“Elvis” scintillante musical con qualche ombra

Buio in sala "Elvis" di Baz Luhrmann è un sogno febbrile di 2 ore e 39 minuti. L'interpretazione di Austin Butler è precisa ma non particolarmente ispirata. Tom Hanks ritrae il Colonnello Parker come un piccolo truffatore, quasi un Mefistofele. Chi era Elvis? Il film non lo dice. Alla fine, questo non è un film biografico, né un tragico melodramma e nemmeno una favola pop: è un musical. E la musica è fantastica

Elvis Presley è la figura più mitologica nella storia della musica popolare. Questo lo rende un soggetto particolarmente allettante su cui costruire un film biografico. Ma anche una sfida piena di tranelli. Tutto ciò che riguarda Elvis (l’ascesa, la caduta, tutto ciò che c’è in mezzo) è così profondamente impresso nella nostra immaginazione che quando fai un film drammatico sulla sua vita, non stai solo incanalando la mitologia, stai gareggiando con essa. La sfida è: cosa puoi portare di più emozionante e più fantastico della realtà?

Elvis di Baz Luhrmann è un sogno febbrile di 2 ore e 39 minuti. Frizzante, delirante, maliziosamente energizzato, guardabile in modo compulsivo, una scintillante girandola di un film che converte la saga di Elvis che tutti portiamo in testa in una sontuosa messinscena biopic in stile opera pop, come il regista australiano aveva già fatto nei suoi precedenti film Moulin Rouge e The Great Gatsby.

Austin Butler è “Elvis” nel film di Baz Luhrmann

Come biografia di Presley, Elvis non è particolarmente illuminante. Le cose di base sono tutte lì, come si possono trovare su Wikipedia. Elvis è ossessionato dalla morte di suo fratello gemello, Jesse, ed è devoto a sua madre, Gladys (Helen Thomson). I rapporti con suo padre, Vernon (Richard Roxburgh), sono più complicati. Il ragazzo cresce povero a Tupelo ed a Memphis trova la sua strada nello studio di registrazione della Sun Records all’età di 19 anni. L’esplosione di Elvis “The Pelvis”, che con i suoi movimenti di bacino scatena istinti sessuali nelle fan e la censura dell’America segregazionista e reazionaria. Poi l’esercito, il matrimonio con Priscilla (Olivia DeJonge), Hollywood, un ritorno in onda nel 1968, una lunga residenza a Las Vegas, il divorzio da Priscilla e lo spettacolo triste e gonfio dei suoi ultimi anni.

Il film è caratterizzato da un’interpretazione precisa ma non particolarmente ispirata di Austin Butler nei panni del “King of rock’n’roll”. Né riesce a sfruttare quella che potrebbe essere la carta vincente di Tom Hanks nei panni del suo inquietante e parassitario manager colonnello Tom Parker, che lo ha sfruttato spietatamente e si è rifiutato di lasciarlo andare in tournée all’estero, trasformandolo in una gonfia parodia di strass in un’infinità di resident-show a Las Vegas. Luhrmann è incapace di approfondire i due personaggi e la relazione fra i due.

Parker è stato il manager di Presley per la maggior parte della sua carriera, e Hanks lo ritrae in parte come un piccolo truffatore, in parte come un vero e proprio Mefistofele. «Non ho ucciso Elvis», ripete Parker, anche se il film implica il contrario. «Elvis l’ho creato». È un uomo auto-inventato, un arrivista sulla scena americana, un “signor nessuno dal nulla” pieno di debiti a causa del vizio del gioco. Non è un colonnello (a Elvis piace chiamarlo “ammiraglio”) e il suo vero nome non è Tom Parker. Il mistero delle sue origini è invocato con effetto sinistro ma non del tutto risolto. 

Austin Butler/Elvis con Tom Hanks/Colonello Parker

Anche Elvis rimane un cifrario, un simbolo, più mito che carne e sangue. I suoi rapporti con Vernon, Priscilla e l’entourage noto come “la mafia di Memphis” ricevono un trattamento superficiale. I suoi appetiti per cibo, sesso e droghe sono appena sfiorati.

Chi era Elvis? Il film non fornisce molte risposte. Alla fine, questo non è un film biografico, né un tragico melodramma e nemmeno una favola pop: è un musical e la musica è fantastica. Remixato, sì, e pieno di suoni che i puristi potrebbero trovare anacronistici. La colonna sonora scuote i puristi con sussulti di hip-hop (esteso in una suite nei titoli di coda), frammenti di techno ed elettronica. C’è anche un cameo dei Måneskin con la cover della ballata If I Can Dream. Il messaggio sonoro – e l’argomento più forte del film per l’importanza del suo soggetto – è che la miscela di Presley di blues, gospel, pop e country continua a mutare e impollinare nel presente musicale.

Ma non c’è mai stato nulla di puro in Elvis Presley, tranne forse la sua voce, e ascoltandola in tutta la sua dolorosa e spavalda gloria, capisci come ha scatenato un terremoto. E, alla fine, ti viene voglia di ascoltare il “re del rock’n’roll” come se fosse la prima volta.




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