il compagno dopo un incidente, nella sofferenza di Nelson (Lariccia), costretto a prendere molte medicine dopo esser stato tolto dalla strada, o in quella di Pepe (Robledo) fuggito dall’argentina.

Pippo Delbono in “La Gioia”

In scena con loro ci sono anche Dolly Albertin, Margherita Clemente, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Gianni Parenti e Grazia Spinelli con le loro storie, ma anche con tanta allegria e sorrisi, in un tripudio di tulle e stoffe. A tal proposito i costumi di Elena Giampaoli sono uno splendido esempio di sartorialità e riciclo, dove l’imbuto del grammofono diventa un magnifico cappello per l’uomo di latta, armonizzandosi sempre con equilibrio e gusto. Se per la psicanalisi la scrittura è una delle terapie per curare i traumi, Delbono invece attinge alla parola arricchita di poesia, quasi ipnotica, per liberarsi dalla depressione, attraversandola nella ciclicità degli eventi perché è la vita a insegnarci che dopo l’inverno arriva sempre la rifioritura. E, infatti, in questo lavoro costruito su input Pepe, cosparge il palcoscenico con tante foglie secche su cui adagerà successivamente fiori su fiori, una primavera botticelliana realizzata da Thierry Boutemy in bianco, rosa e lilla che si arrampica fino al cielo.

La scena si apre su un piccolo giardino costruito da vasi che compaiono fra luce e buio, aumentando di numero, mentre vengono sapientemente annaffiati da Nelson. È poi un tripudio di barchette di carta, tutte magnificamente illuminate mentre le assi del palcoscenico diventano magicamente acqua grazie alle luci di Orlando Bolognesi, che riesce a ricreare un magnifico mondo variopinto e angosciante, come avviene con la lampada oscillante che rischiara alcuni punti della scena lasciando al buio l’uomo accovacciato in un angolo.

Il mondo immaginifico e surreale di “La gioia” – ph Luca Del Pia

La performance, orchestrata da un Delbono che con disinvoltura parla seduto in platea o muove le mani con delicatezza sulla scena, è anche un magnifico pastiche letterario, nel quale si rintracciano autori diversi, dal pirandelliano “Enrico IV” agli insegnamenti del Buddha, dalla “Preghiera del clown” di Totò all’opera della poetessa ungherese Hanna Szenes vittima della furia nazista. E ancora “La preghiera laica” di Erri De Luca recitata mentre Pepe dissemina sulla scena tanti, tantissimi vestiti da ricordare la famosa opera di Pistoletto, un omaggio in questo caso ai tanti morti in mare.

Anche la musica mette insieme stili e generi diversi sorretti da note inedite scritte da Delbono, Antoine Bataille e Nicola Toscano. Dov’è la gioia? La domanda troverà risposta, perché c’è un tempo per ogni cosa: per la tristezza, per il dolore, per la paura, per la felicità, ma soprattutto per l’accettazione di se stessi.

Come espressamente richiesto al pubblico, abbiamo dimenticato la logica per un’ora e venti, per entrare in un mondo surreale che ha alzato solo per noi il fondale, mostrandosi nel suo intimo. Abbiamo partecipato a un rito liberatorio che ha fatto emozionare e lasciato con il cuore pieno di felicità. Ci auguriamo solo che si possano recuperare le recite perse, perché tutti a questo mondo meritano un po’ di gioia.

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