Enzo Indaco: «Le mie opere nascono dal rapporto fisico e metafisico con l’Etna»

Arte Nella nuova mostra di Enzo Indaco "Nel ventre dell’Etna alla ricerca delle anime purificate", in esposizione alla galleria d'arte moderna di Paternò fino a tutto gennaio, vi è l'essenza del suo rapporto col Vulcano ma anche la sua filosofia artistica. I dipinti di Indaco sono pura esplosione di colori, affascinante è in particolar modo il contrasto fra il rosso del magma e la pietra vulcanica: «L'arte racchiude una visione del mondo, nei miei dipinti vi è la mia dimensione esistenziale».

Nella nuova mostra di Enzo Indaco vi è l’essenza del suo rapporto con l’Etna ma anche la sua filosofia artistica. Vi è l’interazione con il mondo etneo come luogo di ispirazione primigenia e nel contempo vi è il suo lavoro di meditazione razionale, di studio, di approfondimento. Nelle opere che compongono la mostra dal titolo evocativo ed efficace Nel ventre dell’Etna alla ricerca delle anime purificate, vi è l’elaborazione della visione metafisica di Indaco. L’autore ha portato a compimento un lavoro di fenomenologia artistico-filosofica e la esprime in un gioco di interazione fra visibile ed invisibile. Ed afferma: «Le nostre esistenze terrene sono in continuo rapporto con l’invisibile, noi siamo fatti di energia come l’intero cosmo. Il visibile e l’invisibile sono intimamente legati, non vi è una barriera, potremmo dire che sono ontologicamente connessi». 

Il pittore paternese Enzo Indaco

Indaco anche se si rifa esplicitamente al dualismo platonico in realtà nella sua concezione filosofico-artistica è andato oltre la contrapposizione spirito-materia, poiché è l’energia ad essere nel contempo fisica e metafisica, corpo ed essenza. E la luce diviene l’elemento chiave per la rappresentazione pittorica dell’energia, le anime intese da lui in senso laico sono rappresentate da “punti” luminosi. Indaco, artista affermato a livello nazionale e stimato anche all’estero, ha voluto che i 14 dipinti della sua mostra avessero come prima tappa del percorso: Paternò

Nonostante avesse la possibilità «di inaugurarla in altri luoghi d’Italia e d’Europa» ha avuto grande piacere che fosse realizzata nella sua città natia. E’ a Paternò, città ai piedi del vulcano, che è nato il rapporto esistenziale e multidisciplinare di Indaco con l’Etna. Vi è un legame inscindibile con la sua terra natìa, talmente forte che ha anticipato di voler donare tutte le sue opere d’arte al comune di Paternò. Il dialogo è in fieri… Tornando specificatamente alla sua nuova mostra, è visitabile fino a tutto gennaio prossimo nella Galleria d’Arte Moderna di Paternò, in via Roma. E si tratta di un suggestivo viaggio fra arte, natura e cultura. Indaco conosce molto bene il vulcano, lo ha studiato in maniera multidisciplinare ma soprattutto lo ha “vissuto” e lo “vive”. Nel corso di molti lustri lo ha visitato in ogni suo angolo. E’ salito sino ai crateri, e dalle sommità vi ha guardato dentro. 

Enzo Indaco “Le anime della nave nera”

Indaco ricorda: «Vi ho guardato dentro, quando non vi era attività eruttiva vi ho messo dentro i piedi. Mi sono immerso spiritualmente ed esistenzialmente nel cuore del Etna, nel suo ventre. Le mie opere nascono dal rapporto fisico e metafisico con il vulcano. Si parte dal dato realistico e vi è poi una transcodificazione artistica, io vado oltre lasciando libero spazio alla fantasia, all’immaginazione creativa». 

In realtà potremmo dire però che Indaco compie una operazione fenomenologica alla Husserl, grande filosofo che ha inciso profondamente nel pensiero del Novecento esercitando una influenza anche sul mondo artistico. Parte dal dato come si presenta alla coscienza, è un dato che esiste nella percezione. La dimensione creativa di Indaco nasce da una forma di esperienza fenomenologica e viene rielaborata in maniera originale. 

Enzo Indaco “Cieli di pietra”

Lo studioso e critico d’arte Giuseppe Frazzetto nell’introduzione al catalogo della mostra coglie l’essenza filosofico-culturale del rapporto fra Indaco e l’Etna. Ecco un passaggio del suo scritto: “Quindi, a un certo momento Enzo Indaco ha incontrato l’Etna. Ma come, l’Etna? Il suo aspetto, la sua magnificenza, quanto nella tradizione spesso venne chiamato la gloria dell’Etna? Senza dubbio. Del resto l’implicazione quasi mai ricordata di quel vocabolo, gloria, ci porta subito in territorio apocalittico. Apocalisse, cioè svelamento – altri direbbero ἀλήθεια. Incontrando l’Etna, Indaco si è incontrato. (…) Per una fase non breve l’Etna (la sua gloria) funzionò quasi come la madeleine di Proust: un portale, un’eterotopia autoriferita. La visualizzazione dello spazio percorribile (decenni fa anche in una dimensione di percorso e di processualità, fra Earth Art e performance) svelava alcuni aspetti dell’attitudine esperienziale, del transito Io/non-Io/Io, in quanto lo spazio-ambiente si mostrava come occasione di ricerche sinestetiche e multisensoriali”.
Frazzetto aggiunge: “Gli interventi estetici sull’ambiente implicano l’intenzione di riformularne la dimensione percettiva, eppure contengono un che di inesprimibile e irriducibile. La mentalizzazione, il far-limite si misura con un che di illimitato e immisurabile.
Péras ed apeiron. Nel Settecento tale opposizione non risolvibile cercò nell’antico sapere dello hypsous il punto di partenza per una nuova trattazione, quella che noi siamo abituati a definire il sublime. E col sublime siamo appunto in una zona limite/illimite, terrain vague fra pensiero e percezione, fra esaltazione e sgomento”.

Enzo Indaco “Mare lavico”

Frazzetto spiega: “Che l’Etna abbia avuto ed abbia tutt’ora un enorme potenziale mitogenetico è a tutti noto. Indaco ha interpretato per anni i suoi dipinti come esiti di operazioni visuali condotte in corto circuito con mitologemi ‘vulcanici’. Eppure non si trattava di occasioni per distorcere e alterare il dato del visibile, sia pure per restituirlo a una maggiore densità di senso: il paesaggio etneo si trasfigurava rimanendo simile a sé, in una pittura dai toni sfumati, abbassati, che avvolgevano la visione in una sorta di nebbia emozionale. Ma Indaco evidentemente voleva andare ancora più in profondità. Qualcuno direbbe che l’incontro con l’Etna l’aveva condotto in prossimità del sospetto del Reale. Ed ecco, ha realizzato un ciclo compatto (quattordici oli su tela, tutti di cm 120 x 100), che già dal titolo complessivo fa segno inequivocabilmente a un oltre dell’immagine: Nel ventre dell’Etna alla ricerca delle anime purificate. È un percorso di auto-comprensione”.

Enzo Indaco “Il fuoco di Monte Erice”

Maria Teresa Papale si sofferma nel suo intervento su Indaco ed i simbolismi dell’Etna: “E, così, è nell’utero della Madre ‘Muntagna’, potente simbolo vivente e reale della vita stessa, che Indaco ri-entra. Là, nelle profondità delle viscere della terra a forma di triangolo che nell’evoluzione milionaria gli si è stretta intorno, in quella camera magmatica dalla natura orrida ed al contempo verginale di questo essere di pietra e di fuoco, sorta di drago di pietra incandescente sorto dalle acque marine mezzo milione di anni fa, non vi è più posto per il fabbro Efesto o il gigante Tifeo, per Encelado o il ciclope guercio Polifemo. Via tutti: Dei & Giganti, Miti & Leggende. Là, tra il nero endometrio di pareti di roccia ed il rosso liquido amniotico di magma vischioso, ora è il regno dello Spirito, rifugio, santuario ed incubatrice di misteriose Entità che volteggiano leggere, rivestite solo di un’abbagliante luce che fende l’oscurità. Anime in attesa di trovare un corpo umano in cui incarnarsi? Anime che hanno già fatto l’esperienza di vita su Terra ed aspettano di proseguire in altre dimensioni più alte e sottili il loro percorso di evoluzione spirituale? Il processo di purificazione è in corso: i ‘Punti’ luminosi attendono… Il cerchio si chiude”. 

Enzo Indaco “Le anime delle figlie di Acheloo”

I dipinti di Indaco sono pura esplosione di colori, affascinante è in particolar modo il contrasto fra il rosso del magma e la pietra vulcanica. Ed ancor di più il gioco di colori e di sfumature di colori del dipinto “Flussi di venti”. Un viaggio nel ventre del vulcano e nelle emozioni che questo itinerario produce, le emozioni che fondono dimensione soggettiva ed oggettiva, interiorità ed esteriorità. Enzo Indaco sostiene: «L’arte racchiude una visione del mondo, nei miei dipinti vi è la mia filosofia, vi è la mia dimensione esistenziale». Indaco non nasconde la sua soddisfazione autentica per questa mostra nella città natìa: «Il sindaco Nino Naso mi ha accolto con grande attenzione culturale e sensibilità umana. Ancor non ci conoscevamo, ed è stato al mio fianco nel ritirare un premio che mi avevano assegnato ad Agrigento. Era prevista la presenza di una istituzione della propria città, pensavo mandasse un assessore ed è venuto il primo cittadino. Sono innamorato di Paternò, qui vi è la mia origine, la genesi della mia dimensione artistica. Il mio incontro con l’Etna è nato sulla Collina storica, un luogo dal quale vi è una visione straordinaria del vulcano in tutta la sua imponenza. Li vi è la mia infanzia, la mia adolescenza, la giovinezza, la genesi della mia arte”.

Enzo Indaco “La forza del fuoco”

Nelle opere di Indaco non vi è solo il mito di Empedocle, vi sono anche gli “elementi della filosofia di Empedocle”, vi è la fusione del divenire eracliteo con l’essere di Parmenide. E vi sono altre ispirazioni che giungono da altri pensatori presocratici che avevano avuto intuizioni incredibilmente moderne, si pensi al “vortice” di Anassimandro. Un viaggio artistico, esistenziale e cosmologico che torna alle origini del pensiero occidentale fra mito e filosofia…

Enzo Indaco “Flussi di venti”

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