Fabrizio Pulvirenti: «Il Coronavirus conferma che la sanità pubblica deve tornare allo Stato»

Sugnu Sicilianu Parla il medico-infettivologo catanese che nel 2014, in prima linea in Africa con Emergency, si ammalò di Ebola per poi guarirne: «Le misure adottate dal governo per il Covid-19 sembrano adeguate a gestire la situazione. Un Paese che si dice "unito" non può avere 21 diversi sistemi sanitari. In Italia troppi gli ospedali piccoli, dannosi oltre che inutili. L’ospedale deve essere un centro dove trovare tutte le risposte alle richieste di salute»

«Le misure adottate dal governo sembrano adeguate a gestire la situazione. Certo, bisogna fare affidamento sul buonsenso degli italiani cui sono richiesti due sforzi: seguire le indicazioni delle autorità competenti e non lasciarsi prendere dal panico». Così inizia ad articolare il suo pensiero sulle decisioni del governo nazionale in tema di Coronavirus, Fabrizio Pulvirenti, dirigente medico all’Asp di Enna. Il catanese Pulvirenti è il famoso medico-infettivologo che è sopravvissuto all’Ebola, ed è anche uno scrittore, saggista, molto attento al sociale. Contrasse l’Ebola in Sierra Leone  durante una missione umanitaria con Emergency. Nell’ampio dialogo con SicilyMag affronta una pluralità di tematiche ed entra nel merito delle questioni con rigore e notevole capacità divulgativa.

Fabrizio Pulvirenti, medico-infettivologo catanese

Riprendendo il commento iniziale aggiunge: «Il centro per il controllo e la prevenzione delle malattie cinesi (China CDC) ha recentemente pubblicato la più ampia casistica di CoViD-19 e, da quanto riportato nell’analisi, apprendiamo che la grande maggioranza dei casi si colloca tra i 30 e i 79 anni con un tasso di letalità complessivo del 2,3% – secondo i dati cinesi 1.203 morti su 44.672 casi confermati -. La letalità – ovvero numero di decessi su numero di contagiati – sale però all’8% nella fascia di età tra i 70 e 79 anni e sfiora il 15% nei pazienti grandi anziani con oltre 80 anni di età. È necessario, però, fare uno sforzo di comprensione giacché i dati fotografano ciò che è stato cercato. In altre parole, il numero dei contagiati potrebbe essere decisamente superiore e molti di loro non sono stati sottoposti a ricerca dell’RNA virale in quanto non sintomatici o mancanti del link epidemiologico; in queste condizioni, aumentando ipoteticamente il denominatore della frazione, il tasso potrebbe ridursi ampiamente. È naturale che solo alla fine dell’epidemia potremo avere maggiori certezze».

Perché in Lombardia ed in altre aree del Nord la situazione è così drammatica?
«È verosimile che la Lombardia e le altre aree del Nord siano state raggiunte in un momento assolutamente precoce del dilagare del contagio, ragion per cui il virus ha potuto circolare liberamente e facilmente raggiungendo un maggior numero di soggetti. Le misure restrittive adottate dal Governo sono infatti state emanate dopo circa tre settimane dai primissimi casi; probabilmente oggi quelle aree, con il decreto del Presidente del Consiglio in vigore, conterebbero un minor numero di soggetti contagiati. Ma, ovviamente, rimaniamo nel campo astratto delle ipotesi».

Il fatto che molti meridionali si siano spostati dal Nord al Sud del Paese genera un forte allarme. Solo in Sicilia sono diverse decine di migliaia quelli che si sono registrati ufficialmente come previsto dalle normative. Cosa può accadere?
«Può accadere di tutto o anche niente. Dipende dal senso civico che dimostreranno coloro che hanno fatto questa scelta nel limitare – anzi evitare del tutto! – i contatti con familiari e amici. In linea di massima non è stata una decisione brillante quella di rientrare perché questa pausa forzata cui è sottoposto il Paese non è una vacanza: si tratta di una misura restrittiva per il bene comune che – almeno in linea teorica – dovrebbe essere prevalente su quello individuale».

 

La risposta della Sicilia è efficace?
«La Sicilia è una grande regione, sia in senso di bellezza e di storia, sia in senso di estensione territoriale. Il Governo regionale ha, in una prima stesura delle linee di gestione, individuato due centri di riferimento corrispondenti alle maggiori città dell’isola: Catania e Palermo. Sappiamo che la gestione della malattia da SARS-CoV2 inizia con la corretta e soprattutto rapidissima diagnosi di laboratorio; probabilmente dotare ogni provincia di un proprio laboratorio di virologia, magari con la validazione e la supervisione dei centri di riferimento, avrebbe potuto essere una scelta più ragionevole. I centri siciliani di malattie infettive e di terapia intensiva al momento sono attrezzati e compatibili con la gestione. Ovviamente con l’eccezione della provincia di Agrigento che, come sappiamo, non ha mai attivato, in oltre trent’anni, l’Unità Operativa di Malattie Infettive: la gestione delle malattie altamente diffusibili richiede competenze specialistiche che non possono essere lasciate all’improvvisazione e alla buona volontà».

Medici in prima linea contro il Coronavirus

Lei ha sconfitto l’Ebola, un virus molto più letale del Coronavirus. Era in missione umanitaria in Sierra Leone quando contrasse il virus, poi fu curato in Italia allo Spallanzani di Roma. Pur essendo l’Ebola ed il Coronavirus notevolmente diversi, vi sono casi in cui è stato utilizzato lo stesso farmaco antivirale per la lotta al Coronavirus. Perché?
«I farmaci antivirali hanno tutti una cosa in comune: nessuno di essi è in grado di “uccidere” i virus in quanto essi sono parassiti endocellulari obbligati, ovvero sfruttano le risorse delle cellule che infettano per potersi replicare; tutti i farmaci antivirali si inseriscono, pertanto, in un qualche punto dell’attività di replicazione dei virus ostacolandone la riproduzione. Cerco di renderla semplice. Tutti i virus a Rna (quali Sars-CoV2, Ebola, Hiv…) hanno necessità di “stampare” una copia del proprio Rna trasformandolo in Dna – che è compatibile con i meccanismi di replicazione delle cellule degli organismi superiori – e lo fanno attraverso una attività enzimatica globalmente conosciuta come trascrizione inversa, da Rna a Dna mentre, normalmente, la trascrizione negli organismi superiori è da Dna a Rna. Molti farmaci antivirali inseriscono un elemento “difettoso” nella catena nucleotidica – il Remdesevir è un analogo nucleotidico – che determina l’interruzione prematura del processo di trascrizione con il risultato di avere un Rna virale non funzionante. Altri farmaci, ad esempio il Lopinavir o il Darunavir, recentemente introdotti nella terapia della CoViD19, sono “inibitori delle proteasi”, ovvero inibiscono l’attività enzimatica di “taglio” della lunga catena nata dalla replicazione avvenuta a spese del metabolismo della cellula ospite nei vari ‘frammenti’ utili al virus: la catena di Rna non tagliata non è funzionante e il virus non riesce a assemblare i vari pezzi. Sono nozioni molto complesse da comprendere…».

Pulvirenti durante la presentazione del docufilm “The e-bola lesson”, ispirato alla sua vicenda

Vi sono polemiche fra virologi, epidemiologi, sulla effettiva pericolosità del Coronavirus. Vi è una contrapposizione a volte inconciliabile. Lei nelle sue dichiarazioni si caratterizza sempre per la razionalità equilibrata, come si può definire la questione?
«Le polemiche dovrebbero essere messe da parte in un momento di emergenza. Tuttavia, è vero, la comunità scientifica è divisa tra chi ha banalizzato Sars-CoV2 e chi ne ha enfatizzato gli effetti apocalittici. Sono convinto che, come sempre, la verità stia in mezzo: si tratta di un virus a diffusione aerea, pertanto molto contagioso, che – tuttavia – ha effetti patogeni verosimilmente contenuti. Sappiamo, infatti, che le persone a rischio di malattia complicata sono quelle piuttosto avanti con l’età soprattutto se affetti da altre malattie; più o meno come l’influenza che, di fatto, aggrava condizioni cliniche preesistenti conducendo talvolta al decesso le persone debilitate. Sars-CoV2 più o meno fa la stessa cosa; ecco perché moltissimi nella comunità scientifica sostengono che si muore “con” il Coronavirus e non “per” il Coronavirus».

Lei vive la sua professione di medico come una vera missione etica. Come nacque questa sua scelta? E quali sono state le tappe principali della sua carriera professionale?
«Non è facile collegare le scelte che, a cascata, poi sono in grado di determinare decisioni. Se dovessi proprio dire in quale momento ho scelto di fare il medico direi che è stato nel momento in cui, studente di scuola media, iniziai a guardare la tavola periodica degli elementi – chimici -: allora compresi, o credo di avere compreso, che al mondo ogni cosa ha un suo posto preciso e ogni cosa ha precisi ruoli. Poi, più grande, nell’andare a scuola, osservavo i medici davanti al Pronto Soccorso dell’ospedale Garibaldi di Catania e sognavo di fare parte un giorno di quel mondo. Da universitario, infine, ho fatto la mia prima conoscenza con il mondo delle infezioni durante la preparazione dell’esame di microbiologia e fu amore a prima vista”.

Lei è stato in missione con Emergency. Come è nata la collaborazione con Gino Strada?
«Quasi per caso. Da molti anni dopo essere diventato specialista in Malattie Infettive nutrivo il desiderio di portare le mie poche competenze nei paesi a risorse limitate. Tra le varie organizzazioni non governative, Emergency si distingue perché si sforza di portare in quelle aree dimenticate dal ricco Occidente una sanità di livello, una sanità che non sia da Terzo mondo. Un ospedale, ha detto Gino, deve essere un luogo dove ognuno di noi saremmo disposti a fare curare i nostri cari. In altre parole non si va in Africa per fare esercitare giovani professionisti, come purtroppo qualcuno ha in passato sostenuto: si va in Africa per portare a quelle popolazioni un livello di eccellenza di professionalità».

Fabrizio Pulvirenti con Emergency al servizio del popolo kurdo

Qual è il ricordo più bello delle sue missioni? E quanto è importante la funzione di Emergency nel mondo?
«Ricordo in Sierra Leone, in piena epidemia Ebola, una madre alla quale abbiamo dato la notizia del decesso della propria bambina; ella, tra le lacrime, ci ha ringraziato per lo sforzo fatto per cercare di salvarla. Com’è distante – pensai allora – questa gente dai nostri concittadini che troppo spesso hanno visto nei medici dei “nemici”. Emergency, come le altre ong, ha svolto e svolge un ruolo indispensabile, determinante nei Paesi a risorse limitate dove molto spesso le cure sono erogate soltanto a chi è in grado di poterle pagare».

Adesso è in prima linea in Sicilia come dirigente medico dell’Asp di Enna. Ha pensato di tornare in missione con Emergency?
«Naturalmente. Il desiderio di tornare a “essere utile” non mi ha mai lasciato. Magari ripartirò…».

Nel suo libro, La mia battaglia contro Ebola, lei ha raccontato la sua battaglia contro il virus. Qual è stata la sua prima reazione quando le dissero che aveva contratto l’Ebola?
«Sono momenti piuttosto difficili da raccontare ed emozioni che non è facile trasferire a chi legge. Il senso di morte imminente – ne avevo purtroppo visti tanti – è ciò che ha dominato ogni altra sensazione. Allora, consapevole del rischio di morire, ho scelto di rientrare in Italia per non aggravare i miei familiari del peso del rimpatrio di una salma».

Sierra Leone, Gino Strada saluta Pulvirenti colpito da Ebola in partenza per l’Italia

Dalla Sierra Leone in Italia. E poi le fasi più drammatiche della sua lotta per la vita allo Spallanzani di Roma. Può raccontarci alcuni dei momenti cruciali di questa battaglia?
«Ricordo molto bene il momento dell’arrivo in Italia con il volo dell’Aeronautica Militare. Ero chiuso nella barella di alto biocontenimento e, da dentro l’ambulanza, sentivo una miriade di sirene che mi accompagnavano. All’ingresso allo Spallanzani, sempre dentro quella barella di plastica trasparente, potevo vedere tanti pazienti ricoverati affacciati dalle balaustre per guardare “il caso”. Poi ci sono stati i momenti di confronto, di condivisione con i colleghi – su tutti ricordo Nicola ed Emanuele coi quali s’è stretto il più intenso legame – e con il personale che, non di rado, durante i pomeriggi di attesa dopo la terapia intensiva, a debita distanza, mi hanno tenuto compagnia. E poi il momento della dimissione, era il 2 gennaio, quando sono entrato nella sala stampa gremita di giornalisti e telecamere».

Sierra Leone 2014, Pulvirenti in barella di alto bio contenimento parte per l’Italia

Come l’ha cambiata l’esperienza della battaglia contro l’Ebola?
«Non mi ha cambiato. Continuo a fare il medico con la stessa passione e lo stesso amore di sempre. Semmai ha aggiunto delle competenze nella gestione delle malattie altamente contagiose».

Lei ha anche scritto un testo su La crisi del sistema sanitario nazionale, edito da Algra Editore. Può sintetizzare ai lettori il senso di questo libro?
«Quel libro nasce dalla esigenza di intervenire per cercare di migliorare il Servizio Sanitario Nazionale. Ci sono troppe insopportabili differenze nell’offerta sanitaria tra il Nord e il Sud dell’Italia per una miriade di ragioni, non ultima la cattiva gestione dei finanziamenti che, è bene ricordarlo, dal 2001, a seguito della riforma del Titolo 5º della Costituzione, è appannaggio delle Regioni. L’Italia ha bisogno di un Servizio omogeneo, di una direttrice unica per la gestione sanitaria ed è intollerabile che in un Paese che pretende di dirsi “unito” si abbiano 21 diversi sistemi sanitari!».

Come va migliorato il sistema sanitario italiano? Ed in particolare quello siciliano?
«Il primissimo passo dovrebbe essere quello di togliere le competenze alle Regioni e riportarla nelle mani del Ministero; poi rivedere il tessuto degli ospedali e della medicina di base. Il servizio sanitario nazionale conta un elevatissimo numero di medici che, però, sono mal distribuiti. Nel nostro Paese, e – purtroppo – ancor più in Sicilia, sono mantenute troppe piccole strutture ospedaliere che sono dannose oltre che inutili. L’ospedale dovrebbe essere un centro dove possano essere trovate tutte le risposte alle richieste di salute dei cittadini. Non di rado i piccoli ospedali, per gestire le emergenze, devono attivare lente e costose procedure di trasferimento del paziente critico verso gli ospedali più grandi. Ora, senza nulla togliere alla professionalità dei singoli colleghi, un buon inizio di riordino sarebbe la chiusura dei Pronto Soccorso periferici trasformando le strutture ospedaliere che attorno a questi insistono, in ospedali a bassa intensità di cure ponendo, al posto dei Pronto Soccorso, le Ambulanze medicalizzate in grado di stabilizzare il paziente critico fino all’arrivo nelle aree di emergenza adeguate. Poi ci sarebbe il grosso capitolo della sanità privata convenzionata…».

Quali consigli si sente di dare all’opinione pubblica in questo frangente delicato di notevole preoccupazione per il Coronavirus?
«Fidatevi delle istituzioni. I medici e il personale sanitario, nonostante le difficoltà, lavorano ogni giorno al servizio della collettività».

Commenti

Post: 0

SicilyMag è un web magazine che nel suo sottotestata “tutto quanto fa Sicilia” racchiude la sua mission: racconta quell’Isola che nella sua capacità di “fare”, realizzare qualcosa, ha il suo biglietto da visita. SicilyMag ha nell’approfondimento un suo punto di forza, fonde la velocità del quotidiano e la voglia di conoscenza del magazine che, seppur in versione digitale, vuole farsi leggere e non solo consultare.

Per fare questo, per permettere un giornalismo indipendente, un’informazione di qualità che vada oltre l’informazione usa e getta, è necessario un lavoro difficile e il contributo di tanti professionisti. E il lavoro in quanto tale non è mai gratis. Quindi se ci leggi, se ti piace SicilyMag, diventa un sostenitore abbonandoti o effettuando una donazione con il pulsante qui di seguito. SicilyMag, tutto quanto fa la Sicilia… migliore.