Francesco Pira: «Pianto e canto sui balconi per dire che siamo il Paese della solidarietà»

Società Contro lo spettro Coronavirus, balconi e finestre, adibiti a palcoscenico, restano lo spiraglio verso il mondo esterno mentre dai palazzi si moltiplicano gli arcobaleni con l’auspicio “andrà tutto bene”. Francesco Pira, professore di comunicazione e giornalismo dell’Università di Messina: «La contingenza virale che affligge ci induce a un sentimento patriottico perché “l’Europa dei popoli” ha disatteso le aspettative»

Balconi e finestre, unico spiraglio verso il mondo esterno, sono adibiti a palcoscenico per concerti e dj set, nonostante i morti sfilino in solitudine e senza un saluto. Un Paese ferito, sanguinante che continua a cantare. E ancora, sulle note dai palazzi si moltiplicano dal Nord al Sud del Paese gli arcobaleni con l’auspicio “andrà tutto bene”. Un incoraggiamento rivolto a se stessi, ai pochi (e giustificati) passanti e ai dirimpettai. Una pacca sulla spalla, l’abbraccio di solidarietà che per adesso non è possibile scambiarci. 

È in questo momento di grande sacrificio che il tricolore sembra tornare di moda, in un Paese abituato a rispolverare l’inno nazionale più in occasione dei mondiali di calcio che per reale senso di attaccamento. Adesso dopo i post-it occasionali, gli striscioni, gli hashtag e i flashmob, è il simbolo a riacquistare forza e significato. Confinato in casa dal Coronavirus, il Paese si riconosce in un’unica zona rossa e si stringe attorno alla bandiera, anch’essa esposta alle ringhiere. 

Il pianto e il canto, il dolore e la resistenza a tutti i costi. Un fenomeno interessante sul piano sociologico e sul quale riflettere con la consulenza di Francesco Pira, una delle eccellenze siciliane nell’ambito della sociologia, professore di comunicazione e giornalismo dell’Università di Messina e uno dei massimi analisti italiani del fenomeno Fake News. Per capire, per capirci. 

Francesco Pira

L’Italia in un momento così drammatico si aggrappa al tricolore e si dà appuntamento per cantare l’inno a frequenze radio sincronizzate. Eppure, non siamo così avvezzi all’esposizione della bandiera nazionale, se ci paragoniamo ad altri Paesi come gli Stati Uniti o la Francia. Quale Italia stiamo vivendo?
«Ritengo che esistano diverse “Italie”. Se analizziamo a livello culturale e sociologico il nostro Paese, ci renderemo conto che più che dell’unità nazionale è il Paese dei municipalismi: il Nord continuerà a proclamarsi locomotiva economica, il Sud avanzerà sempre da un lato la rivendicazione della propria autonomia e dall’altro il disappunto per la scarsa considerazione ricevuta dallo Stato. Anche il modo di vivere la bandiera è in qualche modo influenzato dal pregresso storico. Per esempio, Roma o Reggio Emilia, dove il tricolore è nato, il legame con il simbolo nazionale è più sentito anche se, ammettiamolo pure, il nostro è un Paese che fatica a riconoscersi nelle istituzioni. Nello specifico, la contingenza virale che ci sta affliggendo ci induce a reagire con un sentimento patriottico perché l’Europa, che si prefiggeva di essere “l’Europa dei popoli”, ha disatteso le nostre aspettative. Esiste quindi di certo un problema di identità di fondo, come italiani e come europei».

“Andrà tutto bene”, striscione a Catanissetta

Il rifiorire del sentimento italiano che riscontriamo sui social e dai balconi è quindi un’affermazione più che una consolazione?
«
Sì, è una reazione emotiva contro chi non ci ha creduto, chi ha sottovalutato, chi ha pensato che il problema potesse essere solo italiano e adesso applica misure simili a distanza di poche settimane riferendosi al modello. È la reazione dell’orgoglio ferito, dello stereotipo ribaltato. Gli italiani sentono la necessità di rivendicare l’appartenenza ad un Paese di grande solidarietà, cuore e personalità che ha dato al mondo uomini e donne illustri. Questa è una partita che stiamo ancora giocando con molto sacrificio, ma stiamo dimostrando di avere capacità di reazione, una sanità instancabile e coraggiosa di fronte alle difficoltà insormontabili, flessibilità nel continuare a lavorare e studiare ricalcolando in chiave digitale tutte le nostre attività in pochi giorni. Il segnale che questa Italia lancia non ha nulla a che vedere con mafia, pizza e mandolino». 

Ci confermiamo contraddittori e ambivalenti al tempo stesso o riusciamo ad identificarci in un comportamento condiviso?
«Il comportamento degli italiani non è equilibrato per indole. Dal piagnisteo all’arroganza la logica del bianco-rosso-verde dovrebbe attestarsi su una sintesi costante, che risiede nelle nostre competenze, nei contenuti e soprattutto nei valori». 

Uno striscione “Andrà tutto bene” su una chiesa di Ortigia a Siracusa

L’Italia apprende e insegna. Al di là dei sentimenti, qual è la lezione più pragmatica che ne trarremo?
«
Di certo l’importanza della ricerca scientifica, che non deve mai essere relegata a elemento opzionale. Inoltre, l’educazione civica che contribuisce a forgiare i nostri meccanismi di apprendimento. 

I telegiornali alternano le informazioni sull’emergenza sanitaria, ai decreti annunciati in conferenza stampa e agli ancor più tristi battibecchi della politica. Qual è l’effetto di quest’ultimo tipo di comunicazione sul sentimento nazionale?
«
Nei primi due casi parliamo di informazione. La politica delle litigate e della contestazione in questo momento è debilitante, disgregante e fuori luogo. Questo è il momento di stringersi, collaborare e dare l’esempio».

Leggiamo e sentiamo continuamente che la pandemia è la nostra guerra. Non trova che questo paragone sia abusato?
«
Trovo che paragonare la pandemia alla guerra sia poco rispettoso nei confronti delle vittime che entrambe hanno causato. La pandemia e la guerra hanno in comune i morti e la sofferenza, ma sono due tragedie diverse. Al centro di ogni dramma di tali proporzioni vi è l’uomo. Per questo motivo l’ossessione per i bollettini e i numeri, anziché gli esseri umani, è eticamente inaccettabile».  

I paladini contro il Coronavirus, lo striscione “Andrà tutto bene” all’Alfeo, teatro dei pupari Vaccaro-Mauceri di Siracusa

Sui social, sulle chat di whatsapp proliferano audio di dubbia provenienza e informazioni poco attendibili. Le bufale non arretrano neanche davanti al dolore, perché?
«
Perché il nostro sistema di comunicazione ha un problema serio con il quale è necessario fare i conti. Le fake news attaccano soprattutto economia, politica e scienza e ben l’82% degli utenti è incapace di distinguere una notizia falsa da una vera. È una percentuale allarmante che fa riflettere anche sull’autorevolezza dei comunicatori». 

Un’ultima domanda.  Ammende, denunce a piede libero, hashtag, video-appelli dei politici e degli influencer per convincere i siciliani a rimanere a casa. Come si stanno comportando i siciliani in risposta a questa massiccia comunicazione?
«Se il sindaco di Delia Gianfilippo Bancheri ha bisogno di rivolgersi ai suoi concittadini con un video divenuto altrettanto virale, se il governatore Musumeci è costretto a ribadire anche in siciliano che è necessario rimanere a casa e inasprire le misure ancora, devo riscontrare che i siciliani di oggi non sono affatto diversi da quelli descritti da Sciascia e Pirandello. Contraddittori e sempre con una chiave di lettura per ogni cosa. Possiamo sicuramente fare ancora meglio per la nostra stessa tutela e dei nostri cari». 

Chi è Francesco Pira

Sociologo, Pira è professore di comunicazione e giornalismo al Dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina, dove è coordinatore didattico del master in Social Media Manager. Dal Rettore dell’Università di Messina, professor Salvatore Cuzzocrea, è stato di recente nominato, delegato alla Comunicazione dell’Ateneo peloritano.  È visiting professor all’Università Re Juan Carlos di Madrid in Spagna e docente Erasmus all’Università di Wroclaw in  Polonia. E’ revisore dell’importante rivista scientifica internazionale del Ministero della Giustizia della Repubblica di Polonia “Probacja”. Svolge attività di ricerca nell’ambito della sociologia dei processi culturali e comunicativi. Ha intrapreso una battaglia personale con il bullismo, il cyberbullismo, il sexting, le fake news e la violenza sulle donne. Sulle questi temi ha svolto ricerche e tenuto seminari in Italia e all’Estero per studenti, docenti e genitori.

Il quotidiano Avvenire l’ha definito uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno fake news. Proprio sul proliferare delle fake news ha promosso un gruppo di ricerca a livello europeo lanciando la proposta al Congresso internazionale della FES, la Federazione Spagnola di Sociologia. E’ componente del comitato promotore e componente del comitato scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla comunicazione digitale di PA Social e Istituto Piepoli ed è vice presidente con delega alla comunicazione dell’Osservatorio Professioni e Imprese 4.0 di Confassociazioni. Saggista e giornalista è autore di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche. Nel giugno 2008 per l’attività di ricerca e saggistica è stato insignito dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.  Lo scorso 8 novembre per l’attività di ricerca ha ricevuto il prestigioso Premio internazionale Anassilaos.

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